Un noir urbano, dove urbano sta per una Roma periferica, fra spacciatori e strozzini in mezzo ai quali si trova una famiglia che gestisce con successo un piccolo ristorante e che va a finire in brutti guai per via della prima comunione della figlia che vogliono celebrare in grande e perciò chiedono un prestito a chi non dovrebbero.
L’alter ego di Zero, intanto, si accolla in casa un vecchio amore, mai realizzato, che ha bisogno di nascondersi dal pessimo soggetto, di cui è comunque innamorata persa, che la mena di brutto, salvo poi spedirle messaggini zuccherosi e pentiti.
Questi i due filoni principali, tenuti insieme da antiche e profonde amicizie che, sviluppatesi nel corso di decenni, devono però fare i conti con le strade diverse che hanno preso le vite di ciascuno.
Nel momento del bisogno, però, come nei Blues Brothers scatta “La band!”, e nell’antica solidarietà gli amici cercheranno qualche strada per uscire insieme da una situazione che è diventata pericolosissima e che pare senza via di uscita.
Le considerazioni filosofico-esistenziali di Zero, contrappuntate dalle provocazioni più terra terra dell’Armadillo-Mastrandea, scorrono durante tutte le vicende e, per quanto abbia riconosciuto il valore della sincerità e del coraggio di esporsi, qualche volta mi risultano un po’ in eccesso.
Il finale è del genere “è andata così, siamo tutti cambiati, vediamo che cosa ci riserva il futuro e se facciamo bene a pensare che potrebbe essere diverso dal passato”.
Ho particolarmente apprezzato – in genere non amo i cartoni animati e quindi non ho potuto farci molto caso in altre circostanze – la superiorità del disegno, rispetto al cinema, nel fermare un’espressione e nel portare l’attenzione su particolari anche molto piccoli.
Vale la pena guardarlo.
