Siamo nella Baltimora degli anni ’60, quando una relazione bianca-nero non era solo sconveniente ma era un reato per cui si andava in galera.
Per la prima parte si cerca una bambina scomparsa e, siccome è di famiglia ebrea, questo dà modo di esplorare quell’ambiente di bianchi ma, in quanto ebrei, non abbastanza bianchi.
La protagonista, un’ottima Natalie Portman, vuole svincolarsi dalla chiusura di quel mondo e diventare una giornalista il che, per una donna ebrea sposata ma che vive da sola non è per niente facile.
Nella seconda parte la storia si sposta nel mondo dei neri, dove chi la fa da padrone è il boss che gestisce la lotteria clandestina e in questo ambito viene ritrovata morta nel lago la donna del titolo.
La nostra aspirante giornalista, che a sua volta ha precedenti inconfessabili, è il collegamento fra le due storie che si intrecciano.
Le storie zoppicano abbastanza in credibilità ma le ambientazioni nella comunità ebraica e in quella nera che in qualche maniera gode della propria musica nei locali vietati ai bianchi sono il pezzo forte di questa serie.
Nel penultimo episodio la regista si monta un po’ la testa e ci molla tutta una cosa onirica piena di simbolismo che tuttavia le perdoniamo perchè il finale arriva tutto sommato accettabile, con la chiusura di tutte le sotto storie.
Se si fa attenzione, nelle primissime scene c’è una chiave di spiegazione fondamentale.
L’ho visto volentieri, nonostante qualche fatica, in certi momenti, a identificare il piano temporale.
