Una frase perfetta

Scrivere una frase perfetta, sabbiata più che levigata, che arrivi alla pelle senza graffiare nè scivolarci.
Ci vorrebbe un poeta, a scegliere i suoni di parole inaccostabili: ossimori o melodie dodecafoniche?
Come glielo puoi dire?
A chi vuoi dirlo?
A che ti sarà servito averlo detto?
Come ti farà vivere meglio questa insensatezza che ci impegnamo, sapendone l’inutilità, ad accogliere bonariamente?
Energia e preghiera

A cena da mia sorella, le arriva un messaggio su Whatsapp.
È un messaggio audio, che ascoltiamo tutti.
— Vi chiediamo di dire una preghiera per un bambino, che purtroppo ha bevuto da un contenitore con acido muriatico, o forse un’altra sostanza, ma sta gravissimo in ospedale. I genitori sono nostri parrocchiani, brave persone, grazie per quel che potete fare, Dio ve ne sarà grato.
Probabilmente, mi dico, è il parroco che sta facendo girare ai parrocchiani. Penso a quel bambino, penso alla disperazione di quei genitori, che insieme mi fanno rabbia per la loro incoscienza.
Poi mi rivolgo a mia sorella e le chiedo:
— Poveretti, ma a che serve questo?
— Intanto è energia che circola
— Ti prego, che c’entra l’energia? È solo una parola sotto alla quale chiunque fa passare di tutto, l’energia no, per favore.
— Comunque, male non può fare, no?
Certo che non può fare male.
E rifletto: se tante persone ci credono, lo fanno, un senso per loro ce lo deve avere. Mi do alcune risposte, come dire? antropologiche: il senso di comunità, di appartenenza; il sostegno per quei genitori: sapere che tante persone stanno pregando per loro, anche se le preghiere non incideranno in nessun modo sulle cure che quel bambino sta ricevendo, li farà sentire meno soli.
Ma è l’ultima considerazione di mia sorella che mi sembra decisiva, e che mi induce a “mandare” un pensiero a quel bambino e a quei genitori:
— Se anche facesse bene solo a chi la dice, quella preghiera…
Battesimo con esorcista

Sono stato a un battesimo, chiesa di periferia, fra verde e superstrade.
Il parroco che celebra la funzione è un uomo sanguigno, che spiega ogni singolo passaggio della liturgia e così si propone di dare senso all’intera cerimonia.
Quando arriva alla funzione di madrina e padrino insiste sul fatto che devono vigilare sui genitori se questi non si comportassero bene e anche su quanto sia importante scegliere bene madrina e padrino, perché meno male che c’è don X nella parrocchia qui vicino che è un esorcista, che quando sono capitati madrina e padrino pericolosi, che trafficavano con amuleti e cose simili, abbiamo dovuto farlo intervenire sul bambino, e per fortuna che stava ancora alle elementari e non è stato troppo complicato liberarlo dal male.
Quando poi spiega che il battesimo è il primo esorcismo, perché libera dal peccato originale, un gelo si trasmette fra i presenti ma alla fine va tutto liscio.
Gli esorcismi saranno poi uno degli argomenti di conversazione del rinfresco successivo, nel giardino di una delle villette racchiuse in un quartierino isolato, dove vivono fratelli sorelle cugini di una famiglia allargata che avuto la lungimiranza di comprarne una porzione e di costruirci.
L’ambiente è molto piacevole, il catering ottimo, l’atmosfera rilassata, con i ragazzini che hanno a disposizione un bigliardino e uno spazio aperto dove giocare a palla.
Mi guardo intorno, cerco di individuare in che tipo di sceneggiatura sono capitato.
Un film di Muccino? No, perché non vedo nessun segnale di tresche nascoste, che poi non si può mai sapere ma insomma sembrano tutti davvero rilassati e collaborativi.
Nemmeno un film di Virzì, perché le convinzioni non sono esibite e quel poco che emerge è del tutto moderato da battute innocue e pure divertenti e anzi con una certa attenzione delle parti femminili a temperare a priori se qualche maschio volesse eccedere.
Insomma, un mondo normale di persone con un certo agio senza ricchezze da esibire. Del quale, per storia e censo e familiarità, dovrei serenamente sentirmi parte.
E, invece, irrimediabilmente: no.
Gli animali e io

Cani, gatti, animali in genere, sono fonti di sporcizia e malattia: sono stato educato a questo e, perciò, a starne lontano.
Da piccolo, ricordo la tartaruga sul grande terrazzo dei nonni materni. Un giorno scomparve, non se ne seppe più niente: un po’ mi dispiacque.
A otto, dieci anni, lo zio Raffaele mi portava a caccia con lui. Mi piaceva essere bravo a colpire il bersaglio, mi dispiaceva raccogliere l’uccelletto morto. Qualche volta erano solo feriti e mio zio aveva l’accortezza di finirli – li strozzava con due dita nascondendo la mano dietro alla schiena – cercando di distrarmi. Di quella stagione, come bel ricordo, non mi è rimasta la caccia, ma le salsicce infilate su un ramo di faggio appena sbucciato e poggiato su un altro ramo a forcella, sopra al fuoco acceso nel bosco, e il panunto. E il procedere nella natura, che allora mi pareva selvaggia, tanto che andarci dentro mi è rimasto come bisogno e piacere che vuole tuttora esprimersi ogni volta che può.
I figli erano ancora piccoli, cinque e sette anni, e con Enrica decidemmo di prenderci finalmente una vacanza da soli. Li lasciammo con amici, dei quali ci fidavamo, che gestivano un campeggio per ragazzi e, con un’altra coppia, andammo in Sardegna. Per un paio di giorni fummo ospiti di loro amici, che avevano due figli e un bellissimo cane lupo. Lui passò tutto il tempo a prendersi cura del cane lupo – gli faceva lunghe, misteriose operazioni fra i denti – disinteressandosi dei figli. Non ho un ricordo preciso dello svolgimento, ma a un certo punto disse qualcosa il cui senso era – convinto, molto convinto, non scherzava affatto – che per lui il cane lupo era più importante dei figli. Questo mi colpì molto, e infatti ancora lo ricordo, anche se con quelle persone non ebbi altri contatti nella vita. Era qualcosa di cui non mi potevo capacitare. Eppure esisteva.
Dove ho lavorato per trentasette anni c’era una donna, allora sui quaranta, intelligente, colta, ben curata, con aria sempre abbastanza distante. Viveva con quattro cani. Un volta che mi capitò di scambiarci qualche parola le chiesi come mai non avesse un compagno. Allora potevo essere troppo diretto, poco curante della sensibilità dell’interlocutore, ma quella volta deve essermi uscita con il tono giusto, perché mi rispose sorridente che la sua psicologa le aveva proposto, e a lei era piaciuto, che prendersi cura dei cani fosse un modo di allenare i sentimenti. Questo punto di vista mi colpì, e cominciai a osservare diversamente il rapporto essere umano – animale.
Una volta – ero separato – andando a trovare i figli, vidi Marco, allora adolescente, che insieme a un amico stava dando latte con un biberon a un micetto sperduto, che avevano riparato in una scatola di scarpe. Gli dissi, mi uscì così, che sarebbe stato un bravo padre, È in effetti un bravo padre. Anche Giordano lo è.
Andai a vivere a casa di Adriana, nel momento in cui uscì dalla casa dei genitori. Avevo preteso che lasciasse dai suoi Pippo, un bastardo bianco chiazzato nero, di media taglia, irruento e attaccabrighe. Un giorno che eravamo andati a trovare i suoi genitori vedemmo la madre di Adriana – di grossa corporatura – che stava rischiando di cadere, letteralmente trascinata da un Pippo incontenibile, e convenimmo che Pippo avremmo dovuto prenderlo con noi. Così fu: una rottura infinita, un vincolo continuo. Tuttavia, mi piaceva portarlo a fare il giro di pisciata della mattina. Invecchiò, si ammalò, aveva un’artrosi che non ce la faceva quasi più ad alzarsi. Quando scendevo la mattina ormai dovevo portarmi l’occorrente per pulire perché gli usciva prima di varcare la soglia del portone e al ritorno lo riportavo a casa – eravamo al primo piano – in braccio, perché non era più in grado di salire le scale. Andò avanti qualche mese. Mi avrebbe fatto piacere accompagnarlo a morire, ma Adriana non se la sentì e lasciò questo compito ai genitori.
Mi sposai di nuovo. A casa di Uliana, in Umbria con un piccolo giardino, c’era già Lara, che sembrava la copia di Pippo. Lara ogni tanto scappava e una volta tornò incinta. Nacquero tre batuffoli proprio quando Uliana era in Usa per lavoro; li trovai la mattina appena alzato, Lara aveva fatto tutto da sola, mi avevano spiegato che si sarebbe mangiata lei stessa la placenta (che schifo!) e che avrei trovato tutto pulito. I tre cuccioli li regalammo a qualcuno che, ci accertammo bene, se ne sarebbe preso buona cura. Poi abbiamo divorziato, Lara è morta quando non vivevo più lì, mi è dispiaciuto.
Infine, incontro una tipa dai capelli da fata turchina che mi dice di vivere con diciassette animali, che mette le tartarughe in frigorifero per letargarle, che le portano cani e gatti disastrati che lei rimette in sesto. È vegana, animalista e qualche altro ista che non ricordo. Non mi pare però del tutto fuori di testa, mi incuriosisce molto.
Sono rimasto segnato da quella spiegazione della psicologa circa il rapporto con un animale come allenamento ai sentimenti, e infatti so che diversi animali funzionano bene in accompagnamento a una terapia.
Vedo anche, però, che qualcuno si allena tutta la vita e non passa a giocare sul campo. Mi sono convinto che sia perché, nella relazione con un animale, l’umano non ha bisogno di fare la fatica di contrattare un modo di stare insieme, perché è il solo a stabilire le regole. E non rischia l’abbandono, mentre ottiene abbastanza facilmente fedeltà, accoglienza, le feste, può anche soddisfare il bisogno che tutti abbiamo di contatto fisico, di abbracci.
Ho letto qualcosa su Wikipedia, quindi senza grande approfondimento, di biocentrismo e antispecismo: mi sono fatto l’idea che, una volta fattane una metafisica, si possa arrivare a teorizzare che una relazione essere umano – animale possa essere considerata alla pari di una relazione fra esseri umani. Non sono sicuro che sia una prospettiva augurabile e, tuttavia, potrebbe aprire a punti di vista del tutto nuovi. Mantengo sospeso il giudizio.
Appagata

Io non sapevo che cosa fosse sentirmi appagata dall’universo e potermi permettere di perdermici dentro.
Questo è stato.
Dalla prima volta, questo è ogni volta.
Ti vedo beato alla luce del pomeriggio avanzato che filtra bassa fra i listelli delle tapparelle a indorare le polveri sospese.
Scendo a preparare il caffè.
Torno con il vassoietto – due tazzine, i biscotti, la zuccheriera – e tu mi guardi dritto e, come ogni volta, mi prendi il polso, lo scorri fino alle unghie e ti fai scivolare sul palmo la tazzina fumante.
Scivolo sotto al lenzuolo.
È una certezza: quando mi girerò a guardarti – adesso non fa più così male – i tuoi occhi saranno diventati tristi e oscillerai fra i tuoi soliti dubbi, detti ad alta voce o ingoiati in silenzio: che non potrà durare, che non puoi bastarmi, che finirai per essere sostituito.
Ho imparato a non contrastarti: niente nessuna parola nessun gesto potrà placarti e nemmeno sorseggiare il caffè insieme dopo l’amore potrà saziarti.
Farò pure bene a non cercare di consolarti perché – magari riuscissi a vederti quanto sei cucciolo! – ti sentiresti ancora meno all’altezza.
Resto, a fatica, neutra.
Tu finisci il caffè e ti alzi. Non sei brusco, resti gentile, mi piace guardarti nudo anche se stai già altrove.
Ci sto facendo l’abitudine e mi dico che questo non è giusto per me: perché mai dovrei farci l’abitudine? Perché l’amore è questo? È accettare? Forse è questo che l’universo mi chiede per mantenermi aperta questa strada di polvere di stelle che porta al sacro?
So che tocca a me accogliere le tue paure, le tue rabbie, i tuoi allontanamenti dolorosi. Toccherà sempre a me rimediare e sono stanca.
Ma, se è proprio questo che l’universo mi chiede, c’è forse un modo in cui potrei far cambiare direzione al destino?
E se ci fosse, un modo, sarebbe davvero questa la strada che vorrei percorrere?
Aldo

Un cortile sul quale affacciano otto scale di un grande condominio.
Questa scala, quella dove si svolgono i fatti, otto piani, come tutte le altre, ha soltanto due appartamenti su ogni pianerottolo.
Dal piccolo ingresso, che su un lato vanta una pretenziosa scultura verticale di granito grigio sbruzzoloso, partono tre scalini per arrivare al livello dell’ascensore.
Ci si conosce poco, un saluto a scappare quando ci si incontra, una considerazione sul tempo se si capita insieme in ascensore, gli occhi che non sanno dove posarsi.
Vite normali, all’apparenza, che non mi suscitano la curiosità di certi personaggi che a volte incontro in giro, sul tram, al supermercato, nella villa.
Tranne uno, che chiamerò Aldo, perché non conosco il suo nome e perché mi pare giusto che un nome, sia pure fittizio, ce l’abbia.
Aldo ha un’età che mi è difficile definire, anche se sopra il trenta non mi pare azzardato, con un buon margine per “sopra”.
Aldo lo incontro veramente poco.
Quando lo incontro, quando ci incontriamo, non posso fare a meno di notarlo.
Chiunque, in effetti, lo noterebbe.
Aldo è un culturista, tutto muscoli, impossibile non accorgersi di lui.
Già questa considerazione – impossibile non accorgersi di lui – potrebbe essere una risposta alla domanda che mi faccio sul perché uno si dedichi a far emergere ogni singolo muscolo del proprio corpo.
In verità, le ragioni potrebbero essere mille, anche opposte alla prima che mi è venuta in mente e, infine, perché indagarle?
Il modo di porgersi di Aldo, peraltro, non assomiglia per niente a eccomi, guardate quanto sono figaccione.
Anzi, Aldo è quasi sfuggente: il massimo dello scambio che mi è arrivato al mio cenno di saluto è stato un lieve piegare del capo, sempreché non gliel’abbia voluta attribuire io a forza, la risposta, perché mi avrebbe fatto piacere riceverla e me lo avrebbe reso più condomino che personaggio.
Sempre con in mano il borsone della palestra, le braccia larghe, perché le dimensioni dei muscoli sia delle braccia che del tronco non renderebbero possibile che gli arti superiori siano adiacenti al resto del corpo.
Lo stesso le gambe, alle quali l’estensione sia dei quadricipiti che di tutto il resto impongono di muoversi con passi più larghi che lunghi.
Aldo mi sta simpatico e mi fa tenerezza; il mischiarsi di queste sensazioni produce in me una strana protettività, che non sembrerebbe essere il sentimento più adeguato a una figura di tale possenza muscolare.
Ci incontriamo, quando ci incontriamo, nel piccolo ingresso di cui dicevo, quello con la pretenziosa scultura verticale di granito grigio sbruzzoloso e i tre scalini fra il cortile esterno e il ripiano dell’ascensore: lui esce dall’ascensore o sta per salirci e io viceversa, non è invece mai capitato che ci trovassimo a entrare insieme in ascensore.
È perennemente abbronzato, Aldo. Poiché il colore, più sul gambero che sul bronzeo, è lo stesso identico in tutte le stagioni, sospetto sia prodotto da lampade.
Perciò, penso ad Aldo come a una vita artificiale in cui tutto gira intorno alla cura del corpo.
Forse è il suo aspetto comunque dimesso, in contrasto con il corpo potente, a trasmettermi questa forma di tenerezza. Lo immagino a disagio con il sesso, me lo figuro vivere nella bolla dei culturisti come lui che si misurano i progressi e si scambiano, o si nascondono, gli ultimi ritrovati.
Naturalmente, visto che non conosco niente della vita vera di Aldo, si tratta di mie fantasie che vengono da miei pregiudizi, questo lo so bene. È per dire qual era il mio sentire verso Aldo quando, quella mattina che scendevo alla solita ora, l’ho trovato schiantato, riverso a faccia in giù, la testa in direzione del portone che dà sul cortile, le gambe appese ai tre scalini che scendono dal pianerottolo dove si esce dall’ascensore.
Un portatile in terra, che l’infermiere sta scollegando dai sensori applicati sul corpo di Aldo, un altro infermiere che scansa la barella per farmi passare, una donna – la madre di Aldo, credo, dall’età – seduta in cortile su una fioriera con vicina una terza infermiera che le sta parlando con dolcezza e le tiene una mano.
Non so che fare. Uno sguardo interrogativo verso l’infermiere che armeggia intorno al pc portatile mi restituisce una sua occhiata che testimonia che no, non c’è proprio niente che si possa fare.
Mi soffermo, ma giusto un attimo, per non varcare la soglia della curiosità morbosa, vicino alla mamma di Aldo – sempreché sia la mamma, non posso esserne certo – scambio uno sguardo anche con l’infermiera che le è vicina, forse farfuglio, ma oggi non ne sono sicuro, c’è qualcosa che posso fare, ma anche l’infermiera mi risponde che no, proprio no.
Mentre mi allontano e cerco un senso che non trovo, perché in effetti non c’è, mi sento inutile nell’attraversare tutto quel dolore.
Cento euro

— Allora, com’è andata questa settimana?
— Bene. Mi è successa una cosa strana.
— Cioè?
— Ti devo prima spiegare il contesto.
Alfredo è un coach molto affermato e molto ben pagato.
È associato a un’organizzazione che, circa ogni tre mesi, propone un raduno di persone che condividono una passione o, meglio, un modo di stare al mondo che hanno in comune, che può essere una volta lo sciamanesimo, una volta il perdono – c’è addirittura un corso quinquennale per diventare “Master del Perdono” – una volta la meditazione e così via.
Siccome è uno piuttosto noto e, di fondo, gli piace ogni tanto stare in contatto con i personaggi particolari che incontra in questi ambienti, non chiede i soldi esagerati che chiede di solito e si limita a proporre di gestire un paio di ore al giorno con i suoi vari esercizi di coaching in cambio di vitto e alloggio.
Alloggio nel miglior bungalow disponibile, è ovvio, e con la sua perenne sciarpetta di seta gialla al collo gode di essere il benvenuto e di stare nella parte della star che si propone in tono dimesso.
Potrebbe organizzare lui qualcosa del genere, chiedere molti soldi e ottenerne, ma gli piace così.
— Dunque, la cosa strana?
— C’è questa bella donna, circa sessanta, che dal primo giorno mi mostra attenzioni.
— Attenzioni come?
— Che ne so… nel salutarmi mi abbraccia, ai pasti fa in modo di sedersi di fronte o a fianco, cose così, abbastanza ben percepibili.
— E tu?
— Beh, mi fa piacere, certo, ha anche una conversazione intelligente e brillante.
— Quindi?
— Quindi una sera, dopo cena, le propongo una passeggiata sulla spiaggia.
Atmosfera perfetta, un frescolino che un golf di cotone ci starebbe pure, volendo, ma anche solo con la camicia si sta bene.
Lei non porta reggiseno e i capezzoli spiccano su un seno sostenuto.
Lui racconta del figlio, lei non ne ha, le stelle, il riflusso della marea, la luce lunare sbieca, insomma viene naturale che si prendano per mano e si scambino un bel bacio di quelli interi, corposi, soddisfatti, con le salive contente di incontrarsi.
— Dai, Alfrè, sei partito che ti è successa una cosa strana e fino a qui è l’ABC di Harmony…
— Eh, aspetta, aspetta, non lo sai che l’erotismo è attesa?
— Ah, ecco, quindi è una cosa erotica, non strana.
— Mo’ di dico, dai, fammici arrivare.
Quella sera no. Quella sera si salutano in modo affettuoso, lui torna al suo bungalow extra e lei alla sua canadese.
La sera dopo.
La sera dopo si alzano da cena e lei gli fa, diretta: ieri sera mi è piaciuto molto stare insieme, che ne dici se proseguiamo la conoscenza nella mia tenda?
Ci stavo giusto pensando, risponde lui, è piaciuta molto anche a me la serata, ma non stiamo più comodi nel mio bungalow? C’è un vero letto…
No, no, mi piace la mia tendina così raccolta e intima.
— Capisco, forse ci arriviamo, ma che fatica.
— Ci arriviamo, già.
— Insomma, avete scopato sì o no?
— Eh, qui viene il bello. Per così dire.
— Vabbè, sentiamo.
La tendina è tanto intima quanto scomoda. Sia lei che lui sono di corporatura non minuta e i movimenti non sono facili, anche tenendo conto del fatto che in un campeggio, per quanto siano ben distanziate, i rumori provenienti da dentro una tenda è come se si affacciassero sulla piazza del paese.
I due si cercano, si trovano, ma la posizione giusta risulta davvero difficile da trovare. Nonostante l’eccitazione sia cresciuta il pudore prevale.
Si ritrovano sudati, stanchi, affannati.
— A questo punto lei me lo prende in bocca ed è veramente superlativa: vengo come raramente mi è capitato e devo stare pure attento a frenare l’urlo di piacere che preme.
— Insomma, scusa se la metto terra terra: ti ha fatto un bel pompino.
— Possiamo dire così, sì.
— E questa sarebbe l’esperienza strana? Ma non potevate spostarvi nel bungalow extra?
— In effetti, dopo un po’ ci siamo detti che la sera successiva saremmo andati lì, sì, questa era l’idea.
— E invece?
Lui le fa una carezza, si rimette addosso qualcosa e va in bagno.
Quando torna le si stende vicino.
Beh che dici? Chiede lei.
È stato molto bello, risponde lui.
Restano in silenzio.
Lui si sta godendo un lungo momento di appagamento sereno.
Lei ribolle. Si rigira. Sbuffa.
Lui intuisce qualcosa, le chiede che c’è?
Lei ah vuoi sapere che c’è? Vuoi sapere che c’è?
La seconda volta il tono è molto, molto sostenuto.
Non stai bene? Le chiede lui.
Hai la faccia come il culo, risponde lei. E nemmeno dici niente? Non parli, eh! Non parli, non sai che dire e ci fai pure il coach guru con quella cazzo di scialletta gialla al collo – stasera te la sei scordata? – quello che insegna agli altri come si sta al mondo, ma non ti vergogni?
Lui, un pizzico.
Vieni qui, nella mia tenda, mi scopi, anzi nemmeno mi scopi perché alla tua età nemmeno sai come cazzo muoverti per cui alla fine mi tocca farti un pompino e dopo che sei venuto e con tua grande soddisfazione mi pare ti alzi e te ne vai e quando torni neanche una parola!
Ero convinto che stavamo bene tutti e due…
Tu eri convinto? E già, tu eri convinto, ma davvero, ma al grande coach non viene neanche in mente di chiedermelo, come sto? No? Il famoso coach non pensa che potrei essere rimasta appesa, insoddisfatta? No? Al big guru questo non interessa, soddisfatto lui che gliene frega di me? Neanche una parola. Neanche una parola mi hai detto.
A questo punto lei piange. Lacrime che non hanno voce eppure rumorose.
Si riprende, si riveste quanto può, gli dice adesso è meglio se te ne vai.
Pure lui si riveste al meglio, mentre sta uscendo borbotta un mi dispiace e fa un imbarazzato cenno di saluto.
Lei ormai è tornata del tutto in sé: sai che c’è? Io ti ho fatto un signor pompino, un pompino che ti ricorderai e perciò, visto che le cose stanno così, sai che c’è? Me lo paghi.
Come, te lo pago? Chiede lui.
Sì, almeno me lo paghi. Sono cento euro.
— Ah certo che è andata proprio strana, in effetti. Cento euro. E tu?
— Io la mattina dopo l’ho cercata a colazione e le ho appoggiato i cento euro vicino al cappuccino.
— E lei?
— Se li è presi, si è alzata e se n’è andata.
Domande indiscrete

Avevano appena fatto all’amore, era stato bello, stanno adesso tutti e due sdraiati, sudati, spossati, tempera le loro pelli una brezza gentile che passa fra i listelli della serranda semi aperta, per gli stessi spazi dove il sole calante si intrufola orizzontale e, nell’attraversare la siepe di pitosfori, sparge ombre movimentate .
Un silenzio carico di sentimento.
Avevano discusso malamente, prima, si erano dette brutte parole, quelle che non sai nemmeno di avere dentro, non da tirare a lui, non da buttare addosso a lei.
Aveva vinto, come altre volte, la rabbia erotica ed erano stati i corpi a spostare l’accento, dalle infinite recriminazioni sul passato prossimo, che chiamava regolarmente quello remoto, sul presente di un’attrazione irresistibile.
Lui le chiede: a che cosa stai pensando.
Lei risponde: a come sarà con il prossimo.
‘A muntagna

‘A Muntagna è femmina.
No, ‘a Muntagna è maschio.
Tutta quella lava rossa che cola.
Tutta quella potenza che erutta, che gode.
Il cratere accoglie, contiene, sta lì che aspetta di essere fecondato.
Il cratere in riposo aspetta solo di ergersi.
I due amici, sulla cima, quando ancora si poteva, una notte di luna che rischiara fino a Filicudi, a rotolarsi seminudi nella sabbia calda, fuori tre, forse quattro gradi. Sotto: il rombo.
Questo è ciò che appare, questa è la luce.
E l’ombra, dove starà l’ombra? Che forma avrà, sotto a quei fumi che nascondono il magma?
Queste striature gialle di zolfo, che segnale sono?
Ci sono tesori, là sotto.
I tesori sono accessibili a chi sa vederli. Forse.
Come si fa a raggiungerli?
Non si sa. Non c’è una strada. O forse non ce n’è una sola. Non si sa. Eppure sono accessibili.
Deve fidarsi, ‘a Muntagna.
Dici che è buon segno che ci ha fatto arrivare fino a qua?
Non si sa, è inutile che cerchi risposte che non ci sono, non ti basta sapere che il tesoro c’è?
E tu come lo sapresti, che il tesoro c’è? Se fosse un inganno?
E dai: che il tesoro c’è lo sanno tutti, anche chi non vuole vederlo lo sa, lo capisce, ma per i più la strada è troppo stretta.
Troppa fatica?
Troppa… dipende. Sempre dipende.
Da che dipende?
Si dice che sono stati trovati diapason di lava, qualcuno è convinto che ci sia una chiave musicale, ma non si sa quale chiave, né su quale pentagramma, e nemmeno se su un pentagramma.
Pare che qualcuno abbia provato a far vibrare il diapason: il suono era inafferrabile e chi c’era racconta che si sbriciolò appena finito di oscillare.
Dici che serve un diapason?
E chi lo sa?
Quando erutta il suono è grave, profondo. Anche adesso, che si sta solo preparando, è cupo.
Questo lo sentono tutti, non può essere questa la chiave.
Un’ottava più alta?
Forse. Forse due, forse tre, chi può saperlo?
MOSAICO

Lo psicoterapeuta che segue Giulio gli ha proposto di ricostruirsi, come in un mosaico le cui tessere sono persone significative della sua vita, la figura paterna, che nella realtà latita.
Intanto, la telefonata mensile del padre non arriva e quando, nel cercarlo, ne trova la casa devastata, la preoccupazione prevale e Giulio si mette in movimento.
Prende contatto con chi lo conosce o lo ha conosciuto e piano piano viene a sapere di pezzi della vita del padre che gli modificano profondamente l’idea che se n’era fatto.
Non riesce a capire se si tratta di un personaggio affascinante e avventuroso o di un millantatore e truffatore, se di un bravo scrittore o di un pretenzioso intellettuale di mezza tacca.
La ricerca lo porta in Israele, dove incontra un paio di personaggi che hanno coinvolto il padre in qualcosa – fra informatica e trading – che si è rivelata molto più grande di lui. Quando viene a sapere che si sta nascondendo in Usa, il protagonista decide di andare a cercarlo lì…


GIORGIO

Ho scelto una giornata di primo autunno.
L’aria è fresca.
Soltanto il rumore dei miei passi sulle foglie secche.
Sugli alberi, le foglie ingiallite sono veramente poche, e tutte sui rami più bassi.
Mi suona strano che, in un giorno così, il mio cervello si dia da fare per dedurre che “quindi” il tappeto di foglie marroni è il risultato dell’autunno scorso.
Quanti autunni servono a fare un tappeto di foglie secche sotto ai faggi? Per quanti anni una foglia resterà a far parte della coperta morbida che ricopre la terra indurita, prima di sbriciolarsi e diventare altro?
Giuditta

Giuditta lucidò il piatto d’argento.
Si chinò per afferrare la spada e colse l’ultimo sguardo di Oloferne.
Si rialzò.
Afferrò i capelli di Oloferne con la mano sinistra.
Con la destra: un colpo bastò. Si era ben esercitata.
Poggiò la testa sul piatto.
Andò verso lo specchio.
Dietro, per quel turno, c’erano Artemisia, Botticelli, Klimt, Caravaggio.
Giuditta disse spero che sia venuta bene, stavolta.











