Guarda, guarda! Gliel’ha staccato!
Il grido di Guglielmo risuonò tra l’acqua cupa delle vasche aperte e gli intonaci sbrecciati.
La maestra aveva ottenuto a fatica di mettere in fila i ragazzi all’entrata. Dopo due ore di pullman schiamazzanti l’uscita era consistita nel rincorrersi e spingersi tutto intorno al piazzale umido.
Guglielmo era rimasto, al solito, nei pressi di Anna. Seguiva con lo sguardo consapevolmente infastidito i compagni che starnazzavano senza posa e osservava interessato i tentativi infruttuosi di Anna di riportarli all’ordine.
Interpretò come apprezzamento nei suoi confronti lo sguardo desolato che Anna gli dedicò dopo che ebbe rinunciato e deciso di lasciar sfogare un po’ i ragazzi.
Fu naturalmente il primo all’entrata del famoso acquario marino, meta della gita.
I vetri erano opachi, l’acqua sottilmente torbida, i pesci con l’espressione triste. La testuggine si arrampicava su una roccia grande sì e no una volta e mezza la sua corazza e ne discendeva senza potersi rigirare.
Forse le anemoni, abbarbicate ciascuna al proprio posto, stavano lì come dovunque. E i saraghi, che giravano in tondo?
Anna era nel complesso piuttosto schifata ma faceva del suo meglio per trasmettere entusiasmo ai ragazzi per le tante cose interessanti da osservare.
Come sarebbe stato più bello nel batiscafo del capitano Nemo, pensava Guglielmo.
Rimase sorpreso di vedere un grosso granchio, tutto chele, nella vasca centrale, con tre pesci di media taglia, ciascuno grande all’incirca come mezzo granchio. Grigio scuri, con la bocca piccola a cuoricino, di forma tonda e piatta che vagavano avanti e indietro senza posa.
Il granchiotto sbatteva le chele ogni volta che uno dei pesci gli passava più vicino.
Guglielmo stette a vedere se qualcuno dei tre sarebbe stato così tonto da farsi azzannare. I suoi compagni erano sciamati avanti. Lui rimase attratto da quella pantomima e osservò a lungo i volteggi e lo sbattere, sembrandogli di sentire rumori di ferraglie di cavalieri medievali e zoccoli di cavalli bardati per la tenzone.
Quando il pesciotto tonto si avvicinò come per annusare il granchio Guglielmo si ritrasse, sicuro che fosse arrivato il momento della chelata mortale. Già si figurava il povero pesce tranciato quando quello, con la bocchina a cuore, diede un colpetto piccolo piccolo a una delle zampe del granchio, e quella si staccò di netto.
Guarda, guarda! Gliel’ha staccata!
Il grido gli usci spontaneo e richiamò la frotta dei compagni.
L’agonia del granchio fu lunga e laboriosa. I tre pesci gli staccarono scientificamente una zampa alla volta, passando a turno. L’ultima la usarono come leva per rigirare quel che restava del granchio, le cui chele – a pancia in su e senza possibilità di movimento che non fossero annaspare nel vuoto risultavano inutili come arma di difesa.
I tre pesci lo succhiarono poi dal retro, mentre il granchio si dibatteva sempre meno.
I ragazzi si appassionarono, all’inizio, finché sembrò ancora una gara alla pari. Quando fu chiaro che non c’era partita i più se ne disinteressarono, con sollievo di Anna che era rimasta sconvolta ed aveva timidamente cercato di far notare la crudeltà della scena, pure inserendo le sue osservazioni nel contesto della lotta per la sopravvivenza, gli istinti primordiali degli animali privi di coscienza e così via.
Guglielmo sembrava l’unico che la seguisse con interesse.
Uscire dall’acquario fu un sollievo quasi per tutti, anche perchè la giornata, da uggiolosa, si stava aprendo con squarci di bel sole che rendevano il mare trasparente.
Poveretto quel granchio, eh, Guglielmo! lo consolò Anna.
Sì, rispose Guglielmo, che peraltro si era molto goduto lo spettacolo.
Stavano ormai pranzando al sacco nel meraviglioso giardino all’italiana sul promontorio prospiciente il golfo.
Panini e lattine ingozzavano le gole sfiatate da un paio d’ore di acchiapparelle frenetiche tra gli alberi secolari in filari irregolari.
Anna riuscì a far raccogliere i rifiuti in alcuni sacchetti di plastica.
L’ultimo lo portò Guglielmo. I cestini vicini erano stracolmi, sicché si allontanò un po’ verso l’interno.
Il bidone, più grande dei cestini, era dietro una roccia, dove la confusione – ripresa in sede di digestione – non arrivava.
Vi infilò il sacchetto e si fermò a osservare una coppia di uccellini che cantavano tra i rovi. Saltellavano su e giù senza fermarsi né zittirsi un attimo.
Finché uno salì sul ramo più alto e l’altro scese a terra.
Anna lo fece trasalire quando gli passò un braccio sulla spalla esclamando piano, per non farli volar via: sono pettirossi, si riconoscono dal colore del petto. Che carini, eh! Vedi, lui sta portando da mangiare alla mogliettina sul ramo.
Guglielmo guardò in alto.
Poi spostò lo sguardo in basso e osservò il verme che si torceva nel becco dell’uccello.
In quel momento, decise che non si sarebbe più fidato dei grandi.
