Una cartolina
Tornò da una giornata faticosa ed entusiasmante in montagna, tutta bagnata nonostante l’abbigliamento tecnico che – diceva il commesso – l’acqua non passa proprio. E invece zuppa pure dentro agli scarponi, eppure Silvia era contenta di avercela fatta, di non essere rimasta indietro, di aver superato passaggi difficili, scivolosi. Niente di veramente rischioso ma si era esaltata per il superamento del proprio limite e per la convinzione che avrebbe potuto superarlo ancora.
Non conosceva nessuno, appena arrivata, e si era guadagnata la sua posizione, il suo posto fra persone nuove, il suo posto sulla montagna, il suo posto nel mondo, con le sue proprie forze.
E dunque, quando Giuseppe le aprì e Sirio e Antas le saltarono addosso incuranti di quanto fosse infradiciata, Silvia sorrise con quel sorriso che illuminava l’ambiente, ma stava ancora tutta con se stessa.
Era contenta dell’accoglienza ed era ancora più contenta che così sgocciolante com’era nessuno avrebbe messo in dubbio il suo diritto di imbucarsi in bagno, liberarsi di scarponi, pantaloni, calzettoni, maglietta termica, canottiera di lana, pile, mutande, reggiseno e finalmente godersi una lunga, lenta doccia che si fece scorrere con riconoscenza per il fatto di essere al mondo, di essere lì, di essere stata là, e tra poco di essere seduta a tavola.
Dove il compagno innamorato aveva apparecchiato e l’odore della sontuosa lasagna le era arrivato appena riaperta la porta del bagno.
Il giorno dopo scuola, perciò bambini a letto presto. Li accompagnò Giuseppe, mentre Silvia si godette un calice di vino bianco sul divano.
— Come è andata la passeggiata?
Insisteva a chiamarla passeggiata, manco lui fosse Messner, e non le era ancora chiaro se per trascuratezza linguistica o sfottimento.
— Beh acqua tanta. Ma tanta! Però mi sono divertita.
— Sì? Divertita?
— Insomma, contenta di avercela fatta nonostante il freddo e la pioggia e qualche compagno di escursione non proprio simpatico.
Escursione, capito? Non passeggiata. Escursione. Oh!
— Cioè?
— Quella che frignava che aveva freddo e quell’altro che ma dove andiamo con questo tempo non è meglio se ci facciamo due fettuccine dalla sora Rosa e così, qualcuno non… non… come si dice? Non allineato, non coerente insomma ma che ci erano venuti a fare? Uffa.
— Ti ci arrabbi adesso?
— No, no. Dai. I bambini dormono?
— Penso di sì, hanno scorrazzato tutto il giorno con gli amichetti in giardino, si sono belli impiastrati di tutto – dal fango alla resina al muschio – e alla fine un grande bagno in vasca ed erano proprio cotti.
— Mmm…
— Sì?
— Sono proprio stanca stanca.
Silvia lo disse un po’ vezzosa e intanto gli appoggiò la mano sul ginocchio.
— Sì, vedo.
— Ma che hai? Sei distante. Non sei contento di rivedermi?
— E tu?
— Certo, non vedevo l’ora di riabbracciarti!
— È per questo che te ne vai la domenica, così poi ci riabbracciamo?
Non era giusto. Ne avevano parlato. Lui era d’accordo. Silvia non sarebbe andata se Giuseppe fosse stato contrario, ma così non era giusto.
Giuseppe cercò di recuperare.
— Dai, vieni qui.
Sul divano a tre posti, Silvia, dalla posizione in rannicchio con le braccia che tenevano le gambe piegate verso il tronco, stava già scivolando verso Giuseppe e gli si strufolò un po’ addosso per farsi prendere in braccio o almeno mettersi stesa con le gambe di Giuseppe per cuscino.
Giuseppe lasciò fare, né aderire né sabotare. Silvia stette un po’ e si ritirò su.
— Forse è meglio andare a dormire, domani si lavora e ci si sveglia presto.
— Forse è meglio, sì.
Pausa di indeterminatezza, di quelle pause che c’era qualcosa nell’aria che aspettava di posarsi.
Silvia si stiracchiò, si alzò, si avviò verso le scale e la camera da letto.
— È arrivata una lettera per te.
Il tono di Giuseppe voleva essere neutro. Era contenuto.
— Una lettera per me?
— Una lettera per te.
— Dov’è?
— Lì, sulla credenza. Sono poche parole.
— Scusa, come fai a sapere che sono poche parole?
— Si tratta di una cartolina, ma il testo è quello di una lettera.
— E anche se fosse una cartolina, se è indirizzata a me perché l’hai letta?
— Ma non ho potuto farne a meno, l’occhio mi è andato al testo – chi scrive più cartoline, oggi? – e solo dopo ho visto che era per te.
— Una cartolina per me, mah…
Silvia ridiscese i pochi scalini che aveva salito, si diresse verso la credenza, uno di quei mobili via di mezzo fra modernariato e vecchiume, dove spiccava un panorama di mare verde su rocce bianche e casette di vari colori pastello.
Carissimo amore mio, è passato tanto tempo dall’ultimo nostro incontro. Ora ho capito che sei l’unica donna che voglio avere accanto per tutta la vita. So di averti fatto male. Se potrai perdonarmi, io sarò qui ad aspettarti per amarti come non ho mai smesso.
Niente firma.
— Giuseppe?
Giuseppe non era più nel soggiorno. Silvia si rigirò la cartolina fra le mani, la annusò come se la salsedine potesse sprigionarsene, rilesse, riguardò la foto.
