IL MOSTRO

Questi nella foto sono i bravissimi e a me finora sconosciuti attori protagonisti
de “Il mostro”.

Ho scelto questa immagine perchè non somigliano ai personaggi che hanno interpretato che, con l’eccezione della giudice, attraversano tutti gli spessori della bassezza umana – gli uomini, soprattutto – e della sottomissione abietta.

Gli otto duplici omicidi di giovani coppie appartate in campagna, che per anni hanno terrorizzato la Toscana, in questa serie sono in qualche modo secondari, rispetto alla efficacissima descrizione della miserabili relazioni umane sviluppate in anni in cui i panni sporchi si lavano in casa e la famiglia va protetta a ogni costo.

Non avevo seguito quelle storie perchè mai stato interessato alla cronaca nera e dunque non so bene perchè ho deciso di guardare questi quattro episodi, probabilmente per la regia di Stefano Sollima (mi vengono in mente Sicario, la prima Gomorra e Romanzo criminale). È stata un’ottima scelta: i quattro episodi, senza mai indulgere al guardonismo anche non ci vengono risparmiate efferatezze, dal mio punto di vista soprattutto ci mostrano lo spaccato, credo realistico, di un pezzo d’Italia a me sconosciuto ma non marginale.

Il più famoso Pacciani, peraltro, appare solo alla fine, e di straforo.

Da vedere, con lo stomaco a posto.

Cuore di tenebra

Uno di quei libri presi e lasciati più volte, finchè non arriva il momento giusto e allora se ne può assaporare il gusto, uno di quei gusti che non accettano aggettivi qualificativi.

Marlow è il comandante di un battello che risale il fiume e porta il Direttore a incontrare Kurtz, che manda tanto avorio ma di cui la Compagnia non è contenta perchè è uscito dai sentieri della giusta politica.

Riassunto così: che banalità.

Ma questa è la storia.

Storia che in un qualsiasi corso di scrittura sarebbe inesorabilmente bocciata perchè piena di incoerenze, salti logici, enfasi poste sui particolari più insignificanti e irritanti en passant nei punti che ci aspettiamo intensi.

“Molto piacere” dice Kurtz a Marlow quando finalmente si incontrano.
Tutto qui.

Kurtz è il protagonista atteso per due terzi del libro – circa 110 pagine in tutto – e quando finalmente appare, malato, è solo la sua voce profonda a ricordarcene la grandezza continuamente annunciata senza mai che se ne spieghino le ragioni.

Mi ha fatto pensare a una specie di Lawrence d’Arabia ma pro domo sua, senza la visione imperiale del colonialista inglese.

Impossibile, durante la lettura, sottrarsi alle immagini di Apocalypse now, mentre Peter O’ Toole e Marlon Brando si sovrappongono.

Marlow vuole uccidere Kurtz e lo ama, ama quella primordialità dell’essere che gli ha permesso di essere adorato come un dio dai selvaggi – Conrad non concede niente ai sensi di colpa occidentali ed è tuttavia consapevole, anche se a fatica, che forse quelle ombre che scagliano lance e frecce dalle sponde potrebbero anche loro essere considerati umani.

Una lettura come nessun’altra, negli abissi dell’anima, dalla quale difficilmente si può uscire come ci siamo entrati.

Motherless Brooklyn

Inaspettatamente interessante Motherless Brooklyn, un noir come ai vecchi tempi, due ore e venti che non si sentono, con una schiera di attori come Willem Dafoe, Bruce Willis, Alec Baldwin, ciascuno al posto giusto, e l’ottimo Edward Norton che ne è anche il regista. Brava anche Gugu Mbatha-Raw e il trombettista jazz Michael K. Williams dei quali non conosco l’identità.
Ben girato, senza risparmio, prodotto classico, più che onesto, per chi apprezza il genere.

After Life

Vidi la prima stagione quando uscì, era il 2019.

Allora non conoscevo Ricky Gervais, fui sorpeso che avessero permesso “scritto diretto e interpretato” a quello che ero convinto fosse solo un discreto attore inglese, come ce ne sono tanti.

Ora che Netflix lo ha riproposto mi sono goduto, con grandissimo piacere, anche le due stagioni successive.

Per me, una vera delizia.

Nel frattempo avevo scoperto che Ricky Gervais è un famosissimo Stand up comedian, feroce come pochi, che per anni ha presentato i Golden globe prendendo a schiaffoni e pesci in faccia, con battute crudeli, tutta Hollywood.

Qui è un tipo semplice che vuole solo morire perchè è morta la moglie che amava profondamente. Lavora in un giornaletto locale di un paesino di campagna e così incontriamo ogni genere di tipo umano.

Capisco che da una descrizione così difficilmente si possa essere attratti, ma per una volta fidatevi: lo consiglio senza riserve.

Vabbè, qualche riserva si può fare sempre, ma qui l’integrazione di dolcezza e ferocia va oltre ogni ossimoro.

Fatemi sapere.

ODISSEA

L’Odissea, insieme all’Iliade, contiene tutte le storie.
Come la bibbia, come altre grandi narrazioni di altre epoche e civiltà.
Dunque, non hanno senso tutti quei commenti sulla filologia degli abbigliamenti nè sull’ordine in cui sono presentati gli eventi nè sugli eventi selezionati per rappresentare la storia che ha voluto narrare Nolan.
Non è per caso che le grandi storie vengono riprese, nei secoli, da artisti diversi, in forme espressive diverse, ciascuno dei quali sceglie un suo punto di vista, come è giusto che sia.

Mi è stato insegnato il corpus delle grandi opere omeriche come una storia di grandi avventure, grandi passioni, grandi inganni, in cui prevale la celebrazione dei vincitori e del vincitore per eccellenza, Odisseo, che rappresenta il prototipo di uomo alla ricerca di sè stesso e della conoscenza, fino alla vittoria.
L’Odisseo (nel film è il nome di Ulisse) di Nolan non lo avevo mai incontrato, da Kirk Douglas allo spendido sceneggiato televisivo con Irene Papas ad altre versioni che ricordo meno.
L’Odisseo di Nolan è un reduce traumatizzato dalla guerra che ha vinto, è un condottiero che fa di tutto per salvare i suoi uomini ma che non esita a non seppellirli se il momento richiede altro.
È un uomo che Calipso ha salvato dalla follia e che, per amore, sceglie di lasciarlo andare.

Non c’è eroismo in questi soldati sballottai dalle tempeste e dagli dei, c’è paura, voglia a un certo punto di fermarsi a qualsiasi costo.
Nè c’è indulgenza nella rappresentazione della distruzione di Troia: vi si respira il massacro di donne e bambini più che l’alito della vittoria.
D’altra parte, Elena fu un pretesto: l’ambizione imperiale di Agamennone puntava al controllo delle rotte commerciali. Ci ricorda qualcosa?

Tanti i richiami all’oggi, ma sempre fra le righe; qualcuno ha potuto criticare la scorrettezza storica del richiamo alla fine dell’età del bronzo ma in un’opera d’arte il messaggio è chiaro: la nostra civiltà va verso la fine e ne siamo noi gli artefici, quando smettiamo di rispettare i precetti di Zeus, quando non diamo ospitalità al viandante povero, quando, con il famoso cavallo, falsamente dedicato agli dei, tradiamo ogni principio di lealtà, al quale ad ogni passo peraltro ci richiamiamo.

Inutile dire della parte spettacolare, che chiunque può apprezzare: mi limito a segnalare come pezzo di straordinaria bravura, fra i tanti, la trasformazione degli uomini in porci da parte di Circe, donna che ha conosciuto la fame di violenza degli uomini e che ha trovato come difendersi, anche se non ha trovato come alleviare la sua solitudine.

Alla fine Ulisse se ne va con Penelope che lo ha aspettato: “gli uomini fanno quello che vogliono, io faccio quello che posso”, aveva risposto a Telemaco che la criticava per la sua irresolutezza.
Attori tutti – tutti – al loro meglio.
Un gran bel film in cui, come raramente accade, spettacolo e contenuti si integrano al meglio.
Un film popolare nel senso più pieno del termine, anche perchè ha riportato l’attenzione del mondo su questi capolavori della letteratura di sempre.

DA NON MANCARE… 

Una risata nel buio

Di Nabokov avevo letto (e riletto) soltanto “Lolita”.
Mentre leggevo “Una risata nel buio” mi chiedevo se fosse stato scritto prima o dopo “Lolita” e se non fosse una sua ossessione quella dell’uomo maturo che perde la testa per – o si fa intortare da: siamo sempre sul limite – una giovanissima.

Ho poi verificato che “Una risata nel buio” è stato scritto vent’anni prima di “Lolita”, e quindi penso lo si possa considerare una specie di prova generale, per i tantissimi punti di contatto che ci sono fra i due romanzi.

È un libro godibile, crudele al punto giusto, mai giudicante nè moralista, con uno sguardo sardonico di fondo che strappa più di un sorriso durante la lettura.
Penso che cercherò altro di Nabokov, magari con un tema di fondo diverso da questo tipo di relazione.

La citazione che segue la dedico agli amanti delle spiegazioni (ci avete fatto caso: funzionano sempre!) basate sulle imperscrutabili volontà dell’Universo:
“𝑈𝑛 𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑢𝑛 𝑔𝑒𝑚𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝑑𝑖𝑎𝑚𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑎𝑙𝑡𝑜 𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒 𝑣𝑒𝑛𝑡’𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑑𝑜𝑝𝑜, 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒𝑠𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜, 𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑣𝑒𝑛𝑒𝑟𝑑𝑖̀, 𝑚𝑎𝑛𝑔𝑖𝑜̀ 𝑢𝑛 𝑔𝑟𝑜𝑠𝑠𝑜 𝑝𝑒𝑠𝑐𝑒… 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑎𝑙 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑜̀ 𝑛𝑜𝑛 𝑐’𝑒𝑟𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛 𝑑𝑖𝑎𝑚𝑎𝑛𝑡𝑒. 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑒̀ 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖 𝑝𝑖𝑎𝑐𝑒 𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑜𝑠𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑐𝑖𝑑𝑒𝑛𝑧𝑒.”

CENA tra AMICI (Le Prénom)

Una godibile commedia francese, tutta dialoghi, con attori perfetti nelle rispettive parti, basata su equivoci a partire da uno scherzo e poi da segreti di famiglia e vecchie rivalità fra amici, senza tralasciare un po’ di critica feroce a un certo gauchisme intellettuale 1.

A un certo punto mi è venuto il sospetto di un deja vu, e infatti ne è stato fatto un remake da Francesca Archibugi dal titolo “Il nome del figlio”, che in effetti avevo visto. Ho ricordato, perciò, Alessandro Gassman, a cui voglio pure bene, protagonista, a cui vedo che è stato dato pure un premio, ma il confronto con l’omologo francese è davvero impietoso.

Molto gradevole, l’originale francese. 


1 Il gauchisme intellettuale (o “sinistrismo”) indica un orientamento politico di estrema sinistra, astratto e dogmatico, diffuso nei ceti colti e nelle università. È spesso usato per criticare posizioni ritenute velleitarie, distanti dai problemi reali dei lavoratori o inclini a mode culturali radicali.

IL TÈ NEL DESERTO

Lo vidi quando uscì e mi era rimasta una vaga sensazione di malattia dell’anima, fra erotismo e morte e paesaggi straordinari.

L’ho voluto rivedere ora e la sensazione non è molto diversa, nel seguire il viaggio di questi tre ricchi americani che, nel secondo dopoguerra, esplorano a loro modo l’Africa, da Tangeri al Sudan.

La coppia è quella della foto, con lo sguardo di dopo che hanno fatto l’amore, soli davanti a un panorama sterminato.

Tuttavia, non sembra esserci gioia possibile in queste vite di annoiati aspiranti drammaturghi, lei, o musicisti, lui, che, peraltro, si sono traditi pochi giorni prima, lei con l’amico del terzetto e lui con una prostituta in una tenda berbera, entrambi più per la ricerca di “qualcosa di diverso” che per vera passione.

Perchè in effetti si vogliono bene e, quando lui morirà di tifo in un lontano avamposto della legione straniera, lei lo avrà accudito in tutti i modi possibili in quel posto privo di dottori, medicine, trasporti, lingue comprensibili.

Sì ritroverà sola ad essere ospitata da una caravana di cammelli e resa schiava, in qualche oscuro modo consenziente, dal capo, fino ad essere liberata dalle mogli gelose ed essere infine recuperata in un ospedale, quasi catatonica, da un’inviata dell’ambasciata.

Ho letto qualche recensione, lo trattano tutti piuttosto male e anche al botteghino fu un vero fallimento, rispetto a un impegno produttivo evidentemente imponente.

Mi ha lasciato inquieto, vale la pena vederlo, meglio se su schermo grande.

John Malkovich sopra a tutti.

Amore per gli animali

Guarda, guarda! Gliel’ha staccato!

Il grido di Guglielmo risuonò tra l’acqua cupa delle vasche aperte e gli intonaci sbrecciati.

La maestra aveva ottenuto a fatica di mettere in fila i ragazzi all’entrata. Dopo due ore di pullman schiamazzanti l’uscita era consistita nel rincorrersi e spingersi tutto intorno al piazzale umido.

Guglielmo era rimasto, al solito, nei pressi di Anna. Seguiva con lo sguardo consapevolmente infastidito i compagni che starnazzavano senza posa e osservava interessato i tentativi infruttuosi di Anna di riportarli all’ordine.

Interpretò come apprezzamento nei suoi confronti lo sguardo desolato che Anna gli dedicò dopo che ebbe rinunciato e deciso di lasciar sfogare un po’ i ragazzi.

Fu naturalmente il primo all’entrata del famoso acquario marino, meta della gita.

I vetri erano opachi, l’acqua sottilmente torbida, i pesci con l’espressione triste. La testuggine si arrampicava su una roccia grande sì e no una volta e mezza la sua corazza e ne discendeva senza potersi rigirare.

Forse le anemoni, abbarbicate ciascuna al proprio posto, stavano lì come dovunque. E i saraghi, che giravano in tondo?

Anna era nel complesso piuttosto schifata ma faceva del suo meglio per trasmettere entusiasmo ai ragazzi per le tante cose interessanti da osservare.

Come sarebbe stato più bello nel batiscafo del capitano Nemo, pensava Guglielmo.

Rimase sorpreso di vedere un grosso granchio, tutto chele, nella vasca centrale, con tre pesci di media taglia, ciascuno grande all’incirca come mezzo granchio. Grigio scuri, con la bocca piccola a cuoricino, di forma tonda e piatta che vagavano avanti e indietro senza posa.

Il granchiotto sbatteva le chele ogni volta che uno dei pesci gli passava più vicino.

Guglielmo stette a vedere se qualcuno dei tre sarebbe stato così tonto da farsi azzannare. I suoi compagni erano sciamati avanti. Lui rimase attratto da quella pantomima e osservò a lungo i volteggi e lo sbattere, sembrandogli di sentire rumori di ferraglie di cavalieri medievali e zoccoli di cavalli bardati per la tenzone.

Quando il pesciotto tonto si avvicinò come per annusare il granchio Guglielmo si ritrasse, sicuro che fosse arrivato il momento della chelata mortale. Già si figurava il povero pesce tranciato quando quello, con la bocchina a cuore, diede un colpetto piccolo piccolo a una delle zampe del granchio, e quella si staccò di netto.

Guarda, guarda! Gliel’ha staccata!

Il grido gli usci spontaneo e richiamò la frotta dei compagni.

L’agonia del granchio fu lunga e laboriosa. I tre pesci gli staccarono scientificamente una zampa alla volta, passando a turno. L’ultima la usarono come leva per rigirare quel che restava del granchio, le cui chele – a pancia in su e senza possibilità di movimento che non fossero annaspare nel vuoto risultavano inutili come arma di difesa.

I tre pesci lo succhiarono poi dal retro, mentre il granchio si dibatteva sempre meno.

I ragazzi si appassionarono, all’inizio, finché sembrò ancora una gara alla pari. Quando fu chiaro che non c’era partita i più se ne disinteressarono, con sollievo di Anna che era rimasta sconvolta ed aveva timidamente cercato di far notare la crudeltà della scena, pure inserendo le sue osservazioni nel contesto della lotta per la sopravvivenza, gli istinti primordiali degli animali privi di coscienza e così via.

Guglielmo sembrava l’unico che la seguisse con interesse.

Uscire dall’acquario fu un sollievo quasi per tutti, anche perchè la giornata, da uggiolosa, si stava aprendo con squarci di bel sole che rendevano il mare trasparente.

Poveretto quel granchio, eh, Guglielmo! lo consolò Anna.

Sì, rispose Guglielmo, che peraltro si era molto goduto lo spettacolo.

Stavano ormai pranzando al sacco nel meraviglioso giardino all’italiana sul promontorio prospiciente il golfo.

Panini e lattine ingozzavano le gole sfiatate da un paio d’ore di acchiapparelle frenetiche tra gli alberi secolari in filari irregolari.

Anna riuscì a far raccogliere i rifiuti in alcuni sacchetti di plastica.

L’ultimo lo portò Guglielmo. I cestini vicini erano stracolmi, sicché si allontanò un po’ verso l’interno.

Il bidone, più grande dei cestini, era dietro una roccia, dove la confusione – ripresa in sede di digestione – non arrivava.

Vi infilò il sacchetto e si fermò a osservare una coppia di uccellini che cantavano tra i rovi. Saltellavano su e giù senza fermarsi né zittirsi un attimo.

Finché uno salì sul ramo più alto e l’altro scese a terra.

Anna lo fece trasalire quando gli passò un braccio sulla spalla esclamando piano, per non farli volar via: sono pettirossi, si riconoscono dal colore del petto. Che carini, eh! Vedi, lui sta portando da mangiare alla mogliettina sul ramo.

Guglielmo guardò in alto.

Poi spostò lo sguardo in basso e osservò il verme che si torceva nel becco dell’uccello.

In quel momento, decise che non si sarebbe più fidato dei grandi.

Allo stadio

L’ultima volta era stato circa dieci anni prima.

Forse di più.

I preliminari non erano cambiati: parcheggio lontano, lunga passeggiata a passo svelto verso i cancelli, colori e suoni di trombette tutt’intorno, entrata dal lato in ombra.

Lungo la scalinata faceva quasi freddo ed era scuro. Quando uscì di nuovo al sole fece un grosso respiro a pieni polmoni e si guardò intorno soddisfatto: il prato verde aveva mantenuto il suo fascino.

Intorno, sugli spalti, colori, bandiere, striscioni, magliette, torsi nudi.

Cominciò a sentirsi meglio.

La sera prima aveva litigato ferocemente con la sua compagna. Nessuna scenata, per carità. Poche parole secche tra i denti. Tirate dall’uno all’altra come freccette intinte di curaro. Niente pugni sul tavolo né piatti per terra: stilettate.

Effetto bomba N, lo chiamava lei. La radiazione che passa dentro sottile, lascia il segno che lì per lì pare e non pare e dopo un mese ti tocca un’emorragia interna o l’inizio di un processo canceroso per modifiche cellulari.

A letto non si erano parlati. Ognuno aveva aperto il proprio romanzo, spento la propria luce, dormito di schiena.

La mattina il massimo della confidenza era stata mi passi il burro per favore e la rinuncia alla visita comune alla galleria d’arte moderna, da tempo programmata, era sembrata ad entrambi scontata.

Lei era andata a pranzo dai suoi genitori. Lui aveva accampato un’emicrania a cui lei aveva finto di credere e si era cotto una fettina, accompagnata da un pomodoro condito con olio e sale.

Aveva deciso d’impulso di andare allo stadio.

Ora c’era. Non poté fare a meno di provare un brivido quando un boato accolse le maglie rosse e quelle bianche che uscivano dagli spogliatoi, affiancate.

Le bandiere sventolavano tutt’intorno. Nella scalinata sotto di lui tre signore di una certa età tagliavano cocomeri per il resto della comitiva. Gliene offrirono una fetta che accettò volentieri, lusingato da un rapporto umano vero, per quanto fugace e superficiale. Gli sarebbe piaciuto ricambiare ma non seppe come.

La partita era bella, con cambiamenti di fronte frequenti e tiri pericolosi da entrambe le parti.

Si sentiva preso più di quanto si aspettasse o si volesse concedere.

Si ritrovò in piedi quando, dopo una rapida azione in verticale, il giovane attaccante della squadra di casa si trovò solo davanti all’ultimo difensore, fece una finta a destra e schizzò sulla sinistra avventandosi verso l’area ormai vuota.

E si ritrovò col pugno destro alzato, in un gesto che aveva avuto altri sapori, quando il pallone calciato violentemente gonfiò la rete dalla parte opposta a quella dov’era accorso il portiere.

«Gooooooolllll!»

Il grido gli eruppe dal fondo delle budella.

Si risiedette e si guardò intorno sconcertato. Accolse la bellezza di non doversi preoccupare di controllare le proprie emozioni, elementari che fossero.

Alla sua sinistra, nel centro della curva, notò un ondeggiamento. Un gruppetto di tre o quattro ragazzi correva in fila indiana cercando di scansare i corpi accalcati. Un gruppo più folto – saranno stati una decina – li inseguiva a breve distanza.

Sfrecciarono sotto di lui mentre le file si aprivano per far passare inseguiti e inseguitori.

Sarebbe stato facile bloccare i fuggiaschi, unici sostenitori della squadra di fuori in mezzo a uno stadio tutto di casa, ma una forma di fair play della folla favoriva invece il passaggio.

Incitando però, allo stesso tempo, gli inseguitori.

I fuggitivi erano ormai quasi arrivati alla scalinata larga in fondo alla quale stazionava il gruppo di carabinieri del servizio d’ordine – e quindi la salvezza – quando l’ultimo cadde. Il penultimo si fermò un attimo, si girò, fece un passo indietro, aiutò il compagno a rialzarsi e si ributtò a capofitto per le scale.

Il ragazzo caduto, rialzatosi, gli corse dietro. Qualcuno degli spettatori, meno dotato di fair play, lo sgambettò, e il breve vantaggio che aveva sugli inseguitori, già dimezzato dalla precedente caduta, fu consumato.

Gli furono addosso. Lo picchiarono tutti in pochi attimi e si dispersero prima che i carabinieri intervenissero.

Il ragazzo zoppicava; dal naso rotto colava sangue in quantità. La maglietta stracciata. Piangeva a singhiozzi incontenibili.

Lui si rivolse di nuovo al campo.

Intanto guardava sé da fuori: non si era soffermato un istante di troppo sulla scena di violenza? Non aveva oltrepassato la sottile soglia dove il giusto orrore e lo sdegno diventano compiacimento? Forse sadismo?

Si riscosse perché lo stadio era ammutolito.

Avevano pareggiato. Ora gli altri si stavano abbracciando in campo mentre la squadra di casa riportò mestamente la palla al centro.

Solo un attimo, e i cori di sostegno ripresero.

Anche lui si mise a cantare. Un sottile senso di liberazione per – finalmente! – l’irresponsabilità garantita dalla folla.

Non come alle manifestazioni politiche, dove si sentiva parte di qualcosa.

Qui la folla era la mediazione con l’universale senza che lui fosse tenuto a farne parte. Decise che, una volta a casa, questa considerazione avrebbe meritato un approfondimento.

Dal profondo dei polmoni gli uscì un possente «olé», mentre il pugno destro saettava di nuovo al cielo, al terzo passaggio di seguito della sua squadra, mentre gli avversari si affannavano a rincorrere il pallone.

L’«olé» solitario fu ripreso e amplificato. Gli parve che qualcuno vicino ammiccasse verso di lui con complicità solidale.

La partita scorreva sempre interessante e con vicende alterne. Non sapendo fischiare, strillò acutamente quando un difensore avversario abbatté il difensore della sua squadra che, sfuggito sulla fascia laterale, si apprestava a centrare.

Era sempre più preso. La squadra di casa sembrava però ormai stanca mentre gli avversari ora controllavano il gioco.

Tuttavia l’incitamento della folla spingeva i giocatori di casa ad attaccare.

Un difensore della squadra avversaria, rilanciando via, pescò vicino al centro campo l’odiatissimo argentino, fin’allora in ombra. Questi controllò la palla con la sicurezza del campione e con una finta di corpo mandò per terra il suo avversario diretto.

C’era da percorrere tutta la metà campo ma la strada verso la porta era libera. Scattò velocissimo sulla sinistra puntando verso l’area. Con le larghe falcate che l’avevano reso famoso, l’ultimo difensore – ormai avanti con gli anni ma vera e propria bandiera della squadra di casa – converse verso l’argentino ma, quando sembrò averlo raggiunto, quello aumentò incredibilmente la velocità, cosicché il difensore, gettatosi a corpo morto con l’ultimo fiato rimasto, riuscì solo a strappargli un pezzo di maglia.

L’argentino, seppure sbilanciato, continuò la sua corsa.

L’intervento dell’anziano difensore aveva tuttavia concesso al biondo centrale della squadra di casa, che accorreva affannosamente, l’attimo sufficiente ad arrivare sull’argentino.

Il tacco piombò sull’esterno della gamba d’appoggio dell’argentino mentre questi era ormai pronto al tiro.

Nello stadio ammutolito si sentì distintamente il crac del ginocchio spezzato.

Ammazzalooooooooo!

Aveva urlato con tutte le sue forze, mentre lo stadio tirava un sospiro di sollievo perché il fallo era avvenuto poco prima dell’area e dunque non c’era il rischio di un rigore.

La partita finì uno a uno.

Fece all’indietro lo stesso percorso, fino al lontano parcheggio, dove qualcuno gli aveva sfilato i tergicristalli.

Impiegò la normale ora e mezza a districarsi nel traffico incarognito.

A casa non c’era ancora nessuno. Un messaggio nella segreteria telefonica diceva che la sua compagna era andata al cinema con amici comuni.

Si fece una doccia per scaricarsi e levarsi di dosso gli olezzi della folla.

Abbassò le serrande. Nella penombra si soffermò a scegliere nella nutrita discoteca. Optò per il Triplo concerto.

Si sedette sulla poltrona preferita e si lasciò andare.

Quando sentì arrivare l’ascensore e armeggiare con le chiavi, chiuse gli occhi.

Avrebbe finto di essersi addormentato con Beethoven.