Di Michele Mari avevo letto un altro romanzo, allora consigliatomi da un libraio “per la scrittura”. Non ne ricordo il titolo, ricordo che lo trovai illeggibile e lo lasciai.
Ci ho voluto riprovare con “I convitati di pietra”, attratto sopratutto dalla storia di questi trenta compagni di liceo che, un anno dopo la maturità, mettono in piedi una riffa / scommessa consistente nel versare ogni anno, ciascuno, nel ritrovarsi per la rimpatriata, un importo consistente, da investire e far fruttare, con lo scopo di versare alla fine il capitale agli ultimi tre che saranno rimasti vivi.
Pessimo, vero?
Già.
E infatti Michele Mari si diverte perfidamente a esplorare le tante varianti – la maggior parte davvero malvage, alcune, poche, anche generose – nella quali questa scommessa si può declinare nel tempo, mentre dai vent’anni iniziali si passa alle successive fasi della vita, fino alla vecchiaia avanzatissima.
Intanto, a mano a mano qualcuno muore, e naturalmente ogni evento suscita riflessioni sul significato dell’impianto che hanno messo sù.
Muoiono per le cause e nelle circostanze più diverse: non dirò quali, lascio a chi legge di immaginarle e di trovarne riscontro.
La scrittura è davvero sublime, pur nella ricercatezza però mai affettata.
A metà circa della lettura la mia sensazione principale era che Mari odiasse i suoi personaggi e che li dipingesse, senza nemmeno bisogno di attingere alla vera cattiveria, al loro peggio.
Una particolarità della quale non ho davvero colto il senso sono i precisi (suppongo: non ho controllato) indirizzi delle abitazioni, delle chiese dove si svolgono i funerali e tanti altri particolari del tutto inessenziali alla narrazione.
Un altro tema che ricorre, e questo nella narrazione almeno un senso ce l’ha, è la passione di uno dei protagonisti per Gene Hackman, attore che ho sempre amato, ma anche le continue elencazioni dei film ai quali ha partecipato mi sono arrivate come pesantezza inutile.
Sono centocinquantasei pagine: il sospetto che l’editore gli abbia chiesto di arrivare almeno a centocinquanta è duro da scacciare, considerato che indirizzi e titoli di film mi hanno dato la spiacevole impressione di fungere da riempitivo.
Credo che il romanzo possa accogliere diversi piani di lettura e questo è sempre un pregio.
Quello che alla fine mi è sembrato avere più significato è la consapevolezza dell’avvicinarsi della fine e la voglia di arrivarci, dopo la vita di bassezze dei personaggi di questo romanzo, con la particolare e inedita tenerezza che emerge, per me inaspettata e lo stesso non contraddittoria rispetto all’andamento generale, dalle ultime pagine.
Ne ho goduto per tutto il tempo della lettura. Non è poco, direi.
