Lo avevo letto anni fa, me lo ha regalato un figlio a Natale, non ce lo avevo più da anni, chissà a chi prestato senza ritorno, è stata una bella occasione per rileggerlo.
Stoner è figlio di contadini che dovrebbe studiare agricoltura per poi aiutare i genitori che non se la passano bene ma si appassiona alla letteratura inglese del medioevo e passerà tutta la vità come insegnante nell’Università della Colombia.
La vita di Stoner si svolge fra le due guerre che a volte si affacciano con le loro tragedie ma sempre sullo sfondo. Si innamora, si sposa, ha una figlia, un nuovo amore difficile, contrasti in facoltà con colleghi e studenti.
È tutto qui, e non si stenta a credere che, come è documentato in appendice dallo scambio di corrispondenza con la sua agente letteraria, Stoner abbia avuto difficoltà a trovare un editore, tutti preoccupati della poca attrattiva che avrebbe potuto avere sui lettori un personaggio così scialbo e insignificante.
Eppure, questa sembra essere la sua forza, la mancanza di particolari qualità che, anche se viviamo in ambienti del tutto diversi da quello universitario, ce lo fanno sentire vicino, fino a farci appassionare a come andrà a finire la polemica con lo studente capzioso o lo scontro su una scemenza con il collega.
Le cose più drammatiche – emotivamente drammatiche – che succedono finiscono tutte con qualcosa come “alla fine è andata così” e tu che leggi ti senti spaesato e ti affezioni a quest’uomo ordinario, fondamentalmente buono, che non riesce nemmeno a esprimere fino in fondo il buono che lo muove.
Il breve brano che ho copiato trovo che lo descriva meglio di tante parole: è consapevole di che cosa (scrive “cosa”, non “chi”) è stato.
Nel tempo, è diventato quello che ogni editore vorrebbe per i suoi libri: un long-seller, cioè un romanzo che si vende sempre, con costanza; non un velocista, un passista implacabile.
Va letto assolutamente.










