Ormai è uno standard: si prende un grande attore e gli si fa reggere una serie sconclusionata. Qui Colin Farrel come Judy Foster con il quarto True detective.
E Colin Farrel, un investigatore privato che ritrova – sempre – persone scomparse, la regge e come.
Qui anche la sua organizzazione glielo ha detto in tutte le salse che di questa ragazza, rampolla di una famiglia di magnati del cinema, è meglio che non si occupi, ma gli ricorda la sorella, scomparsa in passato, e perciò non demorderà.
Ogni investigatore, privato o di stato, si sa, deve avere le sue proprie caratteristiche uniche, e il nostro 1) è un appassionato di film noir B/N degli anni ’40 e ’50, che ogni tanto ci fanno godibilmente da contrappunto e 2) detesta la violenza, si scusa quando è costretto a praticarla.
Il tema della violenza, come fattore umano forse ineliminabile, è forse la parte più interessante della serie.
Le ultime due, delle otto puntate, ci fanno entrare in una fase sorprendente, anche se qualche indizio qui e là è stato lasciato, piena di colpi di scena del tutto inverosimili che solo la grande bravura e presenza di Colin Farrel rendono non dico accettabili, ma almeno drammaturgicamente comprensibili.
Il finale lascia aperta la possibilità di un seguito.
Vale la pena guardarla, con le riserve dette.










