Ovvero, della (non) elaborazione di un lutto fra i tombaroli dell’alto Lazio.
Da precedenti film di Alice Rohrwacher ero uscito con una irritazione di fondo pur nel riconoscerle originalità sia di storia che di regia.
Da “La chimera” sono uscito soddisfatto, mi è sembrato tenero ed equilibrato, ho molto apprezzato i movimenti dei “cori”: il gruppo/famiglia dei tombaroli; le sorelle prototipo della “borghesia per bene”; il gruppo di donne che costruisce una nuova comunità nella stazione della ferrovia abbandonata che è di nessuno e quindi di tutti.
È anche riuscita a rendere con magistrale garbo la situazione di potenziale violenza – potenziale, e “normale”, dentro a una festa paesana – di un gruppo di uomini verso una donna leggermente brilla.
Finale che mi stava per innervosire per come era partito e che invece è di rara delicatezza.
Non lo consiglierei proprio a tutti tutti, secondo me merita di essere visto.
