Quando uscì, lo ero andato a cercare al 4Fontane, dove lo proiettavano in originale con sottotitoli.
Ne ero uscito stordito e annoiato: sempre la solita pappa di mafiosi italo-americani.
L’ho rivisto nelle condizioni peggiori, su un cellulare appoggiato su un vassoio, ed è un gran film.
Non tanto in se stesso, quanto inserito nella storia degli Usa, così come Scorzese ce l’ha raccontata negli scorsi decenni, per lo più con storie di mafiosi, sì, e anche con drammi intensi e delicati come New York New York o L’età dell’innocenza.
The irish man è Robert De Niro che si fa strada piano piano fino a diventare l’uomo di fiducia di Jimmi Hoffa (Al Pacino), il potente sindacalista dei camionisti.
Vivono tutti vite normali, fra una sparata in testa e uno strangolamento, si parlano fra loro con calma, mantengono, senza riuscirci, le loro famiglie al riparo del sistema di cui fanno parte. Qui Joe Pesci pure memorabile.
Credo lo spessore maggiore del film sia nel dubbio, che fino alla fine non si scioglie, fra chi “davvero” comanda fra i Kennedy, i mafiosi, il sindacato.
E viene la disperazione a vedere Robert De Niro, che a suo modo ha certi valori che vuole rispettare, tentennare ma mai deflettere da qualsiasi indicazione gli venga impartita perchè alla fine “it is what it is”.
Figurone anche di Al Pacino in due o tre scene memorabili in cui si incontra con un mafioso con cui non si sopportano e ogni volta si impuntano su “va bene ma chiedi prima scusa tu / e allora tu che sei arrivato in ritardo?”.
Insomma, Scorzese è sempre Scorzese.
