Comincio da quello che non mi è piaciuto.
L’esibizione di bravura: ho scelto questa immagine, che è molto bella, proprio per dare l’idea di che cosa intendo, quando la bravura allontana lo spettatore da quello che sta succedendo.
E l’eccesso di “intelligenza” di alcuni dialoghi: per dirne uno, quello fra lui e lei che rientrano nella casa devastata dai ladri (?).
Pagato pegno, affermo che è un gran bel film che vale la pena vedere, per come rende l’ipocrisia di un mondo – i primi cinque minuti sono da ammazzarsi dalle risate per la fiera dell’ovvio che esce dai discorsi pensosi di alcuni protagonisti – e per come rende un mondo.
Che in questo caso è quello della Roma nord degli esclusivi circoli sul Tevere zona Flaminio che possono vantare di aver avuto fra i soci uno come Previti.
Sembra di intuire che Castellitto conosca quel mondo e che ne sia attratto e schifato e che abbia voluto farci sopra un film disperato come una specie di redenzione. Ma queste sono mie fantasie che non hanno basi effettive. La disperazione è, tuttavia, la cifra stilistica del film.
Per il resto, pago un altro pegno per dire degli eccessi pure di sceneggiatura, chè tutto torna troppo perfetto fino al finale che gli ultimi trenta secondi ci potevano essere risparmiati e avremmo lo stesso capito il santino dei genitori.
Bravi gli attori, forse meno l’amico del cuore, bravissimi Castellitto padre e figlio, che non si risparmia primi piani di profilo quasi a voler esorcizzare il nasone.
Un regista che, quando saprà “asciugarsi” dalle troppe nebbie e sgranature ed effetti, secondo me troverà un posto fra i migliori di sempre.
