Una frase perfetta

Scrivere una frase perfetta, sabbiata più che levigata, che arrivi alla pelle senza graffiare nè scivolarci.
Ci vorrebbe un poeta, a scegliere i suoni di parole inaccostabili: ossimori o melodie dodecafoniche?
Come glielo puoi dire?
A chi vuoi dirlo?
A che ti sarà servito averlo detto?
Come ti farà vivere meglio questa insensatezza che ci impegnamo, sapendone l’inutilità, ad accogliere bonariamente?
Energia e preghiera

A cena da mia sorella, le arriva un messaggio su Whatsapp.
È un messaggio audio, che ascoltiamo tutti.
— Vi chiediamo di dire una preghiera per un bambino, che purtroppo ha bevuto da un contenitore con acido muriatico, o forse un’altra sostanza, ma sta gravissimo in ospedale. I genitori sono nostri parrocchiani, brave persone, grazie per quel che potete fare, Dio ve ne sarà grato.
Probabilmente, mi dico, è il parroco che sta facendo girare ai parrocchiani. Penso a quel bambino, penso alla disperazione di quei genitori, che insieme mi fanno rabbia per la loro incoscienza.
Poi mi rivolgo a mia sorella e le chiedo:
— Poveretti, ma a che serve questo?
— Intanto è energia che circola
— Ti prego, che c’entra l’energia? È solo una parola sotto alla quale chiunque fa passare di tutto, l’energia no, per favore.
— Comunque, male non può fare, no?
Certo che non può fare male.
E rifletto: se tante persone ci credono, lo fanno, un senso per loro ce lo deve avere. Mi do alcune risposte, come dire? antropologiche: il senso di comunità, di appartenenza; il sostegno per quei genitori: sapere che tante persone stanno pregando per loro, anche se le preghiere non incideranno in nessun modo sulle cure che quel bambino sta ricevendo, li farà sentire meno soli.
Ma è l’ultima considerazione di mia sorella che mi sembra decisiva, e che mi induce a “mandare” un pensiero a quel bambino e a quei genitori:
— Se anche facesse bene solo a chi la dice, quella preghiera…
Battesimo con esorcista

Sono stato a un battesimo, chiesa di periferia, fra verde e superstrade.
Il parroco che celebra la funzione è un uomo sanguigno, che spiega ogni singolo passaggio della liturgia e così si propone di dare senso all’intera cerimonia.
Quando arriva alla funzione di madrina e padrino insiste sul fatto che devono vigilare sui genitori se questi non si comportassero bene e anche su quanto sia importante scegliere bene madrina e padrino, perché meno male che c’è don X nella parrocchia qui vicino che è un esorcista, che quando sono capitati madrina e padrino pericolosi, che trafficavano con amuleti e cose simili, abbiamo dovuto farlo intervenire sul bambino, e per fortuna che stava ancora alle elementari e non è stato troppo complicato liberarlo dal male.
Quando poi spiega che il battesimo è il primo esorcismo, perché libera dal peccato originale, un gelo si trasmette fra i presenti ma alla fine va tutto liscio.
Gli esorcismi saranno poi uno degli argomenti di conversazione del rinfresco successivo, nel giardino di una delle villette racchiuse in un quartierino isolato, dove vivono fratelli sorelle cugini di una famiglia allargata che avuto la lungimiranza di comprarne una porzione e di costruirci.
L’ambiente è molto piacevole, il catering ottimo, l’atmosfera rilassata, con i ragazzini che hanno a disposizione un bigliardino e uno spazio aperto dove giocare a palla.
Mi guardo intorno, cerco di individuare in che tipo di sceneggiatura sono capitato.
Un film di Muccino? No, perché non vedo nessun segnale di tresche nascoste, che poi non si può mai sapere ma insomma sembrano tutti davvero rilassati e collaborativi.
Nemmeno un film di Virzì, perché le convinzioni non sono esibite e quel poco che emerge è del tutto moderato da battute innocue e pure divertenti e anzi con una certa attenzione delle parti femminili a temperare a priori se qualche maschio volesse eccedere.
Insomma, un mondo normale di persone con un certo agio senza ricchezze da esibire. Del quale, per storia e censo e familiarità, dovrei serenamente sentirmi parte.
E, invece, irrimediabilmente: no.
Gli animali e io

Cani, gatti, animali in genere, sono fonti di sporcizia e malattia: sono stato educato a questo e, perciò, a starne lontano.
Da piccolo, ricordo la tartaruga sul grande terrazzo dei nonni materni. Un giorno scomparve, non se ne seppe più niente: un po’ mi dispiacque.
A otto, dieci anni, lo zio Raffaele mi portava a caccia con lui. Mi piaceva essere bravo a colpire il bersaglio, mi dispiaceva raccogliere l’uccelletto morto. Qualche volta erano solo feriti e mio zio aveva l’accortezza di finirli – li strozzava con due dita nascondendo la mano dietro alla schiena – cercando di distrarmi. Di quella stagione, come bel ricordo, non mi è rimasta la caccia, ma le salsicce infilate su un ramo di faggio appena sbucciato e poggiato su un altro ramo a forcella, sopra al fuoco acceso nel bosco, e il panunto. E il procedere nella natura, che allora mi pareva selvaggia, tanto che andarci dentro mi è rimasto come bisogno e piacere che vuole tuttora esprimersi ogni volta che può.
I figli erano ancora piccoli, cinque e sette anni, e con Enrica decidemmo di prenderci finalmente una vacanza da soli. Li lasciammo con amici, dei quali ci fidavamo, che gestivano un campeggio per ragazzi e, con un’altra coppia, andammo in Sardegna. Per un paio di giorni fummo ospiti di loro amici, che avevano due figli e un bellissimo cane lupo. Lui passò tutto il tempo a prendersi cura del cane lupo – gli faceva lunghe, misteriose operazioni fra i denti – disinteressandosi dei figli. Non ho un ricordo preciso dello svolgimento, ma a un certo punto disse qualcosa il cui senso era – convinto, molto convinto, non scherzava affatto – che per lui il cane lupo era più importante dei figli. Questo mi colpì molto, e infatti ancora lo ricordo, anche se con quelle persone non ebbi altri contatti nella vita. Era qualcosa di cui non mi potevo capacitare. Eppure esisteva.
Dove ho lavorato per trentasette anni c’era una donna, allora sui quaranta, intelligente, colta, ben curata, con aria sempre abbastanza distante. Viveva con quattro cani. Un volta che mi capitò di scambiarci qualche parola le chiesi come mai non avesse un compagno. Allora potevo essere troppo diretto, poco curante della sensibilità dell’interlocutore, ma quella volta deve essermi uscita con il tono giusto, perché mi rispose sorridente che la sua psicologa le aveva proposto, e a lei era piaciuto, che prendersi cura dei cani fosse un modo di allenare i sentimenti. Questo punto di vista mi colpì, e cominciai a osservare diversamente il rapporto essere umano – animale.
Una volta – ero separato – andando a trovare i figli, vidi Marco, allora adolescente, che insieme a un amico stava dando latte con un biberon a un micetto sperduto, che avevano riparato in una scatola di scarpe. Gli dissi, mi uscì così, che sarebbe stato un bravo padre, È in effetti un bravo padre. Anche Giordano lo è.
Andai a vivere a casa di Adriana, nel momento in cui uscì dalla casa dei genitori. Avevo preteso che lasciasse dai suoi Pippo, un bastardo bianco chiazzato nero, di media taglia, irruento e attaccabrighe. Un giorno che eravamo andati a trovare i suoi genitori vedemmo la madre di Adriana – di grossa corporatura – che stava rischiando di cadere, letteralmente trascinata da un Pippo incontenibile, e convenimmo che Pippo avremmo dovuto prenderlo con noi. Così fu: una rottura infinita, un vincolo continuo. Tuttavia, mi piaceva portarlo a fare il giro di pisciata della mattina. Invecchiò, si ammalò, aveva un’artrosi che non ce la faceva quasi più ad alzarsi. Quando scendevo la mattina ormai dovevo portarmi l’occorrente per pulire perché gli usciva prima di varcare la soglia del portone e al ritorno lo riportavo a casa – eravamo al primo piano – in braccio, perché non era più in grado di salire le scale. Andò avanti qualche mese. Mi avrebbe fatto piacere accompagnarlo a morire, ma Adriana non se la sentì e lasciò questo compito ai genitori.
Mi sposai di nuovo. A casa di Uliana, in Umbria con un piccolo giardino, c’era già Lara, che sembrava la copia di Pippo. Lara ogni tanto scappava e una volta tornò incinta. Nacquero tre batuffoli proprio quando Uliana era in Usa per lavoro; li trovai la mattina appena alzato, Lara aveva fatto tutto da sola, mi avevano spiegato che si sarebbe mangiata lei stessa la placenta (che schifo!) e che avrei trovato tutto pulito. I tre cuccioli li regalammo a qualcuno che, ci accertammo bene, se ne sarebbe preso buona cura. Poi abbiamo divorziato, Lara è morta quando non vivevo più lì, mi è dispiaciuto.
Infine, incontro una tipa dai capelli da fata turchina che mi dice di vivere con diciassette animali, che mette le tartarughe in frigorifero per letargarle, che le portano cani e gatti disastrati che lei rimette in sesto. È vegana, animalista e qualche altro ista che non ricordo. Non mi pare però del tutto fuori di testa, mi incuriosisce molto.
Sono rimasto segnato da quella spiegazione della psicologa circa il rapporto con un animale come allenamento ai sentimenti, e infatti so che diversi animali funzionano bene in accompagnamento a una terapia.
Vedo anche, però, che qualcuno si allena tutta la vita e non passa a giocare sul campo. Mi sono convinto che sia perché, nella relazione con un animale, l’umano non ha bisogno di fare la fatica di contrattare un modo di stare insieme, perché è il solo a stabilire le regole. E non rischia l’abbandono, mentre ottiene abbastanza facilmente fedeltà, accoglienza, le feste, può anche soddisfare il bisogno che tutti abbiamo di contatto fisico, di abbracci.
Ho letto qualcosa su Wikipedia, quindi senza grande approfondimento, di biocentrismo e antispecismo: mi sono fatto l’idea che, una volta fattane una metafisica, si possa arrivare a teorizzare che una relazione essere umano – animale possa essere considerata alla pari di una relazione fra esseri umani. Non sono sicuro che sia una prospettiva augurabile e, tuttavia, potrebbe aprire a punti di vista del tutto nuovi. Mantengo sospeso il giudizio.
Aldo

Un cortile sul quale affacciano otto scale di un grande condominio.
Questa scala, quella dove si svolgono i fatti, otto piani, come tutte le altre, ha soltanto due appartamenti su ogni pianerottolo.
Dal piccolo ingresso, che su un lato vanta una pretenziosa scultura verticale di granito grigio sbruzzoloso, partono tre scalini per arrivare al livello dell’ascensore.
Ci si conosce poco, un saluto a scappare quando ci si incontra, una considerazione sul tempo se si capita insieme in ascensore, gli occhi che non sanno dove posarsi.
Vite normali, all’apparenza, che non mi suscitano la curiosità di certi personaggi che a volte incontro in giro, sul tram, al supermercato, nella villa.
Tranne uno, che chiamerò Aldo, perché non conosco il suo nome e perché mi pare giusto che un nome, sia pure fittizio, ce l’abbia.
Aldo ha un’età che mi è difficile definire, anche se sopra il trenta non mi pare azzardato, con un buon margine per “sopra”.
Aldo lo incontro veramente poco.
Quando lo incontro, quando ci incontriamo, non posso fare a meno di notarlo.
Chiunque, in effetti, lo noterebbe.
Aldo è un culturista, tutto muscoli, impossibile non accorgersi di lui.
Già questa considerazione – impossibile non accorgersi di lui – potrebbe essere una risposta alla domanda che mi faccio sul perché uno si dedichi a far emergere ogni singolo muscolo del proprio corpo.
In verità, le ragioni potrebbero essere mille, anche opposte alla prima che mi è venuta in mente e, infine, perché indagarle?
Il modo di porgersi di Aldo, peraltro, non assomiglia per niente a eccomi, guardate quanto sono figaccione.
Anzi, Aldo è quasi sfuggente: il massimo dello scambio che mi è arrivato al mio cenno di saluto è stato un lieve piegare del capo, sempreché non gliel’abbia voluta attribuire io a forza, la risposta, perché mi avrebbe fatto piacere riceverla e me lo avrebbe reso più condomino che personaggio.
Sempre con in mano il borsone della palestra, le braccia larghe, perché le dimensioni dei muscoli sia delle braccia che del tronco non renderebbero possibile che gli arti superiori siano adiacenti al resto del corpo.
Lo stesso le gambe, alle quali l’estensione sia dei quadricipiti che di tutto il resto impongono di muoversi con passi più larghi che lunghi.
Aldo mi sta simpatico e mi fa tenerezza; il mischiarsi di queste sensazioni produce in me una strana protettività, che non sembrerebbe essere il sentimento più adeguato a una figura di tale possenza muscolare.
Ci incontriamo, quando ci incontriamo, nel piccolo ingresso di cui dicevo, quello con la pretenziosa scultura verticale di granito grigio sbruzzoloso e i tre scalini fra il cortile esterno e il ripiano dell’ascensore: lui esce dall’ascensore o sta per salirci e io viceversa, non è invece mai capitato che ci trovassimo a entrare insieme in ascensore.
È perennemente abbronzato, Aldo. Poiché il colore, più sul gambero che sul bronzeo, è lo stesso identico in tutte le stagioni, sospetto sia prodotto da lampade.
Perciò, penso ad Aldo come a una vita artificiale in cui tutto gira intorno alla cura del corpo.
Forse è il suo aspetto comunque dimesso, in contrasto con il corpo potente, a trasmettermi questa forma di tenerezza. Lo immagino a disagio con il sesso, me lo figuro vivere nella bolla dei culturisti come lui che si misurano i progressi e si scambiano, o si nascondono, gli ultimi ritrovati.
Naturalmente, visto che non conosco niente della vita vera di Aldo, si tratta di mie fantasie che vengono da miei pregiudizi, questo lo so bene. È per dire qual era il mio sentire verso Aldo quando, quella mattina che scendevo alla solita ora, l’ho trovato schiantato, riverso a faccia in giù, la testa in direzione del portone che dà sul cortile, le gambe appese ai tre scalini che scendono dal pianerottolo dove si esce dall’ascensore.
Un portatile in terra, che l’infermiere sta scollegando dai sensori applicati sul corpo di Aldo, un altro infermiere che scansa la barella per farmi passare, una donna – la madre di Aldo, credo, dall’età – seduta in cortile su una fioriera con vicina una terza infermiera che le sta parlando con dolcezza e le tiene una mano.
Non so che fare. Uno sguardo interrogativo verso l’infermiere che armeggia intorno al pc portatile mi restituisce una sua occhiata che testimonia che no, non c’è proprio niente che si possa fare.
Mi soffermo, ma giusto un attimo, per non varcare la soglia della curiosità morbosa, vicino alla mamma di Aldo – sempreché sia la mamma, non posso esserne certo – scambio uno sguardo anche con l’infermiera che le è vicina, forse farfuglio, ma oggi non ne sono sicuro, c’è qualcosa che posso fare, ma anche l’infermiera mi risponde che no, proprio no.
Mentre mi allontano e cerco un senso che non trovo, perché in effetti non c’è, mi sento inutile nell’attraversare tutto quel dolore.











