Gruppi Supervisione 2026

Il 2026 sarà il 7º anno consecutivo per i gruppi di Supervisione Counseling (on line).
Il primo appuntamento è fissato a Gennaio 2026. I Gruppi di Supervisione Counseling, condotti da me, sono aperti a counselor di diversa formazione, esperienza e provenienza geografica.

Scheda di prenotazione

Il Counselor

Ancora un’iniziativa di partecipanti ai gruppi di supervisione, qui Marinella Pau in Sardegna.
Una giornata per scoprire il Counseling: uno spazio in cui parlare, mettere ordine, guardare da un altro punto di vista ciò che stai vivendo.Dalle 15:00 alle 16:30 – Presentazione introduttiva aperta a tutte e tutti.Dalle 16:45 alle 18:45 – Attività di gruppo e laboratori disponibili su prenotazione.
Sarà disponibile un* Counselor per incontri dedicati all’ascolto, individuali e gratuiti.
L’accesso all’evento è gratuito.

Quando l’evitante si avvicina… e poi scappa

Incontrata su web, questa descrizione del meccanismo di evitamento,
che ho trovato molto ben scritta.

QUANDO L’EVITANTE SI AVVICINA… E POI SCAPPA

Ci sono persone che entrano nella relazione come chi entra in casa propria: silenziosamente, senza bussare, con naturalezza. E poi ci sono gli evitanti.Gli evitanti entrano come chi ha paura che la porta possa richiudersi sul loro corpo.Si avvicinano con cautela, si affacciano,sentono il calore, si spaventano, e poi fuggono. Non è incoerenza. È un antico meccanismo di sopravvivenza.Cosa accade dentro un evitante quando si avvicina troppo? Accade una cosa semplice e tremenda: l’intimità attiva una memoria antica di pericolo. Per un attimo si sente visto, scelto, desiderato. E proprio lì, nel punto in cui l’amore inizia a toccarlo davvero,si riapre la ferita più profonda: “Se mi affido, mi perderò.” Se mi lascio andare, sarò invaso.” Se qualcuno entra, io sparisco.” L’evitante non fugge dall’altro. Fugge da ciò che l’altro risveglia in lui:il bisogno. Quel bisogno che ha imparato, da piccolo, a reprimere, negare, anestetizzare.L’avvicinamento è il momento più rischioso per lui. Non la distanza. Perché la distanza la conosce. È la sua casa. L’intimità, invece, è territorio straniero. Così accade la dinamica più dolorosa: si avvicina, perché sente desiderio, curiosità, attrazione, connessione. si accorge di quanto sta provando, e proprio in quell’istante arriva il panico. scappa, perché la vicinanza gli sembra una richiesta impossibile: Non farmi essere ciò che non so essere.” torna, perché la mancanza brucia. Perché non voleva davvero andarsene. Perché la distanza è sicura ma è anche vuota. fugge di nuovo, perché il ritorno riattiva la paura. È un ciclo. E non lo fa per cattiveria. Lo fa perché il suo sistema nervoso non regge l’intimità stabile.Non è contro di te.È contro la sua storia.La persona che gli sta accanto spesso pensa:“Non gli importo abbastanza.”“Non mi vuole davvero.”“Non sono la persona giusta.”Ma la clinica è chiara:L’evitante non fugge quando non gli importa.Fugge quando gli importa troppo. È il coinvolgimento che lo terrorizza. Non l’indifferenza.Cosa accade quando l’evitante impatta con qualcuno che davvero tocca il suo cuore?Accade questo paradosso: vuole restare e vuole scappare, nello stesso momento. desidera contatto ma teme di essere assorbito. cerca amore ma vive l’amore stesso come una minaccia. ti guarda con intensità, e cinque minuti dopo ti evita come fossi un pericolo. Non è crudeltà: è disorganizzazione interna. È un cuore cresciuto in ambienti dove l’amore faceva male, o non c’era, o arrivava troppo tardi, o non doveva essere chiesto.La verità è dura:L’evitante non vuole ferire, ma ferisce perché non sa reggere la vicinanza. E allo stesso tempo soffre. Perché ogni fuga è anche un tradimento verso sé stesso. Ogni volta che scappa, perde ciò che più desidera:essere amato senza essere inghiottito.E allora cosa fare?Non inseguirlo. Non incalzarlo. Non interpretare la sua paura come rifiuto. L’evitante non ha bisogno di essere spinto:ha bisogno di un luogo dove non deve difendersi dal proprio cuore. Un luogo dove possa imparare, lentamente, che l’intimità non è invasione, che la vicinanza non è pericolo,che l’amore non è perdita di sé. E questo richiede tempo, pazienza,confini, e soprattutto una verità: nessuno può guarire la paura dell’intimità al posto dell’evitante stesso. Si può solo restare nella propria verità: chi sei, cosa vuoi, cosa meriti. Il resto è il suo cammino. La sua lotta. La sua soglia da attraversare.

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Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

Debolezze strutturali

Non entro nel merito delle questioni sollevate perchè conosco solo indirettamente le vicende di cui si parla.
Osservo che il numero di associazioni di counselor, se può aver avuto qualche ragione storica, oggi è inutilmente alto, produce dispersione e incapacità di incidere realmente sullo stato delle cose.
Che senso ha che dieci – dico dieci per dire, ho perso il conto – associazioni facciano ogni anno un proprio convegno con i propri pochi iscritti, una propria iniziativa pubblica, tutti separati? A chi serve?

Ecco, i counselor questa domanda dovrebbero porsela e cercare una risposta: a chi serve?


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Mandala

Un’iniziativa di Angela Maria Bertucci, una delle partecipanti ai gruppi di supervisione.

Hai un desiderio per il tuo Nuovo Anno? Il passaggio tra un anno e l’altro non è solo un cambio di data, ma un sacro rito di passaggio. Ti invitiamo a celebrare questo momento speciale con il workshop di counseling: “Mandala del Nuovo Anno: Esprimi, Realizza, Trasforma”.

Corso Intelligenza Emotiva

Un’iniziativa di Maura Allamando, che partecipa agli incontri mensili di supervisione.

Emozioni e razionalità

Connubio perfetto per non farsi sopraffare dalle emozioni, ma piuttosto usarle per muoversi, per motivarsi e per relazionarsi.

Educazione Affettiva

Riflessioni sull’educazione affettiva nelle scuole e sui discorsi che tralasciano le spinte del desiderio.

Quando il ministro dell’istruzione e del merito e il governo in generale parlano di educazione sessuo-affettiva sembra che elidano completamente sia la questione sessuo che la questione affettiva che la questione educazione. Parlano di empatia, di rispetto “alla donna” (sic), di conoscenza dell’apparato riproduttivo, di già c’è nell’educazione civica, senza considerare quali sono le questioni che i docenti – e le famiglie – si trovano a affrontare quotidianamente, che sono essenzialmente legate al desiderio e a tutto il casino che il desiderio – parola mai pronunciata – porta con sé quando hai 15, 12, ma anche 9 ma anche 17, 30 o 58 anni. Senza parlare di una roba che in genere definiamo tenerezza e innamoramento e amore, altre tre parole impronunciate, cosa che fa abbastanza specie per una generazione di pischelli che si chiamano tra di loro Fra e Amo.

Questo genere di questioni riguardano il ragazzino che si fa le seghe in classe perché non riesce a controllarsi, la storiella tra una ragazzina musulmana e il coatto con le famiglie dei due che vogliono fare una strage, il video della gita scolastica con tutti mezzi nudi che fanno a cuscinate che ormai circola in tutta la scuola, la ragazzina che a 16 anni è innamorata del tipo che ce n’ha 22 e che è rimasta incinta e vuole lasciare la scuola e andare a vivere con lui, quello che si vuole ammazzare perché la ragazza l’ha mollato, quelli che fanno orbiting perché non sanno come parlare se non mettendo cuoricini ai post, il prof che fa i complimenti alle sue studentesse 15enni quando si mettono scollate, il ragazzino brufoloso e isolato che non se lo fila nessuno e che da quando si è dichiarato a una sua compagna viene trattato come la merda da tutti, la ragazzina che rifiuta la sua sessualità che sta esplodendo il suo corpo che cambia e diventa anoressica, di quello che a 13 anni chiede ai suoi di fare una transizione, la prof che scrive in privato agli studenti, quella che viene considerata una zoccola perché non ha problemi a avere due o tre storie insieme, tutti quelli che si fanno i grattini in classe, il ragazzino a cui viene detto frocio non perché indossa i pantaloni rosa o si è fatto i capelli viola ma perché una volta in classe si è provato lo smalto della compagna, quella volta che una tipa ha fatto un pompino in classe a un compagno solo per dimostrare che la prof è una ricoglionita e non si accorge di niente, il ragazzo con disabilità che ha delle polluzioni che non riesce a contenere, le due ragazzine che a dodici anni si dicono superamiche, stanno sempre insieme e una vuole restare amica l’altra vorrebbe che si dicessero fidanzate, del ragazzino che ha condiviso su Instagram la foto di una festa in cui c’era anche la ragazza di uno che adesso ha deciso di aspettarlo fuori dalla scuola e menarlo male, il ragazzino con la famiglia sessuofobica che all’occupazione ha scopato con una sua compagna e vuole scappare di casa, ragazzini che si amano, si desiderano, si scoprono, hanno vergogna dei loro desideri, amano i loro desideri, si fanno molto bene, si fanno molto male, sono fieri del proprio corpo che cambia, gli fa schifo il proprio corpo che cambia, hanno una famiglia che gli lascia casa il weekend per scopare, hanno una famiglia che se li scopre che scopano li tumula in un pilone di cemento.

Forse per questo c’è bisogno di un’educazione sessuo-affettiva, che ovviamente nomini soprattutto il perturbante, nomini tutte le questioni comprese ovviamente le questioni di genere, ma non perché c’è l’indottrinamento, ma perché sono esattamente le domande che fanno i ragazzini e le ragazzine, sono le domande che fanno agli adulti e alla vita in generale, e che ci facciamo con queste domande, facciamo finta di non sentirle, le eludiamo, le rimandiamo a chatgpt, al catechismo, alla scuola coranica, alla chiacchiera con la nonna, a pornhub, all’amico smagato, a wikihow?

Genitore con tratti narcisistici

Spesso mi viene chiesto, da chi si rivolge al mio studio, come riuscire a proteggere un figlio o una figlia dalla presenza di un genitore con tratti narcisistici.

È una domanda che tocca nel profondo, perché significa fare i conti con una realtà complessa, dolorosa e, troppo spesso, sottovalutata.

Alla luce dell’esperienza che ho maturato in tutti questi anni, posso dirvi con assoluta certezza che proteggere un bambino da un genitore narcisista è possibile, ma richiede lucidità, consapevolezza e una grande forza emotiva.

Ecco alcuni punti fondamentali che, nella mia pratica clinica e forense, si sono rivelati decisivi per evitare che i figli restino intrappolati nella rete manipolatoria dell’altro genitore.

Il primo passo è accettare la realtà: il genitore narcisista non cambierà.

Non si tratta di mancanza di amore o di buone intenzioni; si tratta di un assetto di personalità rigido, centrato sul controllo, sulla manipolazione e sull’immagine.

Ogni interazione con lui o con lei è potenzialmente uno spazio di colonizzazione emotiva, dove l’altro viene ridotto a funzione — quella di confermare il suo valore, di garantire attenzione o di esistere solo in funzione dei suoi bisogni.

Il figlio, in questa dinamica, rischia di diventare un prolungamento del genitore, un piccolo “satellite” emotivo al servizio dell’ego adulto.

Ecco perché il genitore sano deve diventare la base sicura.

Deve incarnare la coerenza, la prevedibilità, la calma.

Deve insegnare al figlio che l’amore non è un premio, ma una presenza costante, e che non serve guadagnarsi l’affetto recitando un ruolo.

Il bambino deve poter respirare in uno spazio in cui le emozioni non vengono negate o giudicate, ma accolte, nominate e rispettate.

“Capisco che ti senti confuso o triste”, “non è colpa tua se l’altro si arrabbia”: frasi semplici, ma fondamentali per ricostruire un senso di sé autentico.

Bisogna poi imparare a mettere confini chiari.

Il genitore narcisista vive i limiti come un affronto, ma senza confini, il bambino sarà continuamente manipolato.

Serve disciplina nel gestire la comunicazione — meglio se scritta, essenziale, neutra.

Mai discutere davanti ai figli. Mai cadere nella trappola della provocazione.

La stabilità che il genitore sano deve offrire passa attraverso routine prevedibili, regole coerenti, linguaggio calmo e fermo.

Il bambino impara più da ciò che osserva che da ciò che gli viene detto: la vera educazione alla sicurezza affettiva nasce dalla testimonianza emotiva di chi non si lascia travolgere dal caos dell’altro.

Un aspetto cruciale è proteggere la percezione del bambino.

I figli di genitori narcisisti sviluppano spesso un senso di colpa cronico perché credono che la rabbia o il silenzio del genitore dipendano da loro.

Si sentono sbagliati, inadeguati, o imparano a diventare “perfetti” per meritare attenzioni.

Bisogna liberarli da questo peso, aiutandoli a distinguere tra le proprie emozioni e quelle indotte.

“Papà o mamma reagiscono così perché hanno un modo tutto loro di gestire le cose, ma tu non ne sei responsabile.”

È un messaggio semplice, ma dirompente: restituisce al bambino il diritto di non farsi carico del disagio emotivo dell’adulto.

In tutto questo, bisogna stare molto attenti alla triangolazione, cioè al tentativo costante del genitore narcisista di mettere il figlio contro l’altro genitore.

È una strategia subdola e distruttiva: il bambino viene usato come arma, come messaggero, come giudice.

Qui la regola è una sola: non rispondere alla provocazione.

Non difendersi, non giustificarsi, non attaccare.

Rispondere con calma, spostando il focus sul figlio:

“Capisco che ti faccia sentire male sentire certe cose. Io ci sono, puoi chiedere direttamente a me.”

Così si neutralizza la manipolazione e si insegna al bambino il valore della verità emotiva.

Ma per riuscire davvero a proteggere un figlio, bisogna anche proteggere se stessi.

Il genitore narcisista non si limita a logorare il rapporto con il figlio, mira a logorare anche l’altro genitore, a sfinirlo, a farlo crollare emotivamente.

Per questo è indispensabile prendersi cura del proprio equilibrio, non isolarsi, chiedere supporto professionale, costruire una rete di sostegno solida.

Un genitore esausto non può essere un punto fermo.

…la resilienza emotiva diventa una forma di protezione attiva per sé e per il bambino.

Purtroppo non esiste una formula magica per neutralizzare un genitore narcisista, ma esistono strategie concrete per ridurne l’impatto e impedire che distrugga la percezione del mondo del bambino.

Serve forza, serve lucidità, serve tempo.

Ma si può fare.

E ricordate:

Un figlio non ha bisogno di un genitore perfetto, ma di un genitore autentico, coerente, capace di mostrargli che l’amore vero non ferisce, non umilia e non manipola. L’amore vero costruisce. Sempre.

Menopause Counseling

Ancora un progetto di counselor che partecipano ai gruppi di supervisione