L’angoscia del re Salomone

Questo romanzo, come il precedente “La vita davanti a sè“, uscì firmato da Emile Ajar. Con questo stratagemma Roman Gary vinse per due volte – il regolamento lo avrebbe vietato – il premio Goncourt. Si dev’essere divertito un sacco, visto che il segreto è riuscito a portarselo nella tomba.

Come nel precedente, il protagonista è un outsider, che parla una lingua tutta sua con la quale pronuncia inconsuete verità:
Jeannot è stato ingaggiato da Salomon, un vecchio di ottantacinque anni, ricco di trascorsi industriali, come tutto fare; Salomon sostiene un centro – una sorta di telefono amico – e qualche volta è lui stesso, la notte, a rispondere alle telefonate dei disperati, perchè, dice Jeannot, “la notte si sente maggiormente angosciato e appunto quando è più solo ha bisogno di qualcuno che abbia bisogno di lui.”

Sembra aver imparato la lezione che Salomon gli ha dato quando si sono conosciuti: “… che si sono sempre sentiti sfigati e respinti e che si rifanno diventando psichiatri e si occupano dei giovani drogati e dei poveri disgraziati e si sentono importanti e sono molto ricercati e circondati da ammirazione…“

La vicenda centrale è tuttavia una triangolazione che si snoda, con la mediazione del centro di assistenza telefonica, fra Salomon, Jeannot e Cora, una anziana cantante che ha avuto un breve momento di gloria negli anni della guerra.

Scopriremo strada facendo perchè Cora non ha potuto proseguire una carriera che sarebbe potuta essere importante, scopriremo quale relazione c’è stata fra Salomon e Cora, quali segreti nasconde, vedremo quali saranno i modi, in parte casuali, in parte orientati, con i quali Jeannot e Cora si avvicineranno. Un libro delizioso.

La città dei vivi

Una brutta storia del 2016, quella raccontata ne La città dei vivi da Nicola Lagioia: due ragazzi, Manuel e Marco, per due giorni torturano e infine uccidono, in un appartamento di Roma, Luca, che conoscevano appena.

Un delitto insensato, senza movente, fa particolarmente orrore, appare più disumano che altri delitti.

Non c’è nessuna indulgenza sui particolari di quei due giorni, c’è uno scavare, con attenzione e comunque rispetto, nelle vite dei due carnefici e della vittima, c’è il tentativo di entrare in contatto con i loro mondi.

C’è il tentativo di entrare in contatto con l’umanità, comunque, della ferocia e della noia, di non scansare i mostri perché altro da noi.

Tentativo, credo, riuscito. L’autore ha sentito la necessità di esserci, e per questo di scrivere in prima persona. Avrebbe potuto fare altre scelte, ma fin dall’inizio ci fa sapere di essere stato toccato personalmente dalla vicenda, per fatti lontani anche se, nel loro contenuto, non paragonabili. Ma sotto ci sono, anche se non del tutto esplicitate, le domande “se si fossero presentate circostanze particolari, potrei esserne stato protagonista anche io, allora? Potrei domani?”.

Domande rivolta a sé stesso, e questo gli dà legittimità e forza per proporle a chiunque legga.
E io credo che ciascuno possa ritrovare, nella memoria, situazioni vissute. Questa è la ragion d’essere, credo, di un libro così difficile. Dove parlano amici, parenti, vengono ricostruite circostanze, dove attraverso i racconti di chi li ha conosciuti, di chi li ha cresciuti, i tre protagonisti acquistano forma e dimensione.

È un libro i cui protagonisti sono uomini. Le donne presenti sono figure di contorno rispetto alla narrazione. D’altra parte, non credo esistano esempi di donne che seviziano qualcuno fino alla morte. Dunque, è il maschile che deve interrogarsi. Così come ne “La scuola cattolica” che, scavando nel delitto del Circeo, decostruisce spietatamente, e ne mostra le viscere aperte, un sistema educativo, un quartiere, il genere maschile.

Roma non ne esce bene, ma nemmeno la Puglia ne usciva bene, anzi, ne “La Ferocia”, e la letteratura o fa venire dubbi oppure a che serve scrivere?

A trovarci un difetto, l’inutile storia parallela del turista olandese, mero espediente per aprire e chiudere, secondo me del tutto superfluo. Continuo ad apprezzare la scrittura di Nicola Lagioia e il suo modo di intendere l’impegno civile anche nella scrittura.

Il clan dei Mahé

Una gran fatica, arrivare alla fine.

Sconcertante.

A voler trovare un tema, un senso: un medico trascinato da una passione che nemmeno è una passione per una adolescente appena intravista con la quale nemmeno parlerà mai.

Una vita monotona che trova un’occasione per rigirarsi… sì, le atmosfere sonnacchiose di una provincia francese umida, ma che altro?

Mi ha veramente detto poco, ma forse sono io a non aver trovato.

DUE VITE

Premio Strega 2021, centoventi pagine che scorrono, letto in un pomeriggio.

Non conoscevo, prima di leggere questo libro, nè Rocco Carbone nè Pia Pera….

Di un amico – scrittore – e di un amica – traduttrice – dell’autore, morti prematuramente.

Purtroppo, la letteratura sopravanza la vita.

La direzione del pensiero – Helgoland

Marco Mavaldi è più noto come scrittore della serie di gialli Sellerio “I delitti del Bar Lume” , ma è un chimico, che ha messo la gradevolezza della sua scrittura al servizio di qualcosa di cui oggi mi pare ci sia tanto bisogno: distinguere cause da conseguenze.

Carlo Rovelli è un fisico teorico importante, già autore, fra l’altro, de “L’ordine del tempo”. Helgoland è l’isola sperduta nel Mare del nord dove Heisenberg, a ventitrè anni, avviò la teoria quantistica.
È stato casuale che mi sia trovato a leggerli uno dietro l’altro, e in qualche momento alternandoli. Non mi azzardo a ripercorrerne gli argomenti; in questi casi io funziono così: leggo, mi appassiono, qualcosa capisco, molto intuisco, tanto so che è fuori dalla mia portata, eppure provo un’attrazione fortissima per l’inarrivabile.

Mavaldi parte da Hume: “la causa è qualcosa che, se rimossa, fa sì che l’esito non avvenga”. Poi allarga l’orizzonte a “che cosa accadrebbe se?” e a “che cosa sarebbe (o non sarebbe) accaduto se invece?” come metodi per individuare, per approssimazioni successive, quali dati sono più significativi per assumere una decisione. Molto interessante il risultato del confronto fra Cina e Italia sulle diverse risposte al virus.

Alcuni esempi sul calcolo delle probabilità pure sono gustosi, come quello del giudice che assolve colui che è stato trovato con 50 bustine di polvere bianca e le uniche tre esaminate contenevano tutte eroina. Lo assolve perchè dall’arresto al processo le 50 bustine sono state distrutte, e l’avvocato convince il giudice che, senza la prova che tutte e 50 contenessero eroina, le sole tre potevano essere per solo uso personale. In un caso analogo, un altro giudice condannò, quando calcolò che la probabilità che su 50 bustine fossero state casualmente prese le sole tre contenenti eroina era 1/26.000. Spunti finali su possibili teorie della “coscienza di se”.

Rovelli ci dice che la fisica, non descrive “come la Natura è”, ma solo “quanto possiamo dire della Natura”.
Qualcosa che sembra ormai provato è che nulla esiste “di per sè”, ma solo “in relazione a”. Ciò, non soltanto nel mondo delle relazioni umane, dove il concetto è da tempo acquisito, ma anche nel mondo della materia, dove le cose fisiche hanno proprietà solo quando interagiscono: l’interazione è parte inseparabile dai fenomeni.

Il mondo pullula di correlazioni, la maggior parte delle quali non significa letteralmente niente: succede qualcsa di straordinario quando identifichiamo quelle significative, quando si combinano informazione ed evoluzione. La sfida sta ancora nell’approfondire come significato, intenzionalità, sensazioni soggettive si combinano e, per tornare al primo libro, dove sta la causa e dove l’effetto.





Questa è l’acqua

Mi rendo conto, a distanza di una decina di giorni da quando ho finito di leggerli, che di nessuno ricordo la trama.

Di tutti ricordo i personaggi, le atmosfere, le situazioni.

I racconti di David Foster Wallace una trama ce l’hanno: è che a me è rimasto impresso altro: una scrittura movimentata, allusiva e descrittiva insieme. Con tutta la gamma dall’ironia al sarcasmo.

Ecco qua: “Onassis, sul suo yacht …. rimugina davanti a un succo di sedano nell’angolo bar, seduto su uno sgabello di teak. Il sedile dello sgabello e la superficie del bancone sono rivestiti di raffinatissima pelle grigiazzurra ricavata dallo scroto di capodoglio sotto la supervisione personale della signora O. Onassis gira i cubetti di ghiaccio con il grosso dito.”

Da rileggere, prima o poi.
APPREZZABILE

ANARCHIA

Fino a pagina cento (la metà) ho letto e pure sottolineato (lo faccio sempre), poi ho sfogliato fino alla fine, perchè se nella prima metà di un libro che si propone filosofico non ho trovato niente di originale me lo faccio bastare.

Il tutto si riduce alla considerazione – sostanzialmente antropologica, più che filosofica – che sono esistite ed esistono società basate sull’eguaglianza dei loro membri che campano felici e contenti.

Caffo le vuole definire “anarchiche”, e passiamogliela, ma non c’è una, dico una, considerazione sulla differenza fra queste società composte di pochi individui che vivono in spazi quasi privi di contatti con il “fuori” e la dimensione, e quindi la complessità, delle società come le abbiamo costruite nei secoli.


Alla fine l’anarchismo mi pare preso a pretesto per raggruppare sotto a un unico cappello tutto ciò che si oppone allo stato delle cose in cui il capitalismo ha trionfato, con le conseguenze che possiamo osservare. A me sono sembrate semplificazioni poco all’altezza di quello che si pretende pensiero filosofico.

Traspare, sì, una grande passione civile – Caffo da anni, per un mese, fa un seminario residenziale a Lampedusa dove prova a far sperimentare, a se stesso e agli studenti, almeno qualcosa della vita dei migranti che lì sbarcano e che scompaiono alla vista – e un impegno sincero a cercare vie di uscita, ma “chi prenderebbe sul serio un processo per aver rubato un motorino o picchiato la sorella mentre nezzo mondo crolla sotto l’effetto dei gas serra?” mi suona infantile e inquietante, non meno dell’inevitabile richiamo al potere insurrezionale dello sciamanesimo e compagnia bella.

La conclusione, dalla nicchia di pensiero filosofico che pare essersi ritagliata, detta “Postumanesimo contemporaneo”, è che il collasso è inevitabile e che è meglio prepararsi.
Mi era piaciuto di più come lo aveva detto Lucio Dalla.

Trilogia di New York

Mi fu regalato tanti anni fa, appena uscito. Lo lessi e oggi ne ho solo un ricordo confuso.
Mi dovette piacere, perchè subito dopo lessi, sempre di Paul Auster, “La musica del caso”, che invece ricordo piuttosto bene.

Più di recente ho letto Baumgartner, il suo ultimo romanzo, e così, quando me lo sono trovato davanti, in libreria, ho deciso di rileggere “Trilogia di New York”, che è come se mi fosse rimasto qualcosa di irrisolto.

E, infatti, mi toccherà stare molto attento, perchè nelle prime cinque pagine sappiamo che il protagonista, Quinn, è uno scrittore che ha lasciato la buona letteratura e che ormai per vivere scrive gialli seriali, uno all’anno. Quinn scrive con lo pseudonimo di William Wilson e si è ormai immedesimato in Max Work, l’investigatore privato protagonista dei romanzi di William Wilson.

E così siamo già a tre protagonisti potenziali, quando alla voce narrante arriva una telefonata di qualcuno che vuole parlare con l’investigatore privato Paul Auster.
Sono molto curioso.

Sentimental Value

Trier è il regista de “La persona peggiore del mondo” e qui c’è anche la stessa attrice.

Un importante regista, anziano, che vuole fare un ultimo film, due figlie che con lui hanno un rapporto difficile.

La sceneggiatura di questo film che ripercorre antiche vicende familiari, storie dell’occupazione nazista, e che si intreccia con le storie del presente, fino a confonderci e ogni volta a riportarci sulla strada giusta con una leggerezza drammatica, fino all’ultima scena.

La storia non la posso raccontare, dico solo che è uno di quei rari film “poco cinematografici” – l’opposto di Sorrentino, che pure amo, ma dico per capirci – fatti di parole e sguardi e di una sceneggiatura perfetta e di quella lentezza intensa che non ti fa avvertire le due ore e un quarto che dura e anzi vorresti che continuasse.

Andrò a cercare gli altri suoi film, questo è da vedere assolutamente.

Il Falsario

Ho scelto l’immagine in cui si vedono i tre amici, cresciuti insieme da ragazzini che poi prendono strade del tutto diverse ma restando sempre in contatto.

Poteva essere, questa amicizia, la cifra del film, comunque un buon film, ma la sceneggiatura – si riconosce il Petraglia de La meglio gioventù, di Romanzo criminale e di tantissimi altri film – ha puntato tutto sul personaggio interpretato da Pietro Castellitto, bravo ma che sembra fare sempre un pezzetto di sè stesso, e credo si sia persa l’occasione di far diventare corale un bel racconto.

Bravi tutti gli interpreti, bella la storia che intreccia credibilmente la criminalità romana degli anni settanta, le brigate rosse e i servizi segreti; i fascisti restano un po’ sullo sfondo e invece nella realtà erano in prima linea.

Vale la pena.