The Night Manager

Lo avevo visto, quando uscì anni fa. Perciò l’ho cominciato a guardare convinto di stare nella II serie.

Invece era la prima e l’ho riguardata tutta perchè tanto avevo solo qualche sprazzo di ricordo qui e là e perchè quando metti insieme Le Carrè e una signora regista come Susan Bier più una schiera di attori al loro meglio ne esce una serie perfetta, non aggiungo altro.

Da non mancare.

Aguirre furore di dio

Werner Herzog diresse nel 1972 questa avventura di un manipolo di soldati spagnoli che discendono il Rio delle Amazzoni alla ricerca della favolosa terra di Eldorado.

I soldati sono accompagnati da portatori indigeni e hanno al seguito un rappresentante della Corona di Spagna, nobile con moglie e figlia, le quali attraversano la giungla protette dalle tende delle portantine.

La faccia spiritata di Klaus Kinsky accompagna le tante difficoltà che la natura dei luoghi impone al gruppo di affrontare: montagne impervie, fiumi tempestosi, fango, le aggressioni degli invisibili uomini del posto, che le cannonate scacciano per poco.

E poi portatori scontenti, ufficiali irresoluti.

Gli umani a mano a mano si confondono con i luoghi senza riuscire a dominarli: la sete di dominio riesce a esprimersi soltanto verso altri uomini e in modo distruttivo. L’unico soffio di una possibile altra visione, ma priva di speranza, sembra dato dalla donna che, vestita del suo abito più elegante, incede nella giungla fino a scomparirvi.

Un vero capolavoro, che avvinghia lo stomaco senza che il regista abbia bisogno di particolari effetti per sottolineare le tante crudeltà equamente divise, intrecciate senza scampo, fra umane e naturali.

Musica d’epoca dei Popol Vuh.

Da non perdere.

L’enigma di Majorana

Stefano Mancini, nella Feltrinelli di viale Marconi, mi ha chiesto, mentre sbirciavo fra i libri esposti, se poteva presentarmi il suo libro.

Circa quarant’anni, modi educati, contento che lo stessi a sentire – probabile fossi il primo, la libreria aveva appena aperto – mi ha esposto in breve il succo, ma confesso che ascoltavo poco, perchè il “modo” mi aveva già conquistato e avevo già deciso di comprarlo.

Di Majorana ha già scritto Sciascia, che però cercava di intuire una verità, mentre qui si tratta di un thriller, e il fatto che il giovane matematico sia misteriosamente scomparso rende possibile ogni costruzione intorno.

Deve aver contato anche una forma di solidarietà, visto che ho un romanzo in uscita a maggio (a maggio?).

Gli ho chiesto come avesse avuto quello spazio: iniziativa dell’editore, infatti la settimana prossima sarà in un altra libreria.

Legge sopratutto gialli e thriller, “per migliorare”, gli è piaciuto “I leoni di Sicilia”.

Sono curioso.

Cosa resta di noi

La Versilia, una coppia che non riesce ad avere figli, composta da un bagnino diventato imprenditore per matrimonio, una donna bellissima che ne è diventata la moglie e si dedica alla carriera di scrittrice e poi di presenza televisiva, l’arguzia toscana quando diventa becera, un’impiegata innamorata dell’uomo sbagliato.

È quest’ultima che muore. Anzi scompare. Tranquilli: succede nelle primissime pagine, quindi non svelo niente.

La scrittura va via liscia, i personaggi sono bel delineati, anche i minori, come l’amico del bagnino, il padre del trucido.

Per la parte “giallo” la storia è ben condotta, ma nelle ultime pagine il crash finale è poco sostenuto dalle premesse e dalla logica e anche le evoluzioni di qualche personaggio – sopratutto la moglie – sono decisamente poco credibili.

Che dire? Gradevole, posso provare con altri.

Il quasi giallo Sellerio è ormai quasi un genere: scrittori dallo stile scorrevole che raccontano storie che fanno pensare a qualche ambizione maggiore rimasta confinata. Di persona Giampaolo Sini – conosciuto ad una “lectio magistralis” sul cui titolo lui stesso ironizzava – ha l’aria simpatica, confermata dalla esplicita dichiarazione di sapere esattamente dove – letterariamente – sta e dove vuole stare.
APPREZZABILE

Sugar

Ormai è uno standard: si prende un grande attore e gli si fa reggere una serie sconclusionata. Qui Colin Farrel come Judy Foster con il quarto True detective.

E Colin Farrel, un investigatore privato che ritrova – sempre – persone scomparse, la regge e come.

Qui anche la sua organizzazione glielo ha detto in tutte le salse che di questa ragazza, rampolla di una famiglia di magnati del cinema, è meglio che non si occupi, ma gli ricorda la sorella, scomparsa in passato, e perciò non demorderà.

Ogni investigatore, privato o di stato, si sa, deve avere le sue proprie caratteristiche uniche, e il nostro 1) è un appassionato di film noir B/N degli anni ’40 e ’50, che ogni tanto ci fanno godibilmente da contrappunto e 2) detesta la violenza, si scusa quando è costretto a praticarla.

Il tema della violenza, come fattore umano forse ineliminabile, è forse la parte più interessante della serie.

Le ultime due, delle otto puntate, ci fanno entrare in una fase sorprendente, anche se qualche indizio qui e là è stato lasciato, piena di colpi di scena del tutto inverosimili che solo la grande bravura e presenza di Colin Farrel rendono non dico accettabili, ma almeno drammaturgicamente comprensibili.

Il finale lascia aperta la possibilità di un seguito.

Vale la pena guardarla, con le riserve dette.

Kaos

Mi sono gustato Jeff Goldblum nella parte di Zeus in un Olimpo degli anni sessanta del secolo scorso (i telefoni sono quelli con il disco da girare per comporre i numeri).

La mitologia greca, con gli dei dispettosi, infedeli, vendicativi, pronti a trasformarsi per ottenere i loro luridi scopi, che giocano con gli umani secondo ogni capriccio, che tradiscono senza ritegno, offre una quantità di spunti narrativi dai quali abili sceneggiatori hanno costruito alcuni filoni – qui la discesa all’Ade di Orfeo che vuole riportare in vita Euridice (Eury, ovviamente) – e che non sa di essere strumento di un più vasto complotto di cui non dico ma tanto non sono le trame a rendere piacevole questa serie quando le ambientazioni, i cambi di prospettiva, qualche trucidezza grottesca.

E, sopratutto, è godibile l’interpretazione di Jeff Goldblum, che rende tutte le sfumature di questo Zeus prepotente e bisognoso dell’affetto di chi umilia e tuttavia pieno di dubbi e insicurezze per una profezia che a ogni giro sembra voler significare qualcosa di diverso.

Mi pare quasi certo che ci sarà almeno una seconda serie.

The Penguin

È Colin Farrel, The Penguin nella foto.

Irriconoscibile, se non lo avessi letto prima, e tuttavia bravissimo come sempre, nella parte di questo relitto umano, schifoso ogni oltre limite, in tutte le otto puntate di questa godibilissima serie.

Godibilissima per chi sa stare dentro una narrazione dalla quale non ci si può aspettare verosimiglianza nè coerenza, e che tuttavia scolpisce credibilmente le personalità dei personaggi.

Prima fra tutti l’eccellente Cristin Milioti, che non mi pare di aver mai incontrato prima, nella parte di Sophia, la figlia del boss spedita in manicomio che sarà alleata e poi rivale e poi alleata e poi rivale del nostro protagonista.

Mi sono trovato a fare il tifo per questo ignobile Pinguino, che naviga fra il peggio del peggio alla ricerca del riscatto dalla malattia da piccolo che lo ha segnato e lo continua a segnare.

Finale strepitoso.

Però: non vi fidate troppo del mio parere, è un genere che potrebbe proprio farvi schifo, anche se dovrebbe bastare una puntata per capire come gira.

Sirens

Funziona ormai così: si prende una star – qui ce ne sono due: Julianne More e Kevin Bacon – ci si mettono intorno una quantità di bravi attori e ci si costruisce intorno una storia sconclusionata, inverosimile, purché il tutto si svolga in un posto da ricchissimi in cui le occupazioni principali sono preparare il Gran Gala e salvare gli uccelli feriti.

Ed esibire incoerenza, maldicenza sopraffina, tradimenti a ogni livello e cose così, così tante che comincio quasi a convincermi che forse quelli veri sono pure meno peggio di questi.

Che posso dire? L’ultima puntata di un’ora, la più lunga, è così piena di stupidi colpi di scena e di stronzate a raffica che l’ho trovata divertente.

Mi comincio a preoccupare per me stesso.

M. Il figlio del secolo

Ho finito di vedere M.

Ci ho messo un po’, con giorni di intervallo fra una puntata e l’altra, perchè dure da digerire.

La serie è bellissima, fra le più originali per impostazione e regia, con il suono sempre sporco, i colori cupi che pareva uscito da un Fritz Lang seppiato.

Mai realistica, con Luca Marinelli superlativo e voglio citare anche Francesco Russo e Barbara Chichiarelli, entrambi bravissimi nelle parti delle intelligenze nere del dittatore.

Il periodo considerato va dalla nascita del fascismo fino alla sfrontata rivendicazione dell’assassinio di Matteotti.

Ottimo il regista Joe Wright, di cui ho visto un dimenticabile Hanna e un eccellente L’ora più buia.

Va visto.

Dept.Q

Una delle migliori serie poliziesche da tanto tempo.

Inglese, naturalmente, quindi attori tutti ben recitanti e una sceneggiatura complessa ma credibile dove tutto infine va nella buca giusta.

Avviso: è richiesta a chi guarda molta attenzione, ma i tanti piani sovrapposti che NON si incontrano fanno parte del piacere di riconoscerli e di accettare che la casualità abbia una propria, legittima, forza.