Due suoni accompagnano tutto il film: il rumore quieto del mare e la domanda “a che stai pensando?”.
Non proverò a raccontarlo perchè una storia non c’è, come non c’era ne La grande bellezza e forse nemmeno in Youth.
Sorrentino ha la capacità di comunicare per immagini, che è poi l’essenza del cinema, per questo è un grande regista, al quale non serve raccontare una storia per trasmettere sentimenti e commuovere.
Ne sono uscito pieno: di immagini ed emozioni, appunto. E di bellezza.Da un film (da poco altro, in effetti) non mi aspetto di più.
A me è parso che l’accostamento Parthenope / Napoli sia la cornice più immediata dentro e dietro alla quale sta altro: la seduzione e l’amore, espressi in tante forme, e la irredimibile finitudine umana, pure questa esplorata in tanti personaggi e nella ricchezza a volte straripante di metafore.
Sorrentino si scrive da solo tutte le sceneggiature e forse questo comincia a diventare un limite, perchè sembra non resistere al gusto della battuta fulminante, che però ormai ce l’aspettiamo, anche se qui l’effetto è parecchio mitigato dall’ironia e dall’autoironia.
Il regista ha solo cinquantaquattro anni e mi auguro che abbia voglia, in futuro, di tentare qualcosa di molto diverso, per non rischiare il manierismo.
È anche ben consapevole di quella triste parte del tristissimo politicamente corretto che consiste negli anatemi contro la cosiddetta “appropriazione culturale”, per cui una scrittrice americana non si può permettere di raccontare il dramma del viaggio di una donna messicana che vuole passare il confine, figuriamoci un uomo che fa un film con protagonista una donna: “Il fatto che io sia maschio, bianco, etero e che decida di raccontare una donna a modo mio, per alcuni è un problema. Dieci anni fa non lo era. Oggi esiste un sospetto sulla libertà artistica.”
Non lo consiglierei a chiunque, ma chi è disposto a staccarsi da se e a immergersi avrà di che godere. E riflettere, nei giorni a seguire.
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