Comincio dalla fine: consiglio di restare a sedere anche durante i titoli di coda, perché le foto che li accompagnano sembrano dei Canaletto che dipinge il deserto e le canzoni sono bellissime, come in tutto il film.
La storia si sa, il viaggio di due sedicenni dal Senegal verso il paese dove saranno i bianchi a chiederci l’autografo, per le canzoni che compongono e sulle quali intanto ballano tutti gli amici.
La rappresentazione degli ostacoli di ogni genere arriva reale, e forse ridotta al minimo, senza forzare, come sarebbe stato facile, ma quel minimo è più che sufficiente a restituircene il peso terribile.
Una storia di amicizia e di crescita, e alla fine è forse l’assunzione di responsabilità anche oltre le proprie forze la cifra più significativa di “Io capitano”.
Commozione temperata dalla rabbia furibonda al pensiero di chi è capace di concepire, nella realtà, un taglieggiamento di stato, alla fine del viaggio.
Confesso di essermi cullato, dopo essere uscito, nell’immagine dei nostri ministri con le forcelle che li obbligano a tenere gli occhi aperti, come il protagonista di Arancia meccanica, mentre sono costretti a guardare “Io capitano”.
Lo consiglio senza riserve.

