Cinema

E vabbè, ho visto Barbie, sedotto dalla fama di “regista da festival” di Greta Gerwig e da qualche recensione che ne lodava il superamento ironico degli sterotipi, proprio a partire dalla “Barbie stereotipo” protagonisa del film.
Comincia con una citazione, per me piuttosto rozza, da Kubrick, e va avanti per un po’ in Barbieland dove tutte le giornate, come in Truman show, sono uguali e felici e dove il povero Ken, mero accessorio di Barbie, ogni sera se ne deve tornare a casa propria.
A un certo punto l’incantesimo si rompe e Barbie e Ken si avventurano nel mondo reale combinando un bel po’ di casini.
La Mattel non ci capisce più niente e quando tornano in Barbieland il buon Ken, che nel mondo reale ha imparato l’esistenza del maschilismo, sta trasformando Barbieland in Kenland.
A questo punto le Barbie, recuperando le arti femminili, seducono e ingelosiscono i Ken, quei maschiacci si scontrano fra di loro, e si torna a Barbieland.
Dentro questo “intreccio” una quantità di buone intenzioni sul come impostare correttamente i rapporti fra i sessi, intollerabilmente didascaliche e davvero molto banali.
Forse si volevano far arrivare i messaggi alle nuove generazioni? Sta di fatto che, all’uscita, il buon 70% di ragazzini 5/13 che occupavano il cinema avevano facce un bel po’ perplesse, per niente divertite.
A tratti mi sono pure divertito, perchè il “prodotto” di sicuro c’è, le coreografie sono piacevoli, ed è la prima volta che, dopo La-la-land, Driver e Blad Runner 2049, dove ha battuto ogni record di inespressività, Ryan Gosling sembra un vero attore.
Lo avrei evitato, a saperla tutta, ma ogni tanto bisogna pure rischiare, no?