Per la prima volta, nel leggere un romanzo di McEwan – e credo di averli letti tutti – dopo centocinquanta pagine mi sono chiesto se valesse la pena proseguire.
Anticipo la risposta: sì, ne vale la pena e come!
Anche se con almeno un fattore critico importante, e cioè che lo svolgersi degli avvenimenti iniziali nel mondo futuro del 2120 risulta un mero pretesto per fornirci la previsione dell’autore sui disastri che si dispiegheranno nei prossimi cento anni.
Pretesto: perchè, se avesse collocato nell’oggi i ricercatori della grande poesia del grande poeta e arretrato di forse vent’anni gli eventi oggetto di ricerca il romanzo sarebbe stato ottimamente in piedi lo stesso.
Dunque, la nostra coppia di accademici è alla ricerca di tracce documentali sulla straordinaria poesia della quale si dice esistesse una sola copia.
Poesia forse d’amore forse intrecciata a istanze ecologiche che fu ascoltata soltanto dai pochi invitati alla festa di compleanno della moglie del grande poeta.
Tutta la prima parte, perciò, sta nei tentativi di ricostruzione degli eventi intorno a quel compleanno, a quelle relazioni e nella strenua ricerca di tracce per ritrovare il testo dell’opera fondamentale. Tutto ciò mentre si snodano le vite dei ricercatori fra le loro relazioni complicate ed è qui, nella descrizione degli intrecci e degli altri e bassi emotivi dei personaggi e nelle loro giravolte valoriali, che McEwan dà il meglio di sè.
Il meglio di sè che sale addirittura di livello quando, nelle ultime centocinquanta pagine, la storia faticosamente ricostruita del grande poeta e della moglie e dei loro amici ci viene raccontata in modo piano, dove a confermare dove a smentire le ipotesi e le ricostruzioni fatte all’inizio.
Il finale sarà sorprendente, dopo che i vari personaggi si saranno espressi al massimo della loro umanità così insopportabilmente contraddittoria, e forse per questo così, umanamente, preziosa e squallida.
Da leggere.
