Eccoti qui, seduta sulla sponda del letto. Vene, dalle ginocchia alle caviglie, rigonfie e sporgenti. Hai voluto far sostituire i piedini di metallo cilindrici con altri più lunghi, affinché le lenzuola non sfiorassero il pavimento. “Le voglio alla stessa altezza da terra da tutte e due le parti.” Adesso, sono quei tre quattro centimetri che mancano, dai piedi a terra, a farti rischiare di cadere ogni volta che scendi, debole come sei.
La pelle delle braccia è troppa, per la poca carne rimasta da avvolgere, gli occhi gialli e rigonfi. Dov’è più la bella signora con la quale sono stata messa a confronto per tutta la vita? Che bella mamma che hai! Arriverai mai a essere bella come lei?
Gli stupidi insensibili confronti, continuamente proposti – perché sei sempre stata davvero molto bella, esageratamente bella, con i tuoi lineamenti delicati e decisi, la tua pelle di pesca, i capelli tutti bianchi fin da quando avevi vent’anni – avrei anche potuto sopportarli.
Se solo tu mi avessi difeso.
Senonché, tu li hai sempre alimentati, te ne sei nutrita, hai permesso che mi utilizzassero come termine di paragone, senza mai un gesto verso di me, una rivendicazione della mia bellezza. Non è questo che fanno, le madri? Non sono loro a farsi vanto della bellezza delle figlie? Oh sì, il figlio maschio preferito. Il primogenito. Lui sì che veniva esaltato.
Quant’è bello quanto è intelligente da grande farà l’ingegnere navale. Che cosa ci si poteva aspettare, da me, quando fossi diventata grande? Il tapino, peraltro, non si accorgeva di essere, più che effettivamente riconosciuto, esibito a strumento della gloria materna. Della quale, io, non ero evidentemente degna.
Eccoti qua, esausta, piagata dalla malattia, che continui a dare ordini. Porta via il bicchiere, dammi gli occhiali, no quegli altri ancora non lo sai. Eseguo, per lo più. Cerco di non discutere. Di acconsentire.
È uno strazio assistere alle inutili piccole vittorie della tua tosse per espellere i grumi di catarro che resistono, tenacemente attaccati ai bronchi, sapendo che per uno che esce altri si stanno formando, ormai dilaganti.
Sempre sorridente, sempre una parola buona per tutti, una persona gentile e disponibile. Così ti conoscono. Così mi dicono di te, quando incontriamo qualcuno del palazzo. Ti guardano con l’aria di chi pensa è irriconoscibile, in poco tempo come si è ridotta.
Mi raccontavi che, abitando proprio di fronte a Villa Ada, quando era una delle residenze del re, ti chiamavano a giocare con le principessine. Sei cresciuta così, nella buona educazione delle brave ragazze, col nonno – tuo padre – che era stato fattore di un principe e la nonna – tua madre – che ricordo minuta con lo scialletto del colore triste del glicine. Papà, invece – mio padre – era partito a dodici anni dal paese, a raggiungere i fratelli più grandi che avevano trovato lavoro come norcini. Non era fine come te, questo è certo. Per quello che posso ricordare, si capisce: avevo solo sei anni, quando è morto. Sei anni. Credi che mi abbia fatto bene, a sei anni, sentire una delle tue sorelle rivolgersi a te con in fondo ti sei tolta un peso? Credi che mi abbia fatto bene aspettare, senza che arrivasse, una qualsiasi tua reazione? Ma forse ricordo male: in fondo, avevo solo sei anni.
Vengo, vengo, rispondo.
Hai chiamato. Anzi, hai suonato il campanello, come si fa con le persone di servizio. È lì per non farti stancare, perché siamo sicuri di sentirti. Non sei stata tu a volerlo. È un’esigenza di noi che, a turno, ti accudiamo. È che lo porti così bene, quel campanello che scende dalla spalliera del letto!
E l’ora del trucco. È una cosa buona, che tutte le mattine ti lavi, ti metti la crema sul viso, quella che ti mantiene la pelle così liscia. È una cosa buona perché è voglia di vivere. Durerai, finché avrai questa voglia.
Il rossetto, la matita per le labbra. No, l’altro. Ti ho detto l’altro. Non capisci mai.
Lo fai ormai seduta davanti al grande specchio in bagno sopra al lavandino: ti stanchi a stare troppo tempo in piedi.
Dammi lo specchio, ordini.
Non ti capisco subito: stai di fronte a uno specchio grande, luminoso, quale specchio vuoi?
Lo specchietto, precisi stanca.
Ah, lo specchietto. Lo cerco tra i mille trucchi e trucchetti ai lati del lavandino.
Ha il manico, aggiungi esasperata.
Mi aggiungi le informazioni pezzo a pezzo. La prima parola sarebbe dovuta bastare. Anzi, non avrebbe dovuto essere stata nemmeno pronunciata. Avrei dovuto capirlo da sola che, a quel punto, ti serviva lo specchietto, quello tondo con il manico nero, quello con la lente concava che ingrandisce.
È nero.
Mi sale l’agitazione. Non lo trovo. Lo specchietto. Quello con il manico. Con il manico nero. Frugo frugo e non lo trovo. Non sono all’altezza, come al solito.
Siamo tutte e due rivolte verso lo specchio grande: tu seduta da un lato e io in piedi dall’altro lato del lavandino. Il tono delle ultime parole – mi stai ripetendo, e insieme, ben due informazioni: ha il manico, è nero, che mi hai già dato pezzo pezzo e che non mi sono bastate a capire – è sprezzante. Incontro il tuo sguardo sullo specchio grande, mentre finalmente trovo lo specchietto dal manico nero. È uno sguardo incattivito. Il mondo non va esattamente come tu pretendi. È dura, per te, lo capisco. È dura avere a che fare con una figlia che “non sa fare”.
Tu non sai fare. È una delle tue frasi preferite. Una di quelle che mi trapanano quotidianamente da cinquant’anni.
Una figlia di Ogino. Non ti sei fatta nessuno scrupolo di spiattellarmelo. Era un momento di rabbia? Avevo fatto qualcosa di sbagliato? Eri infelice per conto tuo? Non me lo ricordo. Non lo so. Non lo posso sapere. Che importanza può avere? Figlia di Ogino.
Ammiro le tue tecniche, le tue trovate. Pianti il gomito sinistro sul materasso, poggi la mano destra sul pugno sinistro e fai così leva per riuscire a sollevarti. Sei brava, sei ingegnosa, sei intelligente, hai sempre una soluzione. Sul serio. Questo è il meglio che ho ricevuto: l’intelligenza. La capacità di vedere da più punti di vista, di individuare immediatamente il punto debole, l’elemento critico, il fatto che negherebbe la teoria, la strategia. Sei imbattibile, in questo. Avessi avuto un grammo di cervello in meno e un pizzico di cuore in più, che cosa ti sarebbe mancato?
Questa bambina non mi assomiglia per niente, sarà proprio mia figlia? Oh no, non era detto con una qualche aria ammiccante, no: era detto in piena e totale serietà. Il vestitino così ordinario, infatti, mi continuava a piacere. Forse è stata la prima volta che ho rivendicato il mio diritto a esistere. La stoffa era semplice e preziosa: un regalo alle uova fresche della zia da parte della signora – titolare, in città, di un noto atelier – proprietaria della villa in fondo alla strada. La zia ne aveva fatto fare un vestitino per me – dodici anni – di cui ero fiera. Cominciavo a guardare i ragazzi, e i ragazzi mi guardavano, anche se non sapevo che cosa mi succedesse dentro, né perché il cuore certe volte battesse più veloce. Com’è ordinario questo vestitino. Così: ordinario. Non sembra una parola violenta, “ordinario”. Pure, mi travolse. Mi ero preparata per te, che venivi a trovarmi la domenica d’estate, presso la zia, al paese di mio padre. Cercavo la tua approvazione, il tuo consenso, un tuo sorriso. Ordinario. Un vestitino così ordinario. Ancora adesso mi entra nello stomaco e affonda fino a farmi perdere il respiro. Una goccia di Mistral e passa. Non te l’ho detto? Bevo. La sera, per lo più. Qualche bicchierino, niente di che. Mi aiuta a dormire. Non faccio bei sogni, ma almeno dormo.
Accosto. Piove fitto. Siamo su una strada urbana di scorrimento veloce a tre corsie. C’è una piccola reseca che mi permette di fermarmi un po’ in dentro, anche se non abbastanza da scongiurare strombazzamenti irritati. Il tuo corpo sempre più esile è scosso, tra il bacino e il collo, da conati di vomito. Tiro fuori la busta di plastica corredata di doppia busta di carta da pane all’interno – non è la prima volta: sono preparata – dove rovesci il niente giallo che hai mangiato. A un certo punto il rumore del traffico sparisce e restiamo soltanto tu, io, la pioggia sul finestrino. Sento dentro come una lucidità improvvisa, come uno squarcio di verità e mi sto chiedendo ma tu chi sei ma io non ti conosco tu non mi conosci che cosa ci sto a fare io qui potresti essere un’attrice ingaggiata per la parte di mia madre da qualcuno che mi sta facendo questo scherzo da decenni. Continui a vomitare giallo e verde. Il mio cuore è diventato di pietra. È questo, che mi fa soffrire. Sentirmi il cuore di pietra. Non avere altro sentimento che pietà, verso di te.
Non lo accetti. Non vuoi morire.
Qualcuno lo accetta, forse?
Io, lo accetterò?
Dormi.
Sonnecchi, è meglio detto. Ti accarezzo la nuca. Urli come se ti stessi scorticando. La mia mano è fredda, non lo vedo che stai dormendo?
Morirai, e io mi maledirò per queste carezze non date e che non ti potrò più dare, per non essere capace di trovare l’attenzione giusta, il gesto che ti conforti, la parola che ti sostenga, la battuta che ti strappi un sorriso.
Forse è meglio se ti lascio a dormire tutto il giorno, se non sto lì tanto a preoccuparmi delle piaghe e piaghette che spuntano intorno all’attaccatura del femore con l’anca, a cercare unguenti, a battere tutte le farmacie – non avevo idea della quantità sterminata di prodotti esistenti – alla ricerca della benda più adatta. Speravo mi avresti insegnato qualcosa sulla vecchiaia, sull’avvicinarsi alla morte. Lamenti, imprecazioni. Ti aiutano? Non mi pare. Ma forse sì. Devo essere contenta, quando mi tratti al peggio: so che, così, sei viva. Ed è questo che conta, no?
*** *** ***
Hai smesso di respirare quando sono finite le forze. Sono due mesi, ormai. Si finisce così, con l’aria che diminuisce insieme con la coscienza, visto che il cervello riceve sempre meno sangue. Chissà se la scienza ha individuato un ordine in cui gli organi smettono di funzionare e, a mano a mano, si cadono uno addosso all’altro come tavolette del domino messe in fila in verticale.
Mi occupo della tua casa, adesso. Divido, distinguo, seleziono. Lo faccio come un lavoro. Mi piace classificare, ordinare. Mette pace nei pensieri. Gli oggetti prevalgono. Dai preziosi vasi cinesi al coccodrilletto di plastica color canarino che avanza a quattro zampe con lo zzzzz della carica a molla.
La scatola di legno intarsiato che, all’apertura, attiva il carillon di Torna a Surriento. Me lo ricordo, quando cantavi con quella bella voce da contralto e io piangevo di commozione, senza capire perché. Erano Catarì, La vie en rose, quel valzer che faceva se / tu sei con me / la mia vita / più bella / mi appar…
Negli ultimi mesi ascoltavi soltanto il concerto di Aranjuez e piangevi, contenta.
Posso essere meno dura, ora che sei morta? Niente è cambiato, in me. A parte il senso di sollievo, per la fine degli affanni. Dei miei, affanni. Il primogenito sembra più attaccato alle cose dell’infanzia. Gli cedo volentieri ciò che lo attrae.
Più di cinquanta paia di scarpe, alcune delle quali mai messe ai piedi. Non so più quante pantofole. Che cosa ne facevi? Il primogenito ha disposto sul tuo letto a una piazza e mezzo, per dividerla, la bigiotteria – comprata o prodotta: sì, eri brava anche a costruire collane – e, nella sua ossessività, li ha raggruppati per collane, bracciali, orecchini, spille. Spiccano sopra un panno bianco, un mollettone, quella stoffa morbida che si mette sotto alle tovaglie per non rovinare i tavoli. Lo spazio era tutto occupato, la superficie completamente coperta dai brillocchi di ogni genere forma colore e qualità. Uno spettacolo. Come un evento naturale catastrofico, di quelli che spaventano e attraggono allo stesso modo.
La vetrinetta con i mille ninnoli raggruppati per scatoline, ovetti propiziatori, statuine. Non mi è uscita una lacrima, ancora. Al funerale, avevo gli occhi rossi, mi hanno detto. Ma una lacrima, no. Uno dei tuoi nipoti, al momento di chiudere la bara, ci ha voluto appoggiare una delle farfalle autoadesive che avevi sparso per casa.
Le foto le ho lasciate per ultime. Non so se avrò voglia di guardarle. Se non fosse per il primogenito che preme per concludere le divisioni. Farò fare a lui. Prenderò quel che mi toccherà e le terrò chiuse in una scatola.
I lavori a uncinetto. Anche qui eri brava. Erano tuoi i cappelletti stravaganti di Mimì metallurgico. Gli scialli colorati preparati per i nipoti. Le copertine da culla. Le sciallette a triangolo con cui ti coprivi le spalle, a strati.
Sono rimasti questi ultimi cassetti. Tiro fuori una a una le buste di plastica sigillate. Mentre squilla il telefono l’occhio registra un colore noto e, nei bassifondi del cervello, sta cercando di riconoscerlo, mentre liquido l’ennesima, petulante agenzia immobiliare che vuole sapere se la casa è in vendita.
Passo per la cucina e mi sbuccio un’arancia. Senza mai staccare il coltello, senza perdere il filo, in modo che la buccia resti una spirale continua. Perché mi commuove, la buccia d’arancia?
Ne coprivi i termosifoni, d’inverno. Mi piaceva quel profumo e mi scottavo il nasino che non arrivava alla sommità del calorifero. Li rinnovavi, a mano a mano che si incartapecorivano, dopo aver perso gli umori. Li facevi disporre a me, qualche volta, in punta di piedi. Forse mi toccavi, pure, in quella circostanza. Non ne sono certa.
Era con il primogenito che percorrevi a passo di rumba il corridoio, giovane mamma piena di vita compressa, al suono di tarà tarà tarà / tatàratatàtatà…
Pizza-ricotta-oreste-giù, invece, lo facevamo tutti e tre insieme, e io ridevo tanto.
Ricordati che sei figlia di un bersagliere. Sono le ultime parole che hai detto, prima di perdere conoscenza. Te lo diceva tuo padre – nonno Giorgio – nei momenti difficili. E ce ne sono stati.
Ti commuovevi, quando raccontavi di quella volta che il suo squadrone di bersaglieri a cavallo, con tanto di piume sul cappello, a una delle stazioni tra Milano e Torino, si era schierato a salutare il re, che raccoglieva gli omaggi del popolo a ogni fermata. Poi il re era ripartito e lo squadrone, affondando per i campi di riso cavalcando per le colline di vigne rischiando i garretti sulle zolle gelate era arrivato – le divise inzaccherate, le piume impolverate, cavalli e cavalieri stremati – alla stazione successiva un minuto prima del treno e si era disposto a guardia d’onore, con le sciabole sguainate a salutare di nuovo il re. Il quale, infastidito per la trasandatezza, chiese perché fossero così malconci e quando gli dissero sire sono gli stessi della stazione precedente allora emise un eh perbacco li guardò per bene a lungo come a sincerarsi delle facce sorrise e portò la mano destra tesa sulla fronte a salutare come si deve a militari coraggiosi.
Tutto questo mi torna mentre mangio l’arancia. Butto la buccia: non è inverno, non può servire. È stata una prova di destrezza inutile. Che cosa stavo facendo? Ah, sì, l’ultimo cassetto.
Nei tre metri del corridoio sorrido ricordando Signora Prenda Questa Ricotta! Sì Pizzicarolo Quando Ripasso!
Un vestito rosso a camicione. Una specie di turbante dorato. Una mantella celeste polvere, con il collo di visone. Tutte stoffe rimediate sulle bancarelle, che nelle tue mani – e su di te – si trasformavano in abiti vistosi ma non appariscenti, sempre portati da gran signora.
Questa stoffa, invece, è più preziosa. È l’ultima busta.
Quale ignota strategia mi ha guidato? È questo, l’ultimo cassetto che apro. Mi appoggio sulla sedia a dondolo. Non l’ho ancora aperta del tutto. La plastica è spessa, quasi rigida, e quel che si vede attraverso è opaco.
Mi appoggio all’indietro. Forse è la posizione delle palpebre abbassate. Così, posso spiegare le lacrime, mentre a occhi chiusi apro l’ultima busta, lasciando alle mani il compito di riconoscere la trama della stoffa, i ghirigori preziosi, l’intatta leggerezza del cotone di sartoria. I singhiozzi, invece, non li spiego. Forse è il movimento del dondolo, a confondermi. Ma non vanno a ritmo.
L’hai conservato per me, dunque, quel vestitino così ordinario.
