Lo vidi quando uscì e mi era rimasta una vaga sensazione di malattia dell’anima, fra erotismo e morte e paesaggi straordinari.
L’ho voluto rivedere ora e la sensazione non è molto diversa, nel seguire il viaggio di questi tre ricchi americani che, nel secondo dopoguerra, esplorano a loro modo l’Africa, da Tangeri al Sudan.
La coppia è quella della foto, con lo sguardo di dopo che hanno fatto l’amore, soli davanti a un panorama sterminato.
Tuttavia, non sembra esserci gioia possibile in queste vite di annoiati aspiranti drammaturghi, lei, o musicisti, lui, che, peraltro, si sono traditi pochi giorni prima, lei con l’amico del terzetto e lui con una prostituta in una tenda berbera, entrambi più per la ricerca di “qualcosa di diverso” che per vera passione.
Perchè in effetti si vogliono bene e, quando lui morirà di tifo in un lontano avamposto della legione straniera, lei lo avrà accudito in tutti i modi possibili in quel posto privo di dottori, medicine, trasporti, lingue comprensibili.
Sì ritroverà sola ad essere ospitata da una caravana di cammelli e resa schiava, in qualche oscuro modo consenziente, dal capo, fino ad essere liberata dalle mogli gelose ed essere infine recuperata in un ospedale, quasi catatonica, da un’inviata dell’ambasciata.
Ho letto qualche recensione, lo trattano tutti piuttosto male e anche al botteghino fu un vero fallimento, rispetto a un impegno produttivo evidentemente imponente.
Mi ha lasciato inquieto, vale la pena vederlo, meglio se su schermo grande.
John Malkovich sopra a tutti.
