I due fratelli-cugini tornano da Chicago nel natio Mississipi, ripuliti e con una borsa piena di dollari- siamo negli anni trenta – e, come i Blues brothers, mettono in piedi una Band per inaugurare il capannone che comprano dal capo del KKK locale.
Ma si sa che il blues è la musica del diavolo e, fra cinesi gestori di negozi, indiani in cerca di spiriti malvagi, vecchie fiamme abbandonate che si riaccendono, storiacce familiari che riemergono, il giovanissimo chitarrista figlio del pastore sarà, con il vecchio pianista, il protagonista della memorabile serata di inaugurazione.
Il piano sequenza che segue la festa vale da solo l’oscar per la regia e i costumi.
A un certo punto – qualche avvisaglia c’è stata – entriamo nel mood di Dal tramonto all’alba e de La notte dei morti viventi ma, anche se il sangue si vede, restiamo sempre dentro alla favola e, io che odio horror e vampiri, mi sono goduto la lotta metaforica fra il blues dei campi di cotone e il country arrivato dall’Irlanda, fino a un finalino (per il finale bisogna aspettare che scorrano tutti i titoli di coda) con quelli del KKK sterminati come in un videogioco.
Due ore e un quarto di goduria piena di grande cinema, citazioni di grande cinema che chissà quante me ne sarò perse, vitalità senza limite.
I neri sono i buoni e i bianchi i cattivi ma: siamo nel Mississipi del 1932, come altrimenti si poteva mettere?
Da non mancare, assolutamente da non mancare.










