Tasmania, l’isola grande circa tre volte la Sicilia, a sud est dell’Australia, è dove l’amico premio Nobel che si occupa di clima e nuvole gli suggerirebbe di rifugiarsi quando il peggioramento di un mondo dove “da una parte si muore di sete e dall’altra si annega” sarà evidente a tutti.
Il protagonista si chiama con le stesse iniziali dell’autore, P.G, è un fisico, scrive per il Corriere della sera, insomma l’identificazione autore / protagonista è stimolata con chiarezza. Questa immedesimazione sottintesa, anche se l’intimità non è mai esibita, e tuttavia è esposta, mi ha trasmesso un senso di irrimediabile fastidio quando non si distingue il racconto dall’autobiografia.
Il romanzo compenetra le crisi personali – del protagonista, dell’amico che non riesce a trovare un modo di rapportarsi al figlio dopo la separazione, dell’inviata di guerra cinica e disillusa, della moglie Lorenza comprensiva oltre ogni misura, dell’altro amico che aver ricevuto un premio Nobel non gli sarà sufficiente a salvarlo dalla flagellazione per aver sostenuto “scientificamente” l’inferiorità delle donne nei concorsi scientifici, il prete che si innamora – con la crisi del pianeta, e dell’umanità.
Il reportage che si è fatto assegnare – “ma perché ti ostini a scrivere di una cosa successa decenni fa di cui non importa più niente a nessuno?” – sulle bombe atomiche sganciate sul Giappone è forse il filo conduttore più denso: le due città sono state scelte perché fra quelle meno bombardate, intatte, affinché l’effetto fosse, agli occhi del mondo, il più distruttivo possibile.
“Scrivo di ogni cosa che mi ha fatto piangere” è l’ultima frase del libro. Perciò non ho motivo di stupirmi se ho trovato Tasmania intriso di tristezza, e pure così profondo che mi sono ripromesso di rileggerlo, abbastanza a breve.
