Cinema

Mentre lo guardavo ho pensato che lo si possa considerare come parte di un filone che Scorzese persegue fin dal suo secondo film “America 1929 – Sterminateli senza pietà” e poi continuato con il più esplicito “Gangs of New York” e sempre sostenuto dai tanti film sulle famiglie mafiose.
Al filone darei il nome “Cari compatrioti, non dimentichiamo di chi siamo figli e “come” siamo arrivati dove siamo”.
“Killers of the flowers moon” racconta la storia di una piccola tribù di nativi americani che si ritrovano ricchissimi perchè il territorio dove sono stati deportati è poi risultato pieno di petrolio.
Perciò vediamo questa inedita società in cui le signore native girano agghindate e ingioiellate servite nella belle case da lavoratori bianchi.
Fra i pochi bianchi ricchi e potenti c’è “King” (Robert De Niro), che ha adocchiato il nipote stupido (Leonardo Di Caprio) come strumento per ottenere l’eredità della più ricca famiglia di nativi. Sono rimaste solo donne, che vengono fatte sposare a bianchi e una a una assassinate.
L’ultima viva è la moglie del nipote stupido, la quale soffre di diabete e alla quale il generoso King fa arrivare la preziosa insulina: una coppia di medici come il gatto e la volpe prescrive al marito di aggiungere un’altra fiala per ogni iniezione.
Il film dura tre ore e un quarto, guardandolo a casa ho potuto fare una pausa circa a metà, ma per il resto sono stato preso per tutto il tempo dall’evoluzione della storia.
E dalla straordinaria capacità di Leonardo Di Caprio di rendere in tutte le sfumature la stupidità di fondo, insieme a un vero amore per la moglie, a una dipendenza nei confronti di King e a una protervia prepotente verso la feccia che volta a volta incarica, su indicazioni dello zio, del lavoro sporco.
Non capisco perchè a Leonardo Di Caprio abbiano finora dato un solo oscar per quel film con l’orso in cui come attore quasi non si vede mai, e comunque per questa interpretazione lo meriterebbe ma vedo che non è nemmeno candidato e per me è proprio uno scandalo.
È invece candidata l’attrice che interpreta la moglie, rispetto alla quale niente da dire, ma l’espressione varia da furbetta a sofferente a neutra, senza grandi cose, e insomma credo la candidatura sia andata più al personaggio che all’attrice.
Alla fine comunque arriva FBI – lo schema è un po’ quello di “Missisipi burning” – e nei titoli di coda leggiamo che fine hanno fatto i vari personaggi di una storia vera.
Insomma, Scorsese scrive, con il suo cinema, la storia di violenza su cui è cresciuta quella società.