Libri

Fino a pagina cento (la metà) ho letto e pure sottolineato (lo faccio sempre), poi ho sfogliato fino alla fine, perchè se nella prima metà di un libro che si propone filosofico non ho trovato niente di originale me lo faccio bastare.

Il tutto si riduce alla considerazione – sostanzialmente antropologica, più che filosofica – che sono esistite ed esistono società basate sull’eguaglianza dei loro membri che campano felici e contenti.

Caffo le vuole definire “anarchiche”, e passiamogliela, ma non c’è una, dico una, considerazione sulla differenza fra queste società composte di pochi individui che vivono in spazi quasi privi di contatti con il “fuori” e la dimensione, e quindi la complessità, delle società come le abbiamo costruite nei secoli.


Alla fine l’anarchismo mi pare preso a pretesto per raggruppare sotto a un unico cappello tutto ciò che si oppone allo stato delle cose in cui il capitalismo ha trionfato, con le conseguenze che possiamo osservare. A me sono sembrate semplificazioni poco all’altezza di quello che si pretende pensiero filosofico.

Traspare, sì, una grande passione civile – Caffo da anni, per un mese, fa un seminario residenziale a Lampedusa dove prova a far sperimentare, a se stesso e agli studenti, almeno qualcosa della vita dei migranti che lì sbarcano e che scompaiono alla vista – e un impegno sincero a cercare vie di uscita, ma “chi prenderebbe sul serio un processo per aver rubato un motorino o picchiato la sorella mentre nezzo mondo crolla sotto l’effetto dei gas serra?” mi suona infantile e inquietante, non meno dell’inevitabile richiamo al potere insurrezionale dello sciamanesimo e compagnia bella.

La conclusione, dalla nicchia di pensiero filosofico che pare essersi ritagliata, detta “Postumanesimo contemporaneo”, è che il collasso è inevitabile e che è meglio prepararsi.
Mi era piaciuto di più come lo aveva detto Lucio Dalla.