Cinema

Virzì ha girato un film perfetto. E tristissimo, per quanto è vero nella descrizione spietata di che cosa siamo diventati. Almeno nell’insieme, che poi ciascuno si può ritagliare il proprio spazietto “io non sono proprio così”, ma nell’insieme “Un’altro ferragosto” ci fa riconoscere nell’invettiva finale del personaggio della Fanelli, la più trucida e disperata della compagnia.

Ecco, la bravura degli attori e la capacità del regista di tenere in campo 20/25 persone in contemporanea, senza mai sbavare, sarebbero da Oscar, se non si trattasse comunque di un film molto italiano. Che non è certo un demerito, quando riesci a dare lo spaccato di un mondo non meno di Scola, Monicelli, Risi.

Un’altra menzione obbligata va a Vinicio Marchioni, che non fa rimpiagere il personaggio omologo di Ennio Fantastichini, e così tutti gli altri.
Virzì ci lascia un ritaglietto di speranza nel nipotino che ascolta le lezioni civiche di Silvio Orlando, ma la miseria umana degli accomodamenti emotivi per interessi dilaga.

Ci si vuole poco bene, fra i personaggi, e tuttavia la mia impressione è che Virzi provi a voler loro bene, più di quanto meriterebbero.