Io non sapevo che cosa fosse sentirmi appagata dall’universo e potermi permettere di perdermici dentro.
Questo è stato.
Dalla prima volta, questo è ogni volta.
Ti vedo beato alla luce del pomeriggio avanzato che filtra bassa fra i listelli delle tapparelle a indorare le polveri sospese.
Scendo a preparare il caffè.
Torno con il vassoietto – due tazzine, i biscotti, la zuccheriera – e tu mi guardi dritto e, come ogni volta, mi prendi il polso, lo scorri fino alle unghie e ti fai scivolare sul palmo la tazzina fumante.
Scivolo sotto al lenzuolo.
È una certezza: quando mi girerò a guardarti – adesso non fa più così male – i tuoi occhi saranno diventati tristi e oscillerai fra i tuoi soliti dubbi, detti ad alta voce o ingoiati in silenzio: che non potrà durare, che non puoi bastarmi, che finirai per essere sostituito.
Ho imparato a non contrastarti: niente nessuna parola nessun gesto potrà placarti e nemmeno sorseggiare il caffè insieme dopo l’amore potrà saziarti.
Farò pure bene a non cercare di consolarti perché – magari riuscissi a vederti quanto sei cucciolo! – ti sentiresti ancora meno all’altezza.
Resto, a fatica, neutra.
Tu finisci il caffè e ti alzi. Non sei brusco, resti gentile, mi piace guardarti nudo anche se stai già altrove.
Ci sto facendo l’abitudine e mi dico che questo non è giusto per me: perché mai dovrei farci l’abitudine? Perché l’amore è questo? È accettare? Forse è questo che l’universo mi chiede per mantenermi aperta questa strada di polvere di stelle che porta al sacro?
So che tocca a me accogliere le tue paure, le tue rabbie, i tuoi allontanamenti dolorosi. Toccherà sempre a me rimediare e sono stanca.
Ma, se è proprio questo che l’universo mi chiede, c’è forse un modo in cui potrei far cambiare direzione al destino?
E se ci fosse, un modo, sarebbe davvero questa la strada che vorrei percorrere?










