Lei

Quel che andava fatto, è stato fatto.

Sembri dormire. Ti voglio bene. Ti ho voluto bene. Come potrei non volertene? Così tenero, paziente, innamorato. Tenace.

* * * * *

È stata una vacanza meravigliosa. Grazie.

Appena arrivati, la sabbia di coralli sbriciolati.

Il barcone aveva attraccato e spento i motori. Fra le increspature, la luce filtrata dagli alberi, le ombre, ho visto il suo volto riflettersi sull’acqua trasparente che si stava chetando.

Mi hai chiesto premuroso tutto bene? Certo.

Il suo volto riflettersi. Non come se fosse proprio lì. Piuttosto, come se il mare la sabbia il vento le ombre il sole gli alberi si fossero accordati per costruirne l’immagine in quel momento preciso in cui scendevo la passerella.

Stavo per cadere in acqua, per questo mi hai chiesto tutto bene. Avevo già adocchiato i due squaletti, che in un metro d’acqua stanno di punta agli arrivi del barcone, attratti da qualche avanzo. Abbiamo continuato per tutta la settimana a chiamarli squali – figuriamoci: quaranta centimetri l’uno e totalmente inoffensivi – e a far finta di scappare.

Te le ricordi, le tre infermiere romagnole? Le loro risate, i loro gridolini acuti spiccavano, nell’isola colonizzata dall’agenzia turistica tedesca. Alla vigilia della partenza apparivano ben integrate nella festa detta etnica, dove l’unico elemento locale erano i meravigliosi uccelli di carta a cui il cameriere del mattino dava forma a partire dai tovaglioli.

Uno di questi uccelli, di colore lillà, è finito vicino al paiolo dove bolliva quel terribile intruglio di pecora, ha preso la corrente ascensionale di aria calda ed è volato dietro alla capanna della festa. Sono andata a cercarlo. Tu eri impegnato in un improbabile twist con una delle infermiere. Non l’ho trovato, dietro alla capanna. Eppure l’avevo visto con certezza oltrepassare il tetto. Mi sono anche arrampicata sulle cassette di birra. Non tirava un alito. Non poteva essere andato lontano. Mi sono trovata improvvisamente sola. La musica lontana. Lo sciacquio del mare. L’uccello di carta lillà scomparso. Potrebbe essere il titolo di un film, come lo vedi?

Per me era una perdita: ha preso il mio cuore ed è volato via. E ora devo piegarmi in avanti, per non essere sopraffatta da quel grumo irriducibile di dolore.

Mi hai recuperato una mezz’ora dopo, sul pontile, persa tra le stelle della notte magica, come non possono che essere le notti sull’isola tropicale, dove scappiamo a ritrovare i cieli che le nostre città nascondono.

Mi hai chiesto, accogliente, perché piangi. Non so mai risponderti. Sto cercando di scrivertelo. Sto cercando di dirlo anche a me.

Sono stata bene, in quella settimana. Le ore a mollo in un’acqua di qualche grado sotto la temperatura corporea. Senza riuscire a smettere di meravigliarmi per i colori e le forme dei pesci che giocavano a nascondino nei labirinti di foreste compatte di corallo viola, verde, rosso carminio. Ogni tanto rischiavo di affogare per qualche ooohhh che mi saliva prepotente e incontrava il boccaglio.

Ti ritrovavo, tutto incremato, sulla sedia da regista immersa fino alla seduta nel primo mezzo metro di mare, dove ancora arrivava l’ombra dei cocchi, a leggere uno dei quattro – e temevi di aver abbondato – romanzi che hai esaurito in una settimana.

Eravamo tutte coppie. La signora, ti ricordi, alla gita in barca, quella che all’andata sedeva di fronte a noi, aveva il collo a strisce bianche e rosse. Doveva aver preso il sole con il collo ritirato. Come le incredibili tartarughe giganti dalla schiena bombata. Faccio di queste associazioni facili, banalotte, tu le accogli con aria interrogativa come a dire c’è qualcos’altro che mi sfugge? No. È tutto qui.

Nella capanna dove si prendevano le prenotazioni, in queste isole dell’oceano indiano dove vige uno strano socialismo e gli alternativi sono a malapena tollerati, la bandiera con legalize-it e il foglione di marijuana su sfondo di colori giamaicani era esposta a rovescio.

Il tipo – alto, massiccio, pelle liscia, lunghi capelli fluenti – parlava un francese forbito che somigliava a quello che nei film americani mettono in bocca alle grasse signore della Louisiana in odore di riti voodoo. Rapido ed efficiente a smistare la piccola frotta che ogni mattina si accalcava.

Ci portava alla meta del giorno la barca a motore del rasta a lunghe treccioline curate che – il bianco degli occhi mangiato dall’arrossamento tendente al cronico – sfrecciava tra le rocce come un motorino nostrano avrebbe sculettato nell’ingorgo.

La spiaggia era di quelle che non si possono raccontare.

Un semicerchio perfetto. Almeno mille metri. La sabbia lino grezzo chiaro. Agli estremi, granito rotondo. Il colore del granito, e anche le forme, ricordavano certa Sardegna. Schiena di elefante bagnato, quando dà sul grigio. Terra di Siena pompeiana, quando vira al rosso. Luccicoso di piccoli cristalli incastonati.

Dove finiva la sabbia, palme di tutte le specie, alcune delle quali penzolavano verso il mare. E mangrovie, con i rami seghettati e taglienti che, dall’alto verso il basso, si impegnavano a diventare radici. E banani, alcuni con i caschi di frutta rivolti verso l’alto.

E altri di cui non conoscevo il nome, forse magnolie, o somiglianti, che facevano capanne naturali con i loro rami lunghi e flessi in punta verso il basso.

Mi aiutavi a scendere: tenevi fermo il piccolo scafo e mi porgevi l’altro braccio per farmi appoggiare. Il pareo si bagnava tutto alla prima onda. Lì sono lunghe e alte, arrivano lente e ti trovi con l’acqua che dalle caviglie passa alla vita.

Un sogno. Sandro non mi ha mai portato in un posto così. Era un suo modo di dire. Non sono una che si fa portare. In un film ben fatto il protagonista può ben dire ti porto, e le espressioni del volto di lui e del volto di lei in controcampo sono sufficienti a restituirne la valenza complice. In un film di serie B lei preciserà io vado dove decido io, tu non mi porti da nessuna parte.

Faccio di questi giri. Me ne racconto di continuo. Si parla di vestiti, di politica, di arte, di che film andiamo a vedere stasera, e una parola di chiunque, un oggetto che entra nel mio campo visivo, un rumore esterno, un odore, attivano qualche sinapsi e io me ne vado per conto mio.

No, no, non è che proprio me ne vado; resto, resto presente, continuo a seguire, e insieme un pezzetto di me sta altrove, estende l’associazione, talvolta scrive un pezzo di sceneggiatura nuova, talaltra si limita a connessioni visive, giustapposizioni olfattive, e succede che quando rientro lo faccio in modo tale che agli altri appare a sproposito.

L’ultima sera, sull’oceano indiano, mi hai fatto trovare il letto cosparso di larghi petali bianchi.

* * * * *

Avrei dovuto cogliere l’occasione della vacanza esotica e dirti. Non ne sono stata capace. Il tuo affetto lo so. Lo sento. Eppure, nessuno mi potrà più guardare con quegli occhi.

Ora, sembri dormire. Come un pupo contento.

Sono riuscita ad arrivare a te grazie soprattutto a Maria. Ricordi la festa di solidarietà a favore dell’agriturismo che ospitava persone con menomazioni psichiche gravi, dove ci siamo conosciuti? Sapevo che saresti stato lì.

* * * * *

Maria è ricca di famiglia, beata lei. Siamo all’incirca coetanee. Ci conosciamo da sempre.

Maria esprime le sue istanze sociali attraverso la Croce Rossa, dove è una vera potenza, sia per ascendenze familiari – uno zio sottosegretario alla sanità – che per capacità personali, doti di efficienza gestionale e onestà. Mi è stata molto vicina e di grande aiuto. Non dimenticherò che per me ha anteposto l’amicizia alla lealtà istituzionale.

Siamo in tanti. Il vialetto sterrato d’accesso è stretto, tutto ingombro di macchine sui due lati, alcune con le ruote esterne che pencolano sul margine del fosso laterale.

Pioviccica. L’orizzonte ora è gonfio. Il grigio cupo a più strati delle nuvole ha spento la calma delle abetaie intorno.

All’altezza del cancello un banchetto improvvisato per i biglietti d’ingresso: sottoscrizione libera a partire da un minimo che copre le spese del merendanzo.

Così l’ha chiamato l’immaginifica donna Carlotta, che qui governa con piglio manageriale, grande capacità di relazioni umane, politiche e sociali, e sotto un dolore infinito per un figlio bellissimo e adorato che, da quando cammina, senza aver mai imparato a parlare, le si rapporta prevalentemente a calci nelle caviglie.

Carlotta dice, nella sua ironia dolente, che i problemi del figlio dipendono dall’intelligenza dei genitori, che troppo presto hanno imparato il linguaggio dei calci praticato da Mauro. Ora ha diciassette anni e i brufoli di tutti i coetanei.

​— Ciao Gemma, sono proprio contenta di vederti!

​— Quanto tempo, eh!

Ci accoglie così. L’aria severa che naturalmente indossa, stanca della lotta con il mondo per affermare il diritto a esistere pienamente di ciò che ha più caro, non le ha spento il sorriso sincero. Il dolore può chiudere e incattivire le persone, o farle uscire di senno, o aprirle al mondo. Carlotta fa parte di coloro che si sono aperte loro malgrado, che hanno reso ricchezza il dolore.

​— Ciao Carlotta, siamo in tanti, sembra proprio un gran successo! Ti presento Maria.

​— Benvenuta Maria, ti conosco di fama. Ma andate, andate, hanno già cominciato a servire le prelibatezze umbre. Ci vediamo poi in giro.

Intanto fa un cenno a nuovi arrivati. Per ciascuno una parola, un incoraggiamento, un augurio, come se attingesse a un serbatoio senza fine.

Giovani, anziani, nonni, genitori, zii. Tutti con il dovere di vivere il più a lungo possibile e con la stessa domanda dentro: chi se ne occuperà, dopo?

Due piccoli casali ristrutturati come si deve: pietra delle cave della zona tagliata a mano, tetto in tegole anche sulle piccole verande esterne, scalini lavagna, davanzali in travertino. Interni e verande in cotto, mobili di arte povera originali ben lucidati, stampe bianco e nero. Qualche oggetto che dica della cura con cui è stato scelto e messo lì.

Sembrano specchi, quelli che solcano la terra arida di questa stagione finora sterile. Disposti su una spalletta laterale, erano invisibili dal sentierino dal quale siamo entrate.

Sono colpita dai loro riflessi, quando raggiungo il tendone di plastica color latte predisposto per riparare dal sole il tavolo dove vengono appoggiate le pietanze che escono a getto continuo dalla cucina di un casale e dal piccolo forno dell’altro.

Che cosa ci fanno, qui, tutti quegli specchi distesi per terra tra pochi ciuffi in mezzo a zolle dure e rugose?

Ha cominciato a gocciolare. Stavolta sembrano vere. La calca non mancherebbe lo stesso, dato lo scarso perimetro del tavolo in rapporto al numero strabordante di ospiti, ma la pioggerellina che sta insistendo con una certa decisione la esaspera. Mi ritrovo intrappolata, in difficile equilibrio, con in mano un pezzo di pizza rossa: la devo tenere in alto per non spiaccicarla addosso a qualcuno, a rischio, però, di farmi colare addosso qualche pomodorino sul mio bel vestito leggero di lino naturale.

Sono proprio specchi? Mi ci avvio, incuriosita. Rischierei di zupparmi, se decidesse di fare sul serio. Chi se ne frega. A mano a mano che mi allontano dal brusio mangereccio gli specchi sembrano prendere vita e forma. Ce ne sono di rettangolari, rotondi, quadrati, triangolari, a rombo, esagono, losanga, ellisse. Un trattato di geometria piana. Che cosa c’entrano con la festa per i matti? La pizza è venuta proprio bene, me la sto godendo. Dopo quello che è successo i miei sensi, nonché ottundersi, si sono esaltati, hanno acquisito sensibilità e sfumature nuove. Come se il dolore infinito avesse cercato tutte le vie per uscire e per questo avesse allargato tutti i pori e le mucose, rendendo il mio corpo permeabile come non mai.

Qualcuno dice che bello. Non ha capito. Non si rende conto di come ogni carezza possa diventare un passaggio di carta vetrata, di come due labbra appoggiate sul collo con tutta delicatezza possano arrivare come un morso sanguinoso, di come l’accordo più banale di chitarra mi possa squarciare di singhiozzi, di come un profumo appena simile al suo possa sconvolgermi in ogni percezione fino a farmi rimbalzare palline infuocate multicolori tra le pareti del cranio che ancora racchiude il mio cervello pensante.

Perciò, ho dovuto proteggermi, in qualche modo.

Posso godere solo in totale solitudine. Per il resto, ho sempre avuto una bella testa, che lavora molto bene, e ha sempre continuato a farlo, ha sempre mantenuto una sua fisionomia. Mi aiuta molto. Mi aiuta a far sembrare vere quel minimo di sensazioni ed emozioni da mostrare per essere socialmente accettabile e per far in modo che le persone care non si preoccupino.

Non è stato facile, no che non lo è stato. No che non lo è, cazzo. Non è facile per niente.

L’ultimo boccone di pizza è sceso. Butto ai merli una crosta rimasta. Mi giro intorno. È tutto fermo.

Il temporale incombe. Gli specchi sono lì. Mi avvicino.

Ci sei arrivato prima di me. Te ne stai lì da solo, giracchiando. Sapevo già, naturalmente, che ti chiamavi Ubaldo. E sapevo che ti avrei trovato al merendanzo.

Quello che non sapevo è che fossi proprio quel tipo che si aggirava tra uno specchio e l’altro.

Piove.

​— Forse sono stati messi qui per aiutare i goccioloni che scendono a diventare consapevoli di sé.

Ti presenti così, da vero intellettuale. Il sorriso è vagamente stupito, come di chi ne ha passate abbastanza da potersi permettere anche l’autoironia. Ti riconosco immediatamente. No, non dal viso, che è poco somigliante alla foto che Maria mi aveva procurato.

Ti riconosco e basta. È così, ti dico. Poi, osservando meglio, individuo il piccolo neo bitorzoluto – questo sì inconfondibile – sulla destra del mento.

​— Io sono Ubaldo.

Mi porgi gentile la mano. Il mio cervello ha preso saldamente il comando. Te la stringo senza paura.

​— Gemma. Piacere. Che cosa sono quei segni rossi? Sembra rossetto.

Soltanto adesso, lì in mezzo, me ne sono accorta: su ogni specchio segni rossi disposti secondo un criterio, alcuni per lungo, altri per largo, tutti comunque con un ordine evidente, anche se diverso da specchio a specchio.

​— Poesie di donne che hanno perso i loro uomini in guerra.

Lo dici con semplicità. Senza affettazione. Riconosco quel lievissimo tic sull’angolo sinistro della bocca. Non è possibile? Non ci credi? Peggio per te!

​— Ah sì, questa è in francese. Le prime che mi sono capitate sotto agli occhi, e dalla perpendicolare sbagliata, sono queste… è arabo? O ebraico? Chissà.

​— È una mostra che sta girando il mondo. L’idea è stata di un gruppo di donne che si sono ritrovate in un seminario di una controconferenza – almeno così mi pare di ricordare – in occasione di una di quelle cicliche riunioni dei cosiddetti grandi del mondo.

​— Che idea singolare. Perché gli specchi?

​— Chissà.

E sembra che ci siamo detti tutto.

Lo sgrullone è forte. Siamo lontani da ogni riparo plausibile. Ci guardiamo e scoppiamo a ridere. Un lampo – d’intelligenza, intendo – ti attraversa il viso.

Ti chini, sollevi da una parte uno degli specchi – circa diciamo un metro e mezzo per ottanta – che resta piantato a terra sul lato più corto, e mi fai cenno di prenderlo da quel verso.

​— Dai, che ci ripariamo!

Dovremmo apparire piuttosto buffi, se qualcuno ci vedesse: faccia a faccia, le mani alzate a mitigare il peso dello specchio sulla cervicale – ma come facevano le nostre bisnonne ad andare in giro con quelle enormi brocche d’acqua in testa? – sotto al diluvio universale.

​— Beh non va così male, no?

A parte il fatto che il vestito di lino, bagnato, mi fa sentire nuda, no, non va così male. Anche perché è diventata grandine, e i chicchi sono belli consistenti.

Cupo, ossessionante e tuttavia allegro il rumore prodotto da una sequenza continua indistinta e priva di ritmo di sassolini di ghiaccio rimbalzanti su una superficie liscia a pochi centimetri dai timpani.

A mano a mano che si forma uno strato di bianco, il suono cambia: i nuovi chicchi, alcuni incontrano ancora lo specchio, altri sbattono su compagni coraggiosi che li hanno preceduti, altri ancora sono attutiti dai primissimi tornati allo stato liquido.

​— Spaccheranno gli specchi! Ahi!

Ho provato a spostare una mano da sotto a sopra allo specchio, e la scarica che la colpisce mi induce a tornare immediatamente al riparo.

​— Non so, certo che sono grossi, ma se hanno retto finora…

Mi infastidiscono le persone che lasciano le frasi in sospeso.

​— Se hanno retto finora?

Non te la do vinta.

​— Sta già rallentando. Forse è un vero temporale estivo, di quelli che durano poco.

Non ti sopporto: non mi hai risposto.

​— Ecco, ha smesso. Contenta?

Sorridi. Mi hai chiesto se sono contenta. Che cazzo c’entra? Come posso essere contenta? Che razza di parole usi! Tu, puoi essere contento, non certo io! Tu puoi essere contento. A spese mie, puoi esserlo. Già.

Ha smesso.

​— Vogliamo riappoggiare lo specchio al suo posto?

​— Sì, certo.

Sfiliamo da sotto le teste e facciamo entrambi un passo indietro. Non ce lo siamo detti. Avremmo potuto fare un passo di lato e inclinare lo specchio a destra. O a sinistra. Invece, abbiamo tutti e due, insieme, fatto un passo indietro. Io lo faccio per prima, così lo specchio si inclina verso di te e il carico d’acqua che si è raccolto nello spessore della cornice ti si rovescia addosso dal petto in giù.

In questi casi la sceneggiatura dovrebbe prevedere una gran risata dei protagonisti. Invece, la tua espressione mi blocca in viso quello che credo somigli più a un ghigno che a un sorriso.

Hai l’aria preoccupata, non arrabbiata.

​— Mi dispiace tanto, non ci ho proprio pensato.

​— Nemmeno io. Sarebbe potuto benissimo succedere il contrario. Non ti preoccupare.

Ti guardi intorno, ora spaesato.

Lo so perché sei preoccupato. Lo so. So che non dovresti nemmeno essere qui, all’aria aperta. Figuriamoci sotto un acquazzone. E figuriamoci sotto una zuppata di questo genere.

Rimettiamo lo specchio al suo posto.

È tornato il sole.

Le cornici ora sembrano i contorni di uno strano labirinto che scorre tra chicchi di grandine luccicanti nelle loro mille sfaccettature.

Quello che passa da una superficie all’altra, raccolto dagli specchi, spezzato dalle cornici, infine ripreso dai riflessi dei poliedri di ghiaccio, è proprio un arcobaleno.

È stato facile fare amicizia con te. Mi sono tolta le scarpe, per non rischiare di lasciarle imprigionate nella fanghiglia che sta sostituendo velocemente il nitore della grandine, via via che i chicchi si squagliano.

L’afa è tornata totale.

Riconquistata a fatica la sterrata, mi rendo conto di non poter camminare a piedi nudi sui sassi come tra il fango. Guardo sconsolata le mie scarpe di tela e corda dentro alle quali mi toccherà reinfilare i piedi fangosi: che schifo.

​— Bella coppia, non c’è che dire!

Lo dici sorridendo, spostando lo sguardo ammiccante dai miei piedi ai tuoi mocassini incatramati di fanghiglia attraversata da fili d’erba sparsi, mentre mi offri il braccio per farmici appoggiare.

Ho il viso verso il basso, quindi non puoi vedere il mio cambiamento d’espressione.

Coppia!

Come ti permetti.

Coppia.

Lo avverti – credo – da come irrigidisco il braccio.

Che responsabilità avevi, tu? Nessuna. È del tutto ovvio. In effetti non è questione di responsabilità.

Edipo era responsabile? Non lo era. Dunque: niente altro da dire. Basta così. Argomento chiuso.

Mi riprendo. Ho imparato a farlo in modo efficiente e rapido.

Percorriamo insieme il vialetto d’ingresso che ci riporta al centro della festa. Tossisci rauco e profondo. Ti devi fermare un paio di volte a riprendere fiato. Fai per scusarti ma ci rinunci. Una volta ti appoggi a me. Mi dico che dovrei provare pietà.

Gli ultimi metri, sottobraccio. Troviamo qualche cambiamento. Il grande tavolo imbandito sotto al tendone è stato diviso nei tavoli più piccoli che, opportunamente avvicinati, lo componevano.

Ora, le tante buone cose da mangiare sono distribuite su più fronti e si è evitato l’assembramento su un unico punto. Diversi ospiti volenterosi, inoltre, stanno aiutando i ragazzi un po’ in affanno nel trasporto delle pietanze. A volte, basta così poco.

​— Sei così cagionevole?

Ti chiedo, stringendoti appena il braccio di controbalzo all’ultimo tossire, con perfido conforto. Sono diventata proprio brava.

​— Effettivamente vengo da un periodo non facile. Per i medici non dovrei essere qui, in realtà.

Hai un bel sorriso triste.

Mi piaci. Questo non va bene, per me.

​— Scusa, voleva essere una battuta, mi dispiace se ho toccato qualche punto delicato.

Perfetta!

Perfetta.

Ci facciamo portare dalla musica dietro al casale più grande. C’è anche la piscina, lì vicino. Un altro tendone della stessa plasticona solida. Sotto a questo, un quartetto dall’assortimento improbabile: un clarinetto in completo da mimo e una coda di lunghi capelli bianchi a contrasto; un flauto traverso dentro al quale sussurra una donna minuta che – vista da dietro – sembra aver concentrata tutta l’energia nelle braccia e nel collo; un omone di due metri e centocinquantachili abbondanti che soffia con aria soave dentro a uno di quei grossi strumenti a fiato da banda con strane circonvoluzioni dell’ottone; infine, del tutto estranea all’insieme – stanno suonando Schubert – eppure con inattesa armonia di suono, una tastiera elettrica di quelle da complesso rock su cui un ragazzo molto giovane e molto preso sembra suonare più col corpo che con le dita che pure scorrono fluide.

​— È mio figlio.

L’orgoglio che trasuda dalle tre parole ti fa brillare gli occhi.

Vacillo. Tu continui.

​— Non so se ti capita di aver voglia di mollare tutto, insomma tirare i remi in barca, lasciarsi andare e così via.

Lo vieni a chiedere a me. Ma tu senti.

​— Credo di capire.

Stavolta mi guardi dritto negli occhi. Non faccio in tempo. Entri come nel burro.

​— Tu hai figli?

​— No. E con questo?

Sono brusca oltre il dovuto, come ogni volta che sono presa alla sprovvista.

​— Scusami, forse ho fatto una domanda inopportuna. Mi dispiace.

​— Ma no, continua, stavi dicendo di lasciar perdere tutto.

​— Non si può. Non se hai un figlio. Sei costretto a resistere. A lottare anche oltre le tue forze.

Mi guardi ancora.

​— Non so perché ti sto dicendo queste cose. Nemmeno ti conosco. So il tuo nome. Gemma. Vedo una bella ragazza. Intuisco una persona sensibile. Niente altro.

Lo dici come parlando tra te e te.

Il modo che hai di soffermarti. Forse è vero che qualcosa passa, che qualcosa resta. Ma no, la devo smettere con questi pensieri.

​— Ti va di ascoltarmi ancora?

Resto come una cretina. Ho paura. Sento i muscoli irrigidirsi.

​— Sì, certo.

Capisco, dall’altra tua mano che batte leggera un paio di colpetti sulle mie che ti stanno stritolando il braccio, che ti è arrivato altro, oltre al tono di voce che mi è uscito come se fossimo a un cocktail in cui si parla del tempo e dell’ultimo film.

​— È stato a una festa di compleanno di una cara amica. I quarant’anni volle festeggiarli in un locale, con complessino, catering di prim’ordine, torta con quaranta candeline quaranta e tutto il resto.

​— Continua, ti prego.

​— Mi sono molto divertito, tra tanti amici e persone care, alcune che non vedevo da tanto tempo. Sapevo già che senza un trapianto mi sarebbe rimasto poco. Forse un paio d’anni. Forse qualche mese. Ero sereno. Sentivo di aver vissuto bene. Vedevo una quantità di belle ragazze e signore ballare con movenze flessuose, aggressive, morbide, elastiche, mi godevo la musica anche da seduto – non ce l’avrei fatta, a ballare – facendomela scorrere addosso. Puoi sentirla passare nel sangue fino ai capillari, certe volte. A te capita?

​— Sì.

Non riesco a dire altro. So di che cosa parli. Lo so. Ho paura. Sta tornando. Ho paura di andarmene. Parla ancora, Ubaldo, parla ancora, ti prego.

​— La musica. Tante persone lì mi volevano bene, ci scambiavamo sorrisi, non di quelli formali: sorrisi veri, carezze affettuose senza doppi sensi.

Sorridi. Sei irresistibile, tra il malinconico e il saggio.

L’interno della guancia sta sanguinando. Finalmente. Il sapore del sangue mi fa tornare. No: non è dolciastro, il sapore del sangue. È dolce. Dolce. Il sapore del sangue è dolce. Con quello di maiale ci si fa il sanguinaccio, che sa di cioccolata.

​— Continua.

Ora sono attenta. Vigile. Come si deve.

​— Sicura che non ti sto annoiando? Questi uomini che parlano sempre di sé stessi… Ti sto raccontando qualcosa di personale, di cui non ho mai parlato. Anzi, prima non mi sarebbe nemmeno passato per la testa.

Non stai cercando di rimorchiarmi. Oddio.

Oddio. Penso oddio come se ci credessi. Lo penso dentro a un singhiozzo.

​— Va avanti.

​— In quel momento ho pensato che avevo avuto una vita piena, che il mondo mi aveva riempito e chi se ne importa se stavo per morire.

Ti giri a sputare dentro a un fazzoletto raggrumato.

​— Sei diventato tutto bianco.

​— Scusa. È in quel momento che il mio corpo è attraversato da un assolo di tastiera. La musica, semplicemente, mi riporta a Lorenzo – è il nome di mio figlio – che, lo vedi, suona la tastiera. E tutto svanisce. Se ne vanno i pensieri di morte. O meglio: sono sopraffatti.

Mi appoggi la mano sulla mano che ti sta sottobraccio.

Stavolta, sei tu a stringere.

​— È tutto qui.

Conclude. Sembra scusarsi. Temo di non farcela.

​— Ci vediamo dopo, scusami.

Scappo verso il casale piccolo. Corro inciampo mi perdo una scarpa la rimetto saltellando su un piede solo non ci riesco sì alla fine entra e dai! Senza fiato. È una festa di matti, no? Non c’è niente di strano se corro così. Non sono sicura se sto cercando Maria, o donna Carlotta. Non so se voglio incontrare un viso amico o tapparmi da qualche parte so soltanto che devo arrivare al casale piccolo. È un obiettivo chiaro, definito, senza ambiguità. Il casale piccolo è un edificio di mura di pietra del luogo, cotto, tegole, è qualcosa di solido concreto che sta proprio lì e in nessun altro posto. Mi appiccico al muro ruvido con le braccia aperte e lo percorro a palmi – come se volessi assicurarmi che ci sia tutto – fino allo spigolo.

Devo arrivare al bagno. L’atrio è pieno di gente tutti parlano si girano si toccano che cosa fanno tutti lì ah sì una con l’aria da dama di san Vincenzo vende – sempre a beneficio dell’Associazione – piccola bigiotteria artigianale costruita con materiale povero collane bracciali spille di cannucce da bibita multicolori attache bottoni rondelle guarnizioni di gomma la tipa non ci capisce niente con i soldi e sta minuti interi a contare e ricontare i resti a scusarsi di essere poco pratica certo la spesa gliela fa la cameriera filippina ecco la porta del bagno sta dietro di lei proprio qui si doveva mettere a ostruire il passaggio cazzo e dai ‘sto resto e fammi passare bene ce l’hai fatta finalmente scansati tu scusa sì devo solo andare in bagno sì sta proprio lì dietro sì si può passare solo da qui se no che credi Gemma sento chiamare ma ormai ho acchiappato la maniglia è chiusa cazzo cazzo e adesso come faccio no bisogna non solo abbassare bene la maniglia ma anche spingere più forte col ginocchio si è aperta bene eccomi dentro richiudo metto il catenaccio.

Mi siedo sulla tavoletta abbassata della tazza.

Appoggio la schiena alla parete. Lascio scorrere tutte le lacrime che hanno voglia di uscire. Non ho bisogno di controllare i singhiozzi perché, nonostante l’affanno, non ce ne sono. Porto la mano destra tra le gambe aperte e mi tengo la fica tutta stretta nel palmo.

* * * * *

Tu non sai niente, di Sandro. Non hai mai chiesto. Non ho mai capito se per discrezione o disinteresse.

Ti avrei detto che erano stati anni di vera felicità. Felicità. Nel medioevo si dilettavano di questioni come se fosse preferibile aver provato l’amore e averlo perso o non aver mai provato l’amore.

Che cosa hai trovato tu, in me, che ti fa sopportare i miei cambiamenti di luna, i miei blocchi emotivi, questo corpo che desideri e che non risponde mai come ti piacerebbe? Non lo capisco. Non lo capisco proprio. Forse è il mio essermi perduta? È il buco nero che ho imparato a compensare bene ma che forse tu hai percepito, ad attrarti? Volevi salvarmi? Volevi conoscermi?

Ti guardo. Il respiro sta rallentando. Posso bere anche io, andrà tutto bene.

* * * * *

Sembra che gli ultimi modelli abbiano la stessa struttura dei veicoli corazzati militari. Era un gippone.

Uno di quegli attrezzi larghi alti luccicanti, con le ruote grosse dall’aria snodata assemblate per superare pendii erbosi e rocce improvvise. Circolano per lo più nelle grandi città.

La telefonata della poliziotta mi è arrivata sotto alla doccia.

​— Parlo con Gemma Donati?

La voce è severa e cordiale, con accento professionale.

​— Sì, chi parla?

​— Sono Barbara Conti, ispettore del Commissariato San Paolo. Mi ascolta?

Ricordo parola per parola. Notai con fastidio, mentre tutta sbilenca cercavo di non scivolare e insieme di infilare la seconda manica dell’accappatoio, che disse ispettore, non ispettrice. Apprezzai il mi ascolta finale: l’interlocutore ha ricevuto una telefonata dalla polizia, come reazione immediata si preoccupa, pensa a mille cose brutte, facciamolo tornare all’adesso.

​— C’è stato un incidente. La sto chiamando perché il suo nome sta nella prima pagina dell’agenda del signor Sandro Montani.

​— Che cosa è successo, come sta? Perché non mi telefona lui?

Sono allenate a queste domande. Sanno come rispondere.

​— Signora Gemma, io non ho informazioni dirette sull’accaduto, sono stata incaricata di rintracciarla e di comunicarle che il sig. Montani è al pronto soccorso dell’ospedale San Camillo. Le è possibile recarvisi?

L’ultima frase è operativa. Mi fa concentrare su un fare specifico. Su un luogo definito. Posso andare adesso al pronto soccorso del San Camillo? Brava.

È morto. Non mi ha detto neanche qualcosa di genericamente tranquillizzante come sta bene, non si preoccupi, non è grave. È morto. Sandro è morto. Sta al San Camillo. Al pronto soccorso.

Però, se sta al pronto soccorso, lo stanno soccorrendo. Lo dice la parola stessa. Forse allora ha solo avuto un incidente, magari grave, sì grave perché mi chiama la polizia che ha letto il mio nome sulla sua agenda, se no mi avrebbe chiamato lui, lo sa che mi preoccupo se mi chiama qualcun altro. Perché allora questa stronza non mi dice niente di come sta?

​— Vado subito. Al pronto soccorso del San Camillo mi ha detto, vero?

​— Sì, signora.

Attacco. Nemmeno grazie, le dico. Saranno abituate. Mi infilo qualcosa, parto con i capelli bagnati.

* * * * *

Dormivo sul lato destro. La gamba destra allungata e la sinistra ripiegata in avanti, senza andare del tutto supina. Sandro si avvicinava da dietro, mi passava il braccio destro tra spalla capelli cuscino e affondava la mano sul seno sinistro. Metteva le gambe ad aderire. La mano sinistra incrociata sul seno destro completava la fusione. Lo sentivo crescere dietro alle mie cosce in accordo con i capezzoli sotto alle sue mani. Era il momento della meraviglia.

Volavo beata. Aspettavo. Rimandavo di soddisfare la voglia di girarmi e scambiare le salive, esplorargli la schiena, arrivare al culetto sodissimo e tirarlo a me per sentirlo strofinarmisi duro sotto all’ombelico e farmi fare il solletico ai seni dal petto peloso. Aspettavo.

Aspettavamo. A lungo, soltanto una pressione delle mani a impastarmi i seni, il respiro sul collo, e io un adattare la posizione in modo da allargare le natiche, ad accogliere nel migliore dei modi quel bastone che mi pulsava addosso come un cuore innamorato. Continuavamo lenti. Mi faceva male stringendo tra pollice e indice la punta del capezzolo ormai proteso sul seno gonfio, e il dolore arrivava, trasformato in invocazione, direttamente tra le cosce. Era il segnale che pollice e mignolo si sarebbero avviati con mosse da granchio verso il bottone più alto della camicia da notte e, quando ci fossero arrivati, lo avrebbero slacciato con grande circospezione. Un brivido tondo, lungo l’attaccatura dei capelli. Mi faceva impazzire di attesa, mi rubava il respiro con passaggi improvvisi di ritmo, come quando si soffermava con tanti tocchettini in punta di lingua sull’esterno dell’orecchio, dove una stretta striscia carnosa accoglie la cartilagine, e ci girava intorno finché non la azzannava tormentosamente con il canino aguzzo.

Mi sfilava la camicia da notte. Lento lento me ne faceva assaggiare i bordi per tutta la schiena. Reprimeva con fermezza qualche mio tentativo di liberarmi con un solo gesto aprire le cosce e prenderlo finalmente dentro e continuava passo passo a far salire il merletto strofinandolo su ventre petto collo. Poi tirava via una manica, l’altra. Infine, pianissimo, via dal collo. Finalmente nuda potevo respirare appieno, graffiare il materasso, cercarvi inesistenti protuberanze dove potermi strofinare.

Sentivo il suo odore forte e peloso. Sentivo anche il mio odore. Stavo per scoppiare di desiderio. Mai mi faceva arrivare oltre il necessario. La sua mano giungeva al momento giusto. Partiva dalla spina dorsale, indice e medio camminavano passo passo verso la fenditura tra le natiche, ci indugiavano a misurare quanta pressione potesse essere necessaria a passarci in mezzo, vi avanzavano strisciando, fino ad adottare un movimento circolare quando arrivavano al primo buco, che si contraeva e si apriva con pulsazioni che non ero in grado di controllare. Restavano, le sue dita, a giocare lì e intanto io mordevo il cuscino per non urlare e le mani tormentate mettevano alla prova la resistenza del cotone. Non era ancora la pace, ma un sollievo che mi allentava gli addominali doloranti quando me la prendeva nel palmo, tutta intera, sognante.

* * * * *

Al pronto soccorso trovo già i genitori di Sandro.

Ci abbracciamo. Sono imbufalita: che diritto avevano di arrivare prima di me?

Avrei dovuto riflettere meglio su questo pensiero.

Fu quello, l’inizio.

Il dottorino si avvicina premuroso, partecipe, con l’aria efficiente. Razionale ed emotivo. A suo modo, è bravo. Ti avvolge con la sua umanità.

​— Voi siete i genitori?

​— Sì, come sta?

Ha risposto il padre. La madre gli sta aggrappata a un braccio.

​— Lei è la moglie?

Ha detto “è”. Non: “era”. È vivo! Ho tutte le antenne attivate. Bene. Non mi sfugge niente. Non mi deve sfuggire niente.

​— Sono la compagna. Voglio vederlo.

​— È in condizioni molto gravi. Le hanno detto dell’incidente?

Ha detto solo è in condizioni molto gravi. Non ha aggiunto stiamo facendo il possibile per salvarlo. Nemmeno non si può ancora fare una prognosi.

È morto e non me lo vuole dire.

​— Non so niente. Mi ha telefonato la polizia e mi ha detto di venire qui. Quaranta minuti fa. Ora io ho esaurito tutta la mia calma e la mia pazienza e lei adesso per favore mi dica qualcosa invece di farmi stupide domande!

È abituato agli sfoghi. Non lo sfiorano. Un professionista vero. Mi risparmia un qualsiasi si calmi o stia tranquilla.

​— Capisco la sua agitazione. Al posto suo anch’io sarei molto agitato.

I corridoi sono ciò che rende gli ospedali tutti simili tra di loro. Grandi finestre e sedie con quattro zampe di metallo cromato – di solito con puntine di ruggine a disposizione casuale – e due sostegni, sempre di metallo cromato ruzzinoso, per la spalliera di formica verdina.

Sedile di formica. Verdina. Leggermente concavo. Con il bordo anteriore che ti sega le cosce, se ti ci siedi.

Siamo in piedi nel corridoio. In fondo, una doppia porta a vetri con a fianco un citofono e sovrastata dalla scritta TERAPIA INTENSIVA.

​— È stato un brutto incidente.

Fa qualche passo verso le sedie lungo la parete.

Sono costretta a seguirlo. Mi fa cenno di sedere. Mi siedo. Si siede anche lui.

Lo so, me ne rendo conto. Sto parlando al singolare. Come se ci fossi soltanto io. Come se i genitori di Sandro non ci fossero. È stato quello, l’inizio. Li sento nemici. Vogliono portarmi via Sandro.

Si sono seduti anche loro.

​— Dov’è? Sto per avere una crisi isterica, se ne rende conto?

​— È lì dietro.

Fa cenno verso la porta a vetri. TERAPIA INTENSIVA.

​— Mi ascolti, la prego. Poi, se vuole, potrà vederlo. Vuole ascoltarmi?

È bravo. Mi ha dato il minimo dell’informazione per non farmi scoppiare e ha ripreso il controllo.

​— Sì.

Mi appoggio allo schienale di formica verde. I pugni stretti appoggiati ciascuno su una coscia si sono sciolti e raccolti in due mani giunte tra le gambe allungate in avanti.

​— L’incidente è avvenuto in città, a un incrocio. Sappiamo soltanto che un gippone lo ha preso sulla fiancata sinistra. Hanno i paraurti rinforzati: maggiore sicurezza per chi ci viaggia sopra, maggiore rischio per chi ci incappa. La dinamica dell’incidente non è del tutto chiara, ma a questo penserà la polizia.

​— La prego, mi dica se è vivo.

Ho perso la mia baldanza e il tono da cittadina che giustamente pretende. Imploro. Come dev’essere. Sono bravi.

Si rivolge anche ai genitori.

​— Signora, le faccio portare un bicchier d’acqua?

Solo per la mamma. È un’offerta stupida. Non c’è nessuno, nei paraggi. Chi porterebbe un bicchiere d’acqua? Comunque, sa benissimo che risponderà di no. È inebetita, non ha le forze per domandare, ma anche lei vuole soltanto sapere.

​— Ha riportato fratture multiple e sfondamento della base cranica. Lo teniamo in vita con la respirazione artificiale.

Pausa. Ci osserva. Aspettiamo ancora qualche parola.

​— Devo dirvi che è clinicamente morto.

Sono ancora vigile. Mi tiro su. Ha detto lo teniamo in vita. Ha detto clinicamente morto. Come fanno a tenerlo in vita se è morto? E come fa a essere morto se lo tengono in vita?

​— Che cazzo sta dicendo? Che cazzo sta dicendo? Che cazzo sta dicendo?

​— Calmati Gemma, calmati, ti prego.

Ho urlato. Il brusio dell’ospedale si è azzittito. Il papà di Sandro mi ha messo una mano sulla spalla. L’ha appena appoggiata, senza forze.

Nemmeno mi giro. Guardo dritto negli occhi chi mi sta dicendo che Sandro forse è morto. Forse. Forse no.

​— Mi scusi. Mi scusi.

Sono ancora una cittadina educata. Chiedo scusa.

​— Non si preoccupi. Capisco la sofferenza che prova.

Capisci la sofferenza che provo? Tu capisci la sofferenza che provo? Tu te lo sei mai sentito entrare dentro al momento giusto, poco prima di essere esausta dopo ore di carezze? Tu lo hai mai preso, quel gustosissimo cazzo, in bocca? Tu l’hai mai leccato per lunghissimi minuti di dritto di rovescio di sopra di sotto intorno al prepuzio lungo il canale del glande sotto alle palle a cercare dove si innesta – duro anche lì – all’interno del blocco pelvico? Tu sei mai stata scopata come una dea? Tu l’hai mai assaggiato il sapore di mandorla dello sperma che, dopo aver fiottato lontano i primi zampilli, esce a gocce sempre più piccole a mano a mano che rallento il movimento?

Tu l’hai mai sentito ridere a lungo di pancia dopo essere venuto insieme con me, e abbracciarmi e tenermi stretta a sé finché non mi passava il tremito convulso che talora mi prendeva dopo l’orgasmo, con il corpo che tornava incredulo da territori sconosciuti?

​— Lei capisce la sofferenza che provo. Grazie. Le sono grata. Davvero. Lei capisce anche che mi ha appena detto che Sandro è vivo e che Sandro è morto!

Il papà ora mi stringe la spalla con più forza. La mia voce è diventata stridula e antipatica.

​— Ha ragione, le chiedo scusa se non mi sono ben spiegato.

È dispiaciuto davvero. È dispiaciuto per la sua professionalità. Non è stato all’altezza. Sta archiviando le informazioni per poi studiare quale sarà la risposta migliore da dare, la prossima volta che gli ricapiterà un tipo come me.

Sono esausta. Il papà e la mamma di Sandro si tengono per mano, dispersi sulle sedie lungo il corridoio.

Sposta la sedia in modo da averci tutti e tre di fronte, anche se così occupa metà corridoio. Ci guarda tutti e tre in viso. Solo ora noto la cartellina blu che ha poggiato sulle gambe, in posizione che le mamme di una volta avrebbero chiamato, per le loro figlie, composta.

​— Purtroppo vostro figlio – suo marito, signora – non ha alcuna possibilità di ripresa.

Suo marito. Insiste. I genitori sono sempre più persi. Io sempre più disperata e arrabbiata. Perché questo dottorino compunto non mi dice che la situazione è molto difficile ma che un’equipe composta dai migliori specialisti del mondo sta facendo tutto il possibile per salvarlo? Lo salverebbero, ne sono sicura. Sandro è forte. Lui vuole vivere.

​— Quando è arrivata l’ambulanza – l’intervento è stato tempestivo, pochi minuti dopo l’incidente la nostra squadra era lì – la situazione si è presentata subito disperata. Durante il tragitto il medico e l’infermiera sono riusciti a mantenere il battito cardiaco e la respirazione. Appena è arrivato lo abbiamo intubato.

​— La prego, mi dica se parlerà con me ancora.

È la mamma. Una voce sfibrata eppure decisa.

Le rivolge lo sguardo. Finora ha parlato con me. Sembra sollevato.

​— Mi dispiace, signora, non potrà più parlarle. Come dicevo, è clinicamente morto. Significa – scusate ancora se poco fa sono stato impreciso – che il cervello ha smesso di funzionare.

Ora abbassa lo sguardo. Non capisco. Si vergogna? È imbarazzato? Che cosa sta per dire? Sceglie le parole.

​— L’impatto è stato violentissimo. La scatola cranica è stata danneggiata profondamente. Nessun miglioramento è possibile.

Attoniti. Come siamo? Come sono? Disperata? No. Piena di rabbia? Nemmeno. Non ancora. Smarriti.

La parola esatta è smarriti. Io, di sicuro sono smarrita. Persa. Ho ancora energie. È che non sento più il mio corpo. Mi guardo intorno e vedo il papà di Sandro, la mamma di Sandro, i loro visi belli e dolenti che si cercano. Io non posso cercare Sandro.

O forse sì. La porta a vetri. Sta lì. Ha detto che posso vederlo. Voglio vederlo.

Ma io ho capito dove vuole arrivare il dottorino. Non ci voglio ancora credere, ma ho capito. Le so, queste cose. Maria, la mia migliore amica, è una dirigente della Croce Rossa. Le so, queste cose, io. Le so.

* * * * *

Ci eravamo conosciuti a Barcellona. Al concerto d’inaugurazione delle olimpiadi. Sedevamo vicini, per caso, quando sono entrati in scena. Tutti e due in nero. Una coppia più incredibile non avrebbero potuto assortirla. Da una parte l’eleganza flessuosa, la sfrontatezza fiera fatta persona. Dall’altra, un bel viso sopra a più di cento chili nascosti da drappeggi che scendono dal collo a terra. Sì, gli effetti di luci erano ammirevoli, la scenografia superba. I fuochi d’artificio. Ma avreste dovuto esserci, quando hanno cominciato a cantare. Avreste visto la musica impadronirsi di quei due corpi e tenderli. Avreste dovuto esserci, ad ammirare la nota sospinta da una gamba appena avanzata, con le armonie intonate al garrire del pantalone sul ginocchio, e sareste stati trafitti dal semplice gesto della mano di lei, a liberare dal seno pieno acuti rotondi e morbidi e di una violenza travolgente.

Cantava da ferma, con pochi movimenti delle braccia. Lui solcava la scena ma sempre con un rispetto totale per la voce lirica che impastava con il suo urlo rock.

Era troppo per ciascuno dei due, da assorbire da soli. Ci raccontammo, poi, che entrambi avevamo chiuso gli occhi, per meglio farci scorrere la musica dentro. Non so dire se Sandro mi prese la mano o se fui io ad appoggiarmi sulla sua. Ce le stringemmo fino a farle indolenzire per tutta la durata di Barcelona, con le lacrime agli occhi e il petto che scoppiava.

Non so se abbiamo più sentito qualcosa di così intenso, doloroso e gioioso.

Questa era la sensazione che provavamo, come se il dio della musica fosse sceso dall’Olimpo, avesse preso quei due per mano e avesse fatto, per qualche minuto magico a cui avevamo la fortuna di assistere, un solo corpo e una sola voce perfetti da due cantanti ciascuno meraviglioso nella propria umana parzialità.

Mi portò a vedere le case di Gaudi. Mi mostrò la scala di legno a forma di schiena di drago; gli azzurri nella chiostrina, sempre più scuri a mano a mano che si saliva, in modo che la luce più intensa in alto li temperasse e apparisse un celeste uniforme; un mondo incredibilmente privo di spigoli; pesanti finestre con contrappesi che ne rendevano comunque leggero eppure sicuro il movimento; porte con griglie d’aria a scomparsa; camini multicolori da cocci di bottiglia e materiale di risulta; archi gotici di straordinario biancore. Non ne sapevo niente, io, di Gaudi. Mi raccontò come costruisse con la creta i modelli delle facciate e li mostrasse agli artigiani affinché li realizzassero, via via che il lavoro procedeva.

Passeggiando per le ramblas, tra mummie che si piegano a novanta gradi al suono del soldino che batte nel barattolo, ciclisti in surplace, imbianchini caduti con l’espressione ferma nel momento dello stupore, madonne pronte a piangere e a benedire, pugili in guardia, fachiri e saltimbanchi e una compagnia di breakdance che spaziava dalla Giamaica al Mali alla Svizzera.

Sandro raccontava Gaudi come se fosse stato suo padre. Mi colpì il dolore che sentii attraversarlo quando ne descrisse la stupida morte: messo sotto da un tram. Così mal vestito – da anni si era rinchiuso nella Sagrada Familia, a guidarne instancabilmente l’opera infinita – che fu identificato solo dopo qualche giorno.

​— Dai, facciamo i mimi pure noi!

E già aveva preso, dalla pila davanti al mercato in quel momento chiuso, un paio di cassette vuote, le aveva rovesciate, ci eravamo saliti. Due mani intrecciate, l’altra sua sul mio fianco l’altra mia sulla sua spalla: un movimento di danza. Nessuno si fermò a guardarci. Il bacio che seguì durò poco, perché una delle cassette non resse e ci andò bene che riuscissimo a rimanere in piedi, interi, in preda a una risarella sfrenata che si interruppe solo quando mi abbracciò con tanta dolcezza e mi poggiò le labbra sui capelli mentre mi eccitavo dell’odore del suo petto ed ero turbata dal battito a mille del suo cuore.

* * * * *

Il dottorino mi guarda interrogativo: da dove può venire questo sorriso luminoso che mi sta travolgendo?

​— Il mio compito non è facile. Vostro figlio – il suo compagno, signora – è clinicamente morto. Significa che il cervello ha, irreversibilmente, smesso di funzionare.

Si è ricordato che sono la compagna, non la moglie. Significa qualcosa?

​— Allora perché lo avete intubato, quando è arrivato qui?

Mi appiglio ancora. Con violenza. Poi, torno sulla terra. Con un filo di voce.

​— Perché non lo avete lasciato morire in pace?

La mia interruzione gli arriva inaspettata. È scosso. Si riprende. È bravo.

​— È nostro dovere fare di tutto, prima di arrenderci alla morte. Il fatto è che vostro figlio – il suo compagno, signora – non soffre. Non ha alcuna sensazione. L’elettroencefalogramma è piatto. Significa che il cervello non riceve e non manda nessuno stimolo rispetto al resto del corpo o al mondo esterno.

Suo marito, signora. Il suo compagno, signora. È diventato un intercalare. I genitori di Sandro ora sono attenti. Hanno attinto alle energie di riserva.

Nessuno stimolo. Però il cuore batte. Respira. Se no direbbe che è morto punto e basta. Non che è clinicamente morto. Clinicamente. Che razza di parola da associare alla morte.

​— C’è poco tempo.

Poco tempo? Poco tempo per che cosa, dottorino? Che cosa stai cercando di dirci, eh? Lo so dove vuoi arrivare, ma non te lo permetterò.

​— C’è poco tempo per prendere una decisione. Sandro può significare la vita per altre persone che soffrono, alcune da tanti anni. Era un individuo forte, sano. Il suo cuore può salvare una vita. Anche i suoi reni. I suoi occhi possono ridare la vista.

Si ferma. Lo sguardo che passa dagli occhi del papà a quelli della mamma di Sandro. Me, mi evita accuratamente.

Ha detto “era” un individuo forte. Non “è” un individuo forte. Passo passo ci conduce.

​— Avrete capito che mi riferisco al possibile trapianto di organi. È necessario il vostro consenso. Voi sapete quale opinione aveva Sandro? Se fosse favorevole a salvare altre vite?

Vigliacco. Se fosse favorevole a salvare altre vite.

​— Me lo porto a casa. Lo curo io.

Lo dico con un filo di voce. Il papà di Sandro, che mi siede vicino, mi poggia, protettivo, ancora una mano sulla spalla. La scanso. Non lo guardo. Fisso il dottorino con aria impunita.

​— Ho detto che me lo porto a casa. Lo curo io.

​— La capisco, signora…

​— Piantala di dire che mi capisci! Piantala! Piantala! Maledetto! Piantala di capirmi! Smettila! Vuoi smetterla di capirmi? Come cazzo puoi capirmi, tu? Che cazzo capisci, tu?

Non ricordo altro.

Il seguito me lo hanno raccontato. Maria, che avevo chiamato mentre guidavo verso l’ospedale, è arrivata che ero appena crollata a terra. Mi hanno ricoverata, dato qualche sedativo. Maria ha fatto in modo di farmi assegnare una stanza singola. La mattina dopo mi sono svegliata abbastanza tranquilla.

C’è Maria, vicino a me.

Anche i genitori di Sandro sono ai lati del mio letto. Non c’è stato verso di mandarli via.

Guardo Maria. Dentro di me la ringrazio per non avermi chiesto come ti senti. Mi stringe la mano. Al mio sguardo interrogativo annuisce triste e abbassa gli occhi.

Guardo i genitori di Sandro. I loro occhi sono colmi di speranza.

Sono confusa. Mi giro ancora verso Maria. Le sto facendo male per come le stringo la mano.

​— Dov’è? Come sta?

La mamma di Sandro, nel suo tailleur beige, si alza per avvicinarsi. Il papà di Sandro, abbandonato sulla schiena, le braccia allungate verso terra, mi guarda addolorato.

Risponde Maria.

​— Sandro è morto, Gemma. È morto all’istante, nello scontro. Non ha sofferto. I genitori hanno voluto che…

La fermo con un gesto della mano. Le accarezzo il bel viso.

​— Falli uscire, Maria, per favore, sono tanto stanca.

Mi stendo. Non rispondo al loro saluto. Guardo il soffitto bianco, liscio, rifatto da poco. Mi ci specchio per non so quanto. Mi alzo. Mi rivesto. Dico va tutto bene all’infermiera premurosa. Ringrazio Maria.

Non li ho più chiamati. Non ho risposto ai messaggi che mi lasciavano nella segreteria telefonica.

Non li ho più visti.

Non lo hanno fatto morire tutto. Perciò, non sono andata al funerale.

* * * * *

Con te, sono stati due anni sereni, te ne ringrazio.

Sbilanciati: perché io so che è di Sandro il cuore che ti ha fatto vivere. Tu, no. Tu, non lo sai. Tu, sai soltanto che è il cuore di qualcuno.

Al Merendanzo, volevo solo vederti.

Ma è andata così. Maria non si perdona di avermi aiutata a trovarti. Non ci vuole frequentare, insieme, combattuta tra la compassione per il mio dolore e la rabbia per la mia stupidità. Pazienza.

Ora, mi sdraio vicino a te.

Ci ho provato. Se un dio c’è, sa quanto ci ho provato. Devi credermi, Ubaldo: ce l’ho messa tutta.

Ma non ce l’ho fatta.

Non ce l’ho fatta a perdonarti di essere vivo. Nemmeno me, ho perdonato.