Il cliente che non parla, che non sa che cosa dire. Oppure il cliente che interloquisce soltanto a monosillabi: “sì”, “no”, “non lo so”, “forse”, “chissà”. Possiamo trovarci in difficoltà, possiamo essere tentati di far ricorso a tutte le tecniche e agli attrezzi che abbiamo messo da parte, e invece…
In questo episodio del podcast affrontiamo la gestione delle chiusure e delle pause prolungate nel colloquio attraverso questi nuclei concettuali:
La fenomenologia del silenzio: L’assenza di parole non esprime vuoto o rifiuto, ma segnala un’intensa attività interiore o un bisogno di protezione emotiva.
Rispetto dei tempi di elaborazione: Il professionista tollera le pause prolungate e rinuncia all’ansia di riempire il vuoto con domande incalzanti.
L’impiego dei mediatori creativi: Immagini, oggetti simbolici, carte o brevi tracce scritte sbloccano la comunicazione quando il canale verbale si arresta.
L’ancoraggio alla realtà corporea: L’attenzione al respiro e al linguaggio non verbale offre una via d’accesso immediata ai vissuti inespressi.
Accogliere il cliente reticente con la supervisione
Il silenzio ostinato o la reticenza del cliente generano spesso un senso di fallimento e l’urgenza impropria di forzare la confidenza. I nostri gruppi di supervisione per counselor offrono uno spazio protetto per esplorare l’imbarazzo del professionista di fronte alla mancanza di parole, con l’obiettivo di affinare l’ascolto fenomenologico e trasformare il silenzio in uno strumento fecondo di contatto.
👉 Desideri padroneggiare la gestione delle pause e dei blocchi emotivi in seduta? Scopri come funziona il gruppo di supervisione.
