Cani, gatti, animali in genere, sono fonti di sporcizia e malattia: sono stato educato a questo e, perciò, a starne lontano.
Da piccolo, ricordo la tartaruga sul grande terrazzo dei nonni materni. Un giorno scomparve, non se ne seppe più niente: un po’ mi dispiacque.
A otto, dieci anni, lo zio Raffaele mi portava a caccia con lui. Mi piaceva essere bravo a colpire il bersaglio, mi dispiaceva raccogliere l’uccelletto morto. Qualche volta erano solo feriti e mio zio aveva l’accortezza di finirli – li strozzava con due dita nascondendo la mano dietro alla schiena – cercando di distrarmi. Di quella stagione, come bel ricordo, non mi è rimasta la caccia, ma le salsicce infilate su un ramo di faggio appena sbucciato e poggiato su un altro ramo a forcella, sopra al fuoco acceso nel bosco, e il panunto. E il procedere nella natura, che allora mi pareva selvaggia, tanto che andarci dentro mi è rimasto come bisogno e piacere che vuole tuttora esprimersi ogni volta che può.
I figli erano ancora piccoli, cinque e sette anni, e con Enrica decidemmo di prenderci finalmente una vacanza da soli. Li lasciammo con amici, dei quali ci fidavamo, che gestivano un campeggio per ragazzi e, con un’altra coppia, andammo in Sardegna. Per un paio di giorni fummo ospiti di loro amici, che avevano due figli e un bellissimo cane lupo. Lui passò tutto il tempo a prendersi cura del cane lupo – gli faceva lunghe, misteriose operazioni fra i denti – disinteressandosi dei figli. Non ho un ricordo preciso dello svolgimento, ma a un certo punto disse qualcosa il cui senso era – convinto, molto convinto, non scherzava affatto – che per lui il cane lupo era più importante dei figli. Questo mi colpì molto, e infatti ancora lo ricordo, anche se con quelle persone non ebbi altri contatti nella vita. Era qualcosa di cui non mi potevo capacitare. Eppure esisteva.
Dove ho lavorato per trentasette anni c’era una donna, allora sui quaranta, intelligente, colta, ben curata, con aria sempre abbastanza distante. Viveva con quattro cani. Un volta che mi capitò di scambiarci qualche parola le chiesi come mai non avesse un compagno. Allora potevo essere troppo diretto, poco curante della sensibilità dell’interlocutore, ma quella volta deve essermi uscita con il tono giusto, perché mi rispose sorridente che la sua psicologa le aveva proposto, e a lei era piaciuto, che prendersi cura dei cani fosse un modo di allenare i sentimenti. Questo punto di vista mi colpì, e cominciai a osservare diversamente il rapporto essere umano – animale.
Una volta – ero separato – andando a trovare i figli, vidi Marco, allora adolescente, che insieme a un amico stava dando latte con un biberon a un micetto sperduto, che avevano riparato in una scatola di scarpe. Gli dissi, mi uscì così, che sarebbe stato un bravo padre, È in effetti un bravo padre. Anche Giordano lo è.
Andai a vivere a casa di Adriana, nel momento in cui uscì dalla casa dei genitori. Avevo preteso che lasciasse dai suoi Pippo, un bastardo bianco chiazzato nero, di media taglia, irruento e attaccabrighe. Un giorno che eravamo andati a trovare i suoi genitori vedemmo la madre di Adriana – di grossa corporatura – che stava rischiando di cadere, letteralmente trascinata da un Pippo incontenibile, e convenimmo che Pippo avremmo dovuto prenderlo con noi. Così fu: una rottura infinita, un vincolo continuo. Tuttavia, mi piaceva portarlo a fare il giro di pisciata della mattina. Invecchiò, si ammalò, aveva un’artrosi che non ce la faceva quasi più ad alzarsi. Quando scendevo la mattina ormai dovevo portarmi l’occorrente per pulire perché gli usciva prima di varcare la soglia del portone e al ritorno lo riportavo a casa – eravamo al primo piano – in braccio, perché non era più in grado di salire le scale. Andò avanti qualche mese. Mi avrebbe fatto piacere accompagnarlo a morire, ma Adriana non se la sentì e lasciò questo compito ai genitori.
Mi sposai di nuovo. A casa di Uliana, in Umbria con un piccolo giardino, c’era già Lara, che sembrava la copia di Pippo. Lara ogni tanto scappava e una volta tornò incinta. Nacquero tre batuffoli proprio quando Uliana era in Usa per lavoro; li trovai la mattina appena alzato, Lara aveva fatto tutto da sola, mi avevano spiegato che si sarebbe mangiata lei stessa la placenta (che schifo!) e che avrei trovato tutto pulito. I tre cuccioli li regalammo a qualcuno che, ci accertammo bene, se ne sarebbe preso buona cura. Poi abbiamo divorziato, Lara è morta quando non vivevo più lì, mi è dispiaciuto.
Infine, incontro una tipa dai capelli da fata turchina che mi dice di vivere con diciassette animali, che mette le tartarughe in frigorifero per letargarle, che le portano cani e gatti disastrati che lei rimette in sesto. È vegana, animalista e qualche altro ista che non ricordo. Non mi pare però del tutto fuori di testa, mi incuriosisce molto.
Sono rimasto segnato da quella spiegazione della psicologa circa il rapporto con un animale come allenamento ai sentimenti, e infatti so che diversi animali funzionano bene in accompagnamento a una terapia.
Vedo anche, però, che qualcuno si allena tutta la vita e non passa a giocare sul campo. Mi sono convinto che sia perché, nella relazione con un animale, l’umano non ha bisogno di fare la fatica di contrattare un modo di stare insieme, perché è il solo a stabilire le regole. E non rischia l’abbandono, mentre ottiene abbastanza facilmente fedeltà, accoglienza, le feste, può anche soddisfare il bisogno che tutti abbiamo di contatto fisico, di abbracci.
Ho letto qualcosa su Wikipedia, quindi senza grande approfondimento, di biocentrismo e antispecismo: mi sono fatto l’idea che, una volta fattane una metafisica, si possa arrivare a teorizzare che una relazione essere umano – animale possa essere considerata alla pari di una relazione fra esseri umani. Non sono sicuro che sia una prospettiva augurabile e, tuttavia, potrebbe aprire a punti di vista del tutto nuovi. Mantengo sospeso il giudizio.










