Riporto qui, anche un po’ aggiustati, un paio di post che ho scritto, su un’altra bacheca, in risposta a commenti sul counseling, dei quali commenti non ho ancora capito bene il senso ma che ho apprezzato per avermi dato

l’occasione di esplicitare le considerazioni che seguono:

Il counseling è qualcosa che, in ultima analisi, è concettualmente abbastanza semplice, se si resta a Rogers. E il più delle volte è sufficiente restare a Rogers, che resta un grande per aver intuito, esposto e dato forma a una modalità relazionale che permette di essere di aiuto nella maggior parte delle situazioni, per qualsiasi motivo “critiche”, che una persona possa trovarsi a vivere.

Operando sul presente, il counselor sa che esiste il transfert e NON ci lavora.
Il counselor sa che esiste anche il controtransfert e sa come fare in modo che non interferisca nella relazione con il cliente.

In sostanza, di cento persone che hanno problemi di coppia, o di lavoro, o di timidezza eccetera, la grande maggioranza – non ho uno studio scientifico a riprova, dico solo per esperienza personale, dunque riconosco il limite anche di questa affermazione – può essere aiutata da un counselor, senza bisogno
di indagare quale transfert il cliente abbia nei confronti del counselor.

Heideger chiamava Geworfenheit (qualcuno ha tradotto con “gettatezza”)
il trovarsi gettati nel mondo senza averlo scelto, che è la condizione esistenziale di ogni essere umano, e il counseling sta tutto dentro all’esistenzialismo e ci sta soprattutto con la parte (questa principalmente affermata dalla Gestalt) di richiamo all’assunzione di responsabilità dell’individuo circa le proprie scelte.

Il counseling avrebbe anche il limite di prestarsi alla logica dell’adattamento sociale del cliente. Rispetto a questo, già Marcuse (in “Eros e civiltà”) metteva in guardia la psicanalisi dal prestarsi a restituire individui adattati e con ciò nell’essere complice del dominio capitalistico. Ma il counselor non si propone di allevare ribelli, la critica sociale appartiene a un’altra dimensione dell’esistenza.

E, tuttavia, quale approccio è più evolutivo della “tendenza attualizzante”, e dunque intrinsecamente votato alla critica sociale ogni qualvolta la società limiti le potenzialità umane?

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