Lei

Nevica. Neve bianca bianca.

Sta suonando la nostra canzone.

Ho tanto freddo.

La mia fronte brucia.

Sono dolci. Queste lacrime sono dolci. Sento la tua mano che mi sostiene la nuca e mi bagna le labbra.

Acqua e limone.

Nevica.

Tu non ci sei. Non ti voglio vicino a me.

Perché suona ancora la nostra canzone?

Dove mi sta portando? Su quella spiaggia dove eravamo solo noi due e qualche ramo portato dal mare e secco di vento. Vicino a quel ruscello con l’asino dall’altra parte che starnazzava, la radiola mista a sassi e sabbia che suonava la nostra canzone ogni volta di nuovo. Le nostre risate.

Ma nevica. Fa freddo.

Non ho mai visto la neve insieme con te.

Né la vedrò, insieme con te.

E nemmeno voglio vederla, la neve, insieme con te.

A fiocchi grandi, che non si poseranno mai per terra, che non diventeranno mai pupazzi di neve.

Meglio tu fossi morto.

L’ho desiderato tante volte. Tante volte, prima di dormire, ti ho schiacciato e calpestato e spaccato le ossa e sparso le tue membra. E un attimo dopo ho pianto per te. Disperata ho raccolto i tuoi arti sanguinolenti e sfibrati e li ho rappezzati e ti ho curato.

Mentre gemevi e rantolavi e sputavi sangue io ero l’unica vicino a te l’unica che poteva salvarti ed ero fiera di accudirti e tenerti al calduccio soli noi due in una baita col fuoco del camino a prepararti pappette a controllare il tuo respiro a toccarti sul petto forte quando tremavi a far scorrere le mie dita tra i peli folti e i capelli ricci.

Non ho mai visto la neve insieme con te.

Era su una spiaggia, era su una spiaggia che ti svegliavo giocando con i tuoi riccioli e tu capivi e mi facevi sdraiare a pancia in sotto e preparavi con cura la mano oleata e mi spalmavi tutta con lentezza, passando e ripassando e la mia pelle ansimava al tocco del tuo palmo sull’incavo delle mie ginocchia e giocavi ad arrotolarmi il costume e io trattenevo il respiro e il cuore mi si gonfiava dentro e tu giocavi con i miei piedini da pianista, così dicevi.

Non ci sei. Non ti voglio.

Nevica. Neve bianca bianca.

E la nostra canzone.

Perché non sei qui con me?

Ti chiamerei con il palmo aperto: toc toc sulle coperte.

Scanserei le gambe verso il muro e tu potresti sedere qui sul letto.

Potresti raccontarmi una storia. Una di quelle storie che tu inventavi con me protagonista.

Dicevi io sono piccola e ho tanta paura del bosco profondo… e mi stringevi a te e io mi sentivo tremare tutta intera e piangevo dalla felicità che mi saliva dalla punta del piede sù sù e mi scoppiava dentro e tu continuavi …ma ci entrerò fiduciosa perché il mio amore è forte e ritroverò il mio diadema perduto… e io il cuore mi schizzava e mi sentivo davvero forte e stringevo il tuo braccio e io ero te, tu parlavi per me, ero io nella tua storia e tu la raccontavi come se tu fossi me e io mi sentivo davvero dentro di te e il confine non c’era più ed era bello annegare di felicità con le tue parole che erano le mie.

Ma non ti voglio qui sul mio letto.

Non ti voglio più.

Devi morire.

Puoi restare tutta la notte a chiamarmi là fuori e che la neve possa avvolgerti e farti scomparire per sempre e tu possa squagliarti quando il sole tornerà e confonderti col fango del marciapiede e io possa impiastrarmici gli stivali e farci pisciare il cane e vederti chiuso a occhi sbarrati e bocca aperta che invano urli dentro una lastra di ghiaccio che affonda nelle sabbie mobili.

Non ti voglio più.

Nevica.

Ora è più forte. I fiocchi scendono più decisi.

Che bello.

Dicevi che bello quando mi venivi dentro.

Rovesciavi la testa all’indietro e poi la nascondevi sul mio collo e un attimo dopo ti scansavi per prendere aria respiravi forte mi davi ancora tanti bacini e piano piano piano, guardandomi negli occhi, facevi scivolare fuori dr Ciccio – tozzo e dolce, avevo voluto battezzarlo io così – ancora duro e lo facevi scorrere ancora su e giù all’esterno di Lei – tu non avevi trovato un nome altrettanto carino – aperta e soddisfatta oddio oddio perché adesso piango così perché il mio corpo secerne umori dappertutto sono tutta sudata e anche lei è tutta bagnata oddio oddio per quanto scuota il mio dito dentro e sopra e intorno è come un pezzo di legno oddio oddio dr Ciccio perché non ci sei cos’è questa fitta di vuoto in pancia sì, voglio ridere, come quella volta che pioveva ed era tutto il giorno che stavamo a rotolarci nel letto. Oddio oddio no no così è troppo oddio basta ahrahrrrgrrah basta oddio oddio oddiììììo. Il tuo viso un po’ stravolto – beh, era la terza volta – si rischiarò; ti fermasti un attimo, spingesti dr Ciccio dentro dentro fino in fondo. Oddio oddio io rantolai ancora e tu, alzando le sopracciglia: puoi chiamarmi anche Francesco. E io non capivo. E poi è stata un’esplosione e da fermi siamo venuti insieme ridendo come matti e continuando a ridere per chissà quanto e a coccolarci.

Ma tu non ci sarai mai più. Non ti voglio più.

È meglio che apra la finestra, adesso.

Fuori nevica ancora. Le macchine non passano più. Questo silenzio dà i brividi. Le nuvole devono essere così, dentro, quelle nuvole bianche e morbide e cicciotte e gonfie.

L’aria non è nemmeno troppo fredda. I miei tettini sono duri duri. Sono le mie, sono le mie mani adesso a tenere loro caldo.

Tu maledetto non ci sei. Non ci sarai mai più. Non ti voglio. Ti strapperò da dentro di me.

Come questa ciocca di capelli che sto tagliando.

Ecco. È facile.

Ora è meglio richiudere. Così va meglio. Rassetto la mia cameretta rosa romantica. Voglio un letto fresco.

La mamma torna domani.

Dunque, chi può essere, a quest’ora, alla porta?

Ma sono tornati. Sono tornati i granelli di sabbia. Quelli che mi impediscono di scivolare nel mare.