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La guardia notturna, di ritorno in bicicletta dal giro delle ville della zona, nota un fil di fumo che sembra provenire dalla enorme pietra bianca, spezzata, su cui la famiglia Turrania ha lasciato, con un’iscrizione, notizia di sé per i millenni successivi. Gli sembra anche di sentire un vago ronzio. È stanco morto, alle cinque di mattina, non è nello spirito di godersi quell’alba grigia di pioviggine sull’Appia antica.

Il cortile davanti alla chiesa è pieno di un numero inverosimile di moto, tutte di grossa cilindrata, di tutti i colori e le forme, con tubi di scappamento singoli o doppi, cromati o scuri o colorati, con i sellini alti, su cui chi lo cavalca si stenderà in avanti, oppure bassi, dove il centauro non sembrerà più tale e apparirà più come qualcuno semplicemente seduto comodo. Le forcelle: lunghe, corte, lunghissime. I manubri brevi come di una bicicletta da corsa, o larghi, o con curvature dall’apparenza inverosimile sia in orizzontale che in verticale. Gli appoggi sono fondamentalmente due: uno con la forcella doppia, su cui la moto resta diritta sul proprio asse, e un altro con l’appoggio laterale, più comodo ma meno solido, e anche questi dalle forme e soluzioni le più diverse.

Escono dalla chiesa a uno a uno, in fila indiana, ciascuno rigorosamente con la tuta di pelle e il casco sotto braccio. Tute rosse, nere, gialle, verdi, arancio, ocra, con i caschi abbinati. Ognuno si dirige verso una moto, sgancia il cavalletto e, restando in piedi di fianco, infila la chiave dell’accensione, mette in moto.

La bara esce: nera, portata a spalla da quattro ragazzi in tuta di pelle bianca, che scendono i pochi scalini con passi sincronizzati. L’insieme di motori al minimo produce un tuono sordo, attenuato, lontano, accordato su un lamento di donna che proviene da uno degli angoli esterni del cortile, dove la sua moto rossa è circondata a raggiera da moto nere, della stessa marca, tipo, dimensione. Quando sale, unica, sul sellino, e il suo polso minuto aumenta progressivamente, come in un gesto d’amore, i giri del motore, è il segnale perché tutti diano gas. Il selciato trema delle vibrazioni che si spandono.

È il funerale che il ragazzo sogna, subito dopo aver perso conoscenza, dietro all’iscrizione della famiglia Turrania. A ogni ripresa di coscienza il sogno riprende lì dove, a ogni ricaduta, si era interrotto. Vuole lottare per restare sveglio o preferisce lasciarsi andare alla nebbiolina di quel mattino d’inverno?

​— Non vi ho mai fatto mancare niente, e adesso, per una stronzata…

​— Non mi interessa niente della tua vita agiata.

​— No, eh?

​— No. Tu non capisci. Non lo capisci. Come fai a non capirlo?

​— Ma di che cosa stiamo parlando? Perché ce l’hai con me?

​— Era un bovaro. Te l’avevo detto che era un bovaro. Tu e le tue manie di grandezza, il cinema e quelle quattro sgualdrine.

​— Ancora con quella storia? E dai!

​— Era la casa dei miei genitori, dei miei nonni, dei miei bisnonni. Si vede la tomba di Cecilia Metella.

​— E allora? La pelliccia di visone non ti è dispiaciuta. Ed è comodo avere la cameriera e il giardiniere, no?

Che cosa aveva fatto, di tanto grave, il nostro? Erano i tempi delle grandi produzioni holliwoodiane a Cinecittà e aveva affittato la bella villa di famiglia sull’Appia antica, per un canone effettivamente esagerato, alla produzione di un film in costume che sarebbe rimasto famoso per la sfida mortale tra una biga trainata da cavalli neri e una da cavalli bianchi. La villa era stata poi assegnata al protagonista del film.

Il famoso e bellissimo attore, ubriaco ogni sera, aveva scorrazzato per la villa a cavallo, esterno e interno, aveva distrutto ogni forma del giardino e sparacchiato ai quadri degli antenati con due vere colt 65, retaggio di qualche precedente western.

La storia delle cavalcate e spari fu l’inizio della rovina economica della famiglia del ragazzo perché, finita su un giornale scandalistico, aveva indotto un funzionario del fisco a divertirsi nel rivalutare le cartelle esattoriali dei cinque anni precedenti come se il valore della villa fosse commisurabile a quell’affitto eccessivo percepito per pochi mesi.

La mamma del ragazzo tirava fuori questa storia ogni volta che ce l’aveva con il padre del ragazzo.

Il ragazzo avvertiva confusamente, nella tempesta dei suoi quattordici anni, la totale mancanza di solidarietà tra i genitori. Ma, quella sera, c’era altro. La mamma era più aggressiva del solito, nel rinfacciare la faccenda del bovaro. Pronunciava bovaro con un accento esagerato sulla “a” e lo scorrere veloce della erre – leggermente moscia – finale.

Squilla il telefono. Risponde il padre. Dice adesso non posso, ti richiamo domani, ho detto che non posso, sì sì certo, anche io, a domani.

​— Era Carlo, per la faccenda del…

​— Sta’ zitto. Sta’ zitto.

La mamma adesso non urla. Ha parlato a voce bassa, sibilante.

​— Ma…

La mamma piange.

​— Senti…

​— Non mi insultare, almeno. La tata. Con la tata. Pure con la tata. Non ci si può credere. La tata molisana. Che pena.

I Led Zeppelin fanno del loro meglio, ma tra un brano e l’altro il ragazzo sente quanto si sono alzate le voci, e così ha spento. I pugni stretti, con un fil di ferro rovente attorcigliato alle budella. Che c’entrava la tata molisana? Giovanna, quella che quasi non parlava e quando la chiamavano per servire a tavola arrivava con signò cche vvoi e si parava il viso con il braccio, come se l’essere stata chiamata fosse inevitabile preludio a essere battuta.

Se lo sentì diventare duro, al ricordo delle cosciotte rosa e raspose di Giovanna, quando il ragazzo era nella totale confusione dei sensi che cominciavano appena ad affacciarsi al mondo.

Le cosciotte rosa di Giovanna erano una montagna di panna con fragole che vedi, ti viene l’acquolina in bocca, e la pasticceria è chiusa. Gli diceva acchiappami e il ragazzo le correva dietro per il giardino e poi per la casa ma quella bastardissima era più veloce e gli chiudeva le porte in faccia e alla fine si buttava a sedere all’indietro sul lettino stretto della stanza della servitù, dove il ragazzo arrivava col fiatone e vedeva le pelurie bionde sulle cosciotte del colore dei porcellini appena nati e anche sentiva un odore forte di sudore e dentro di sé qualcosa che lo attraeva e lo allontanava lo induceva a metterci le mani sopra e allora Giovanna gli diceva che fai brutto sporcaccione e il ragazzo con quelle mani sulle cosce non sapeva che farci e sempre, a un certo punto, Giovanna gli diceva adesso basta porcone che se no lo dico alla mamma e vedrai che ti succede e poi diventi cieco e Gesù piange e così il ragazzo si teneva dentro quella strana sensazione mista di ortica e more mature spiaccicate sulla faccia come un’indigestione di una cosa buona che non hai nemmeno assaggiato.

Adesso ne sapeva qualcosa di più e sentir parlare di Giovanna lo aveva eccitato e così, mentre continuava ad ascoltare sei un porco come pensi che mi sia sentita quando mi sono vista arrivare i carabinieri a casa a chiedermi se avesse lavorato qui una certa Giovanna comesichiamava, lo aveva cominciato a scuotere velocissimo facendo scorrere la pelle su e giù ma ogni tanto si seccava e allora, senza smettere il movimento, mirava uno sputo sulla punta e intanto pezzi di insulti lo raggiungevano sei una stronza butteresti tutto all’aria per una ragazzina venuta dalla montagna del sapone che racconta balle e la madre maledetto aveva solo quindici anni quanto ti è costato far ritirare la denuncia porco straporco straporchissimo e mentre cambia mano – la pippa a due mani senza interruzione l’ha praticamente inventata lui e a scuola è considerato il campione indiscusso – e aumenta progressivamente la velocità man mano che la sensazione si espande la punta diventa rossa e bianca a seconda di quanto più strofina o più stringe e rovescia la testa all’indietro ma deve stare attento a non sbatterla sul muro per non farsi sentire da quei due giù che non lo sentirebbero proprio, presi come sono a massacrarsi ma siamo qui adesso perché vai a rivangare a che ti serve e finalmente l’onda che ha fatto avanti e indietro e che si prende un pezzetto di spiaggia in più ogni volta ma non mi arriva mai addosso adesso il ragazzo la vede che si è gonfiata da lontano e arriva con tutta la schiuma e rotola ed è ormai enorme e quando lo travolge è calda appiccicosa e lunga lunga e non ti voglio più vedere vattene lo sente e non lo sente ma il suono del ceffone arriva chiaro anche se non riconosce la guancia sulla quale si è abbattuto finché si allunga steso sulla moquette grigio topo della cameretta tappezzata di calciatori e rocchettari.

Dormo, non dormo. Passano i minuti, forse le ore. Il silenzio si diffonde.

Avete sbattuto la porta, voi? Sì? E adesso la sbatto pure io. Vediamo chi la sbatte più forte. Senza casco, senza ginocchiere, il piumone sopra al pigiama. Sbatte la porta della stanzetta e nessuna risposta. Passa davanti alla stanza da letto dei genitori e scivola su quel pianto sommesso di dolore e sbatte la porta di casa. Sbatte la basculante del garage e infine raggiunge la enduro ancora luccicante e la mette in moto. Sbatte il cancello e romba come Steve Mc Queen nella Grande fuga per le laterali dell’Appia antica attraversate da latrati di cani alla catena cani liberi nel parco cani nella cuccia cani in branco e la brina che si appoggia sulle zolle dure d’inverno e sui roseti potati e i cachi spogli e i pitosfori tagliati a siepi parallelepipede e il vento gli taglia le gote e la fronte e dentro una qualche specie di eroico furore si fa strada io sono questa moto eccolo il fosso basta alzarsi sul sellino e accompagnare il manubrio con leggerezza senza forzare anche quando slitta riprende faccio corpo unico nessuno mi ferma ecco qua i pini mi fanno da paletti ops uno ops due mi piace passare dal fango al selciato romano è scivoloso sì però io ti controllo eccomi qui invincibile gas gas gas ho azzittito le civette giù a testa bassa e ora la siepe che d’estate è di more la sfioro mi faccio accarezzare dalle spine non è niente è solo un graffio è il combattente ferito che continua e forse per la prima volta nella sua giovane vita il ragazzo si sente padrone completamente di se e questo è esaltante e anche si sente abbandonato e questo è devastante ma le due sensazioni non trovano una via di comunicazione e la confusione ondeggia tra terrore e esaltazione quando affonda nel fango lingua occhi dita e gamba spezzata incastrata sotto all’enduro e il motore acceso che mantiene beffardo la ruota che gira all’aria riempie il silenzio.

L’occhio non interrato vede il suo alito confondersi con la nebbiolina del chiarore dell’aurora, dietro i monti dei castelli romani. Alle spalle della lapide della famiglia Turrania spunta la visiera del berretto di una divisa nera stropicciata dalla notte che si avvicina circospetta e interrogativa.