La storia è una storia atroce, che racconto soltanto per l’inizio: un medico (William Dafoe) con la faccia del mostro di Frankestein ha recuperato il corpo di una giovane donna che si è suicidata buttandosi a fiume. Non era ancora del tutto morta, ed è riuscito a rivitalizzarla sostituendone il cervello con quello di un neonato.
Fin qui saremmo in un film dell’orrore.
E invece Lanthimos, i cui precedenti film sono piuttosto urticanti (in “The lobster” mostra un mondo in cui è vietato essere single) ne tira fuori una quantità di metafore e parabole sull’amore, sulle relazioni, sul sesso come conoscenza, sulla riappropriazione del bambino interiore, sulla gelosia, sulla vendita del proprio corpo e qualcosa mi sarà di sicuro sfuggito perchè è di una pienezza abbagliante.
Il tono straniato con il quale recita la protagonista Emma Stone, le sue osservazioni “da bambino” e quindi indicibili e vere, ci mantengono emotivamente distanti dalle nefandezze che scorrono e che comunque non cercano mai di toccarci le budella.
Invece, una scenografia lussureggiante – voglio proprio vedere se non prende l’Oscar per la scenografia! – e fiabesca, con meravigliose macchine volanti nel cielo di Lisbona e un battello tondeggiante su sfondo di fuoco, ci mantiene nel registro della favola.
La scena del ballo di gala basterebbe da sola a giustificare la visione dell’intero film e a farci togliere il cappello davanti al regista.
Nonostante il piacere di averlo visto, mi sento di consigliarlo solo a chi sia disponibile a stare al gioco e ad arrovellarsi almeno un po’ sui tanti significati sottesi
