Uno di quei libri presi e lasciati più volte, finchè non arriva il momento giusto e allora se ne può assaporare il gusto, uno di quei gusti che non accettano aggettivi qualificativi.
Marlow è il comandante di un battello che risale il fiume e porta il Direttore a incontrare Kurtz, che manda tanto avorio ma di cui la Compagnia non è contenta perchè è uscito dai sentieri della giusta politica.
Riassunto così: che banalità.
Ma questa è la storia.
Storia che in un qualsiasi corso di scrittura sarebbe inesorabilmente bocciata perchè piena di incoerenze, salti logici, enfasi poste sui particolari più insignificanti e irritanti en passant nei punti che ci aspettiamo intensi.
“Molto piacere” dice Kurtz a Marlow quando finalmente si incontrano.
Tutto qui.
Kurtz è il protagonista atteso per due terzi del libro – circa 110 pagine in tutto – e quando finalmente appare, malato, è solo la sua voce profonda a ricordarcene la grandezza continuamente annunciata senza mai che se ne spieghino le ragioni.
Mi ha fatto pensare a una specie di Lawrence d’Arabia ma pro domo sua, senza la visione imperiale del colonialista inglese.
Impossibile, durante la lettura, sottrarsi alle immagini di Apocalypse now, mentre Peter O’ Toole e Marlon Brando si sovrappongono.
Marlow vuole uccidere Kurtz e lo ama, ama quella primordialità dell’essere che gli ha permesso di essere adorato come un dio dai selvaggi – Conrad non concede niente ai sensi di colpa occidentali ed è tuttavia consapevole, anche se a fatica, che forse quelle ombre che scagliano lance e frecce dalle sponde potrebbero anche loro essere considerati umani.
Una lettura come nessun’altra, negli abissi dell’anima, dalla quale difficilmente si può uscire come ci siamo entrati.

