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A cena da mia sorella, le arriva un messaggio su Whatsapp.

È un messaggio audio, che ascoltiamo tutti.

— Vi chiediamo di dire una preghiera per un bambino, che purtroppo ha bevuto da un contenitore con acido muriatico, o forse un’altra sostanza, ma sta gravissimo in ospedale. I genitori sono nostri parrocchiani, brave persone, grazie per quel che potete fare, Dio ve ne sarà grato.

Probabilmente, mi dico, è il parroco che sta facendo girare ai parrocchiani. Penso a quel bambino, penso alla disperazione di quei genitori, che insieme mi fanno rabbia per la loro incoscienza.

Poi mi rivolgo a mia sorella e le chiedo:

— Poveretti, ma a che serve questo?

— Intanto è energia che circola

— Ti prego, che c’entra l’energia? È solo una parola sotto alla quale chiunque fa passare di tutto, l’energia no, per favore.

— Comunque, male non può fare, no?

Certo che non può fare male.

E rifletto: se tante persone ci credono, lo fanno, un senso per loro ce lo deve avere. Mi do alcune risposte, come dire? antropologiche: il senso di comunità, di appartenenza; il sostegno per quei genitori: sapere che tante persone stanno pregando per loro, anche se le preghiere non incideranno in nessun modo sulle cure che quel bambino sta ricevendo, li farà sentire meno soli.

Ma è l’ultima considerazione di mia sorella che mi sembra decisiva, e che mi induce a “mandare” un pensiero a quel bambino e a quei genitori:

— Se anche facesse bene solo a chi la dice, quella preghiera…