L’Odissea, insieme all’Iliade, contiene tutte le storie.
Come la bibbia, come altre grandi narrazioni di altre epoche e civiltà.
Dunque, non hanno senso tutti quei commenti sulla filologia degli abbigliamenti nè sull’ordine in cui sono presentati gli eventi nè sugli eventi selezionati per rappresentare la storia che ha voluto narrare Nolan.
Non è per caso che le grandi storie vengono riprese, nei secoli, da artisti diversi, in forme espressive diverse, ciascuno dei quali sceglie un suo punto di vista, come è giusto che sia.
Mi è stato insegnato il corpus delle grandi opere omeriche come una storia di grandi avventure, grandi passioni, grandi inganni, in cui prevale la celebrazione dei vincitori e del vincitore per eccellenza, Odisseo, che rappresenta il prototipo di uomo alla ricerca di sè stesso e della conoscenza, fino alla vittoria.
L’Odisseo (nel film è il nome di Ulisse) di Nolan non lo avevo mai incontrato, da Kirk Douglas allo spendido sceneggiato televisivo con Irene Papas ad altre versioni che ricordo meno.
L’Odisseo di Nolan è un reduce traumatizzato dalla guerra che ha vinto, è un condottiero che fa di tutto per salvare i suoi uomini ma che non esita a non seppellirli se il momento richiede altro.
È un uomo che Calipso ha salvato dalla follia e che, per amore, sceglie di lasciarlo andare.
Non c’è eroismo in questi soldati sballottai dalle tempeste e dagli dei, c’è paura, voglia a un certo punto di fermarsi a qualsiasi costo.
Nè c’è indulgenza nella rappresentazione della distruzione di Troia: vi si respira il massacro di donne e bambini più che l’alito della vittoria.
D’altra parte, Elena fu un pretesto: l’ambizione imperiale di Agamennone puntava al controllo delle rotte commerciali. Ci ricorda qualcosa?
Tanti i richiami all’oggi, ma sempre fra le righe; qualcuno ha potuto criticare la scorrettezza storica del richiamo alla fine dell’età del bronzo ma in un’opera d’arte il messaggio è chiaro: la nostra civiltà va verso la fine e ne siamo noi gli artefici, quando smettiamo di rispettare i precetti di Zeus, quando non diamo ospitalità al viandante povero, quando, con il famoso cavallo, falsamente dedicato agli dei, tradiamo ogni principio di lealtà, al quale ad ogni passo peraltro ci richiamiamo.
Inutile dire della parte spettacolare, che chiunque può apprezzare: mi limito a segnalare come pezzo di straordinaria bravura, fra i tanti, la trasformazione degli uomini in porci da parte di Circe, donna che ha conosciuto la fame di violenza degli uomini e che ha trovato come difendersi, anche se non ha trovato come alleviare la sua solitudine.
Alla fine Ulisse se ne va con Penelope che lo ha aspettato: “gli uomini fanno quello che vogliono, io faccio quello che posso”, aveva risposto a Telemaco che la criticava per la sua irresolutezza.
Attori tutti – tutti – al loro meglio.
Un gran bel film in cui, come raramente accade, spettacolo e contenuti si integrano al meglio.
Un film popolare nel senso più pieno del termine, anche perchè ha riportato l’attenzione del mondo su questi capolavori della letteratura di sempre.
DA NON MANCARE…
