Crescere

La guardia notturna, di ritorno in bicicletta dal giro delle ville della zona, nota un fil di fumo che sembra provenire dalla enorme pietra bianca, spezzata, su cui la famiglia Turrania ha lasciato, con un’iscrizione, notizia di sé per i millenni successivi. Gli sembra anche di sentire un vago ronzio. È stanco morto, alle cinque di mattina, non è nello spirito di godersi quell’alba grigia di pioviggine sull’Appia antica.

Il cortile davanti alla chiesa è pieno di un numero inverosimile di moto, tutte di grossa cilindrata, di tutti i colori e le forme, con tubi di scappamento singoli o doppi, cromati o scuri o colorati, con i sellini alti, su cui chi lo cavalca si stenderà in avanti, oppure bassi, dove il centauro non sembrerà più tale e apparirà più come qualcuno semplicemente seduto comodo. Le forcelle: lunghe, corte, lunghissime. I manubri brevi come di una bicicletta da corsa, o larghi, o con curvature dall’apparenza inverosimile sia in orizzontale che in verticale. Gli appoggi sono fondamentalmente due: uno con la forcella doppia, su cui la moto resta diritta sul proprio asse, e un altro con l’appoggio laterale, più comodo ma meno solido, e anche questi dalle forme e soluzioni le più diverse.

Escono dalla chiesa a uno a uno, in fila indiana, ciascuno rigorosamente con la tuta di pelle e il casco sotto braccio. Tute rosse, nere, gialle, verdi, arancio, ocra, con i caschi abbinati. Ognuno si dirige verso una moto, sgancia il cavalletto e, restando in piedi di fianco, infila la chiave dell’accensione, mette in moto.

La bara esce: nera, portata a spalla da quattro ragazzi in tuta di pelle bianca, che scendono i pochi scalini con passi sincronizzati. L’insieme di motori al minimo produce un tuono sordo, attenuato, lontano, accordato su un lamento di donna che proviene da uno degli angoli esterni del cortile, dove la sua moto rossa è circondata a raggiera da moto nere, della stessa marca, tipo, dimensione. Quando sale, unica, sul sellino, e il suo polso minuto aumenta progressivamente, come in un gesto d’amore, i giri del motore, è il segnale perché tutti diano gas. Il selciato trema delle vibrazioni che si spandono.

È il funerale che il ragazzo sogna, subito dopo aver perso conoscenza, dietro all’iscrizione della famiglia Turrania. A ogni ripresa di coscienza il sogno riprende lì dove, a ogni ricaduta, si era interrotto. Vuole lottare per restare sveglio o preferisce lasciarsi andare alla nebbiolina di quel mattino d’inverno?

​— Non vi ho mai fatto mancare niente, e adesso, per una stronzata…

​— Non mi interessa niente della tua vita agiata.

​— No, eh?

​— No. Tu non capisci. Non lo capisci. Come fai a non capirlo?

​— Ma di che cosa stiamo parlando? Perché ce l’hai con me?

​— Era un bovaro. Te l’avevo detto che era un bovaro. Tu e le tue manie di grandezza, il cinema e quelle quattro sgualdrine.

​— Ancora con quella storia? E dai!

​— Era la casa dei miei genitori, dei miei nonni, dei miei bisnonni. Si vede la tomba di Cecilia Metella.

​— E allora? La pelliccia di visone non ti è dispiaciuta. Ed è comodo avere la cameriera e il giardiniere, no?

Che cosa aveva fatto, di tanto grave, il nostro? Erano i tempi delle grandi produzioni holliwoodiane a Cinecittà e aveva affittato la bella villa di famiglia sull’Appia antica, per un canone effettivamente esagerato, alla produzione di un film in costume che sarebbe rimasto famoso per la sfida mortale tra una biga trainata da cavalli neri e una da cavalli bianchi. La villa era stata poi assegnata al protagonista del film.

Il famoso e bellissimo attore, ubriaco ogni sera, aveva scorrazzato per la villa a cavallo, esterno e interno, aveva distrutto ogni forma del giardino e sparacchiato ai quadri degli antenati con due vere colt 65, retaggio di qualche precedente western.

La storia delle cavalcate e spari fu l’inizio della rovina economica della famiglia del ragazzo perché, finita su un giornale scandalistico, aveva indotto un funzionario del fisco a divertirsi nel rivalutare le cartelle esattoriali dei cinque anni precedenti come se il valore della villa fosse commisurabile a quell’affitto eccessivo percepito per pochi mesi.

La mamma del ragazzo tirava fuori questa storia ogni volta che ce l’aveva con il padre del ragazzo.

Il ragazzo avvertiva confusamente, nella tempesta dei suoi quattordici anni, la totale mancanza di solidarietà tra i genitori. Ma, quella sera, c’era altro. La mamma era più aggressiva del solito, nel rinfacciare la faccenda del bovaro. Pronunciava bovaro con un accento esagerato sulla “a” e lo scorrere veloce della erre – leggermente moscia – finale.

Squilla il telefono. Risponde il padre. Dice adesso non posso, ti richiamo domani, ho detto che non posso, sì sì certo, anche io, a domani.

​— Era Carlo, per la faccenda del…

​— Sta’ zitto. Sta’ zitto.

La mamma adesso non urla. Ha parlato a voce bassa, sibilante.

​— Ma…

La mamma piange.

​— Senti…

​— Non mi insultare, almeno. La tata. Con la tata. Pure con la tata. Non ci si può credere. La tata molisana. Che pena.

I Led Zeppelin fanno del loro meglio, ma tra un brano e l’altro il ragazzo sente quanto si sono alzate le voci, e così ha spento. I pugni stretti, con un fil di ferro rovente attorcigliato alle budella. Che c’entrava la tata molisana? Giovanna, quella che quasi non parlava e quando la chiamavano per servire a tavola arrivava con signò cche vvoi e si parava il viso con il braccio, come se l’essere stata chiamata fosse inevitabile preludio a essere battuta.

Se lo sentì diventare duro, al ricordo delle cosciotte rosa e raspose di Giovanna, quando il ragazzo era nella totale confusione dei sensi che cominciavano appena ad affacciarsi al mondo.

Le cosciotte rosa di Giovanna erano una montagna di panna con fragole che vedi, ti viene l’acquolina in bocca, e la pasticceria è chiusa. Gli diceva acchiappami e il ragazzo le correva dietro per il giardino e poi per la casa ma quella bastardissima era più veloce e gli chiudeva le porte in faccia e alla fine si buttava a sedere all’indietro sul lettino stretto della stanza della servitù, dove il ragazzo arrivava col fiatone e vedeva le pelurie bionde sulle cosciotte del colore dei porcellini appena nati e anche sentiva un odore forte di sudore e dentro di sé qualcosa che lo attraeva e lo allontanava lo induceva a metterci le mani sopra e allora Giovanna gli diceva che fai brutto sporcaccione e il ragazzo con quelle mani sulle cosce non sapeva che farci e sempre, a un certo punto, Giovanna gli diceva adesso basta porcone che se no lo dico alla mamma e vedrai che ti succede e poi diventi cieco e Gesù piange e così il ragazzo si teneva dentro quella strana sensazione mista di ortica e more mature spiaccicate sulla faccia come un’indigestione di una cosa buona che non hai nemmeno assaggiato.

Adesso ne sapeva qualcosa di più e sentir parlare di Giovanna lo aveva eccitato e così, mentre continuava ad ascoltare sei un porco come pensi che mi sia sentita quando mi sono vista arrivare i carabinieri a casa a chiedermi se avesse lavorato qui una certa Giovanna comesichiamava, lo aveva cominciato a scuotere velocissimo facendo scorrere la pelle su e giù ma ogni tanto si seccava e allora, senza smettere il movimento, mirava uno sputo sulla punta e intanto pezzi di insulti lo raggiungevano sei una stronza butteresti tutto all’aria per una ragazzina venuta dalla montagna del sapone che racconta balle e la madre maledetto aveva solo quindici anni quanto ti è costato far ritirare la denuncia porco straporco straporchissimo e mentre cambia mano – la pippa a due mani senza interruzione l’ha praticamente inventata lui e a scuola è considerato il campione indiscusso – e aumenta progressivamente la velocità man mano che la sensazione si espande la punta diventa rossa e bianca a seconda di quanto più strofina o più stringe e rovescia la testa all’indietro ma deve stare attento a non sbatterla sul muro per non farsi sentire da quei due giù che non lo sentirebbero proprio, presi come sono a massacrarsi ma siamo qui adesso perché vai a rivangare a che ti serve e finalmente l’onda che ha fatto avanti e indietro e che si prende un pezzetto di spiaggia in più ogni volta ma non mi arriva mai addosso adesso il ragazzo la vede che si è gonfiata da lontano e arriva con tutta la schiuma e rotola ed è ormai enorme e quando lo travolge è calda appiccicosa e lunga lunga e non ti voglio più vedere vattene lo sente e non lo sente ma il suono del ceffone arriva chiaro anche se non riconosce la guancia sulla quale si è abbattuto finché si allunga steso sulla moquette grigio topo della cameretta tappezzata di calciatori e rocchettari.

Dormo, non dormo. Passano i minuti, forse le ore. Il silenzio si diffonde.

Avete sbattuto la porta, voi? Sì? E adesso la sbatto pure io. Vediamo chi la sbatte più forte. Senza casco, senza ginocchiere, il piumone sopra al pigiama. Sbatte la porta della stanzetta e nessuna risposta. Passa davanti alla stanza da letto dei genitori e scivola su quel pianto sommesso di dolore e sbatte la porta di casa. Sbatte la basculante del garage e infine raggiunge la enduro ancora luccicante e la mette in moto. Sbatte il cancello e romba come Steve Mc Queen nella Grande fuga per le laterali dell’Appia antica attraversate da latrati di cani alla catena cani liberi nel parco cani nella cuccia cani in branco e la brina che si appoggia sulle zolle dure d’inverno e sui roseti potati e i cachi spogli e i pitosfori tagliati a siepi parallelepipede e il vento gli taglia le gote e la fronte e dentro una qualche specie di eroico furore si fa strada io sono questa moto eccolo il fosso basta alzarsi sul sellino e accompagnare il manubrio con leggerezza senza forzare anche quando slitta riprende faccio corpo unico nessuno mi ferma ecco qua i pini mi fanno da paletti ops uno ops due mi piace passare dal fango al selciato romano è scivoloso sì però io ti controllo eccomi qui invincibile gas gas gas ho azzittito le civette giù a testa bassa e ora la siepe che d’estate è di more la sfioro mi faccio accarezzare dalle spine non è niente è solo un graffio è il combattente ferito che continua e forse per la prima volta nella sua giovane vita il ragazzo si sente padrone completamente di se e questo è esaltante e anche si sente abbandonato e questo è devastante ma le due sensazioni non trovano una via di comunicazione e la confusione ondeggia tra terrore e esaltazione quando affonda nel fango lingua occhi dita e gamba spezzata incastrata sotto all’enduro e il motore acceso che mantiene beffardo la ruota che gira all’aria riempie il silenzio.

L’occhio non interrato vede il suo alito confondersi con la nebbiolina del chiarore dell’aurora, dietro i monti dei castelli romani. Alle spalle della lapide della famiglia Turrania spunta la visiera del berretto di una divisa nera stropicciata dalla notte che si avvicina circospetta e interrogativa.

Un vestitino così ordinario


Eccoti qui, seduta sulla sponda del letto. Vene, dalle ginocchia alle caviglie, rigonfie e sporgenti. Hai voluto far sostituire i piedini di metallo cilindrici con altri più lunghi, affinché le lenzuola non sfiorassero il pavimento. “Le voglio alla stessa altezza da terra da tutte e due le parti.” Adesso, sono quei tre quattro centimetri che mancano, dai piedi a terra, a farti rischiare di cadere ogni volta che scendi, debole come sei.

La pelle delle braccia è troppa, per la poca carne rimasta da avvolgere, gli occhi gialli e rigonfi. Dov’è più la bella signora con la quale sono stata messa a confronto per tutta la vita? Che bella mamma che hai! Arriverai mai a essere bella come lei?

Gli stupidi insensibili confronti, continuamente proposti – perché sei sempre stata davvero molto bella, esageratamente bella, con i tuoi lineamenti delicati e decisi, la tua pelle di pesca, i capelli tutti bianchi fin da quando avevi vent’anni – avrei anche potuto sopportarli.

Se solo tu mi avessi difeso.

Senonché, tu li hai sempre alimentati, te ne sei nutrita, hai permesso che mi utilizzassero come termine di paragone, senza mai un gesto verso di me, una rivendicazione della mia bellezza. Non è questo che fanno, le madri? Non sono loro a farsi vanto della bellezza delle figlie? Oh sì, il figlio maschio preferito. Il primogenito. Lui sì che veniva esaltato.

Quant’è bello quanto è intelligente da grande farà l’ingegnere navale. Che cosa ci si poteva aspettare, da me, quando fossi diventata grande? Il tapino, peraltro, non si accorgeva di essere, più che effettivamente riconosciuto, esibito a strumento della gloria materna. Della quale, io, non ero evidentemente degna.

Eccoti qua, esausta, piagata dalla malattia, che continui a dare ordini. Porta via il bicchiere, dammi gli occhiali, no quegli altri ancora non lo sai. Eseguo, per lo più. Cerco di non discutere. Di acconsentire.

È uno strazio assistere alle inutili piccole vittorie della tua tosse per espellere i grumi di catarro che resistono, tenacemente attaccati ai bronchi, sapendo che per uno che esce altri si stanno formando, ormai dilaganti.

Sempre sorridente, sempre una parola buona per tutti, una persona gentile e disponibile. Così ti conoscono. Così mi dicono di te, quando incontriamo qualcuno del palazzo. Ti guardano con l’aria di chi pensa è irriconoscibile, in poco tempo come si è ridotta.

Mi raccontavi che, abitando proprio di fronte a Villa Ada, quando era una delle residenze del re, ti chiamavano a giocare con le principessine. Sei cresciuta così, nella buona educazione delle brave ragazze, col nonno – tuo padre – che era stato fattore di un principe e la nonna – tua madre – che ricordo minuta con lo scialletto del colore triste del glicine. Papà, invece – mio padre – era partito a dodici anni dal paese, a raggiungere i fratelli più grandi che avevano trovato lavoro come norcini. Non era fine come te, questo è certo. Per quello che posso ricordare, si capisce: avevo solo sei anni, quando è morto. Sei anni. Credi che mi abbia fatto bene, a sei anni, sentire una delle tue sorelle rivolgersi a te con in fondo ti sei tolta un peso? Credi che mi abbia fatto bene aspettare, senza che arrivasse, una qualsiasi tua reazione? Ma forse ricordo male: in fondo, avevo solo sei anni.

Vengo, vengo, rispondo.

Hai chiamato. Anzi, hai suonato il campanello, come si fa con le persone di servizio. È lì per non farti stancare, perché siamo sicuri di sentirti. Non sei stata tu a volerlo. È un’esigenza di noi che, a turno, ti accudiamo. È che lo porti così bene, quel campanello che scende dalla spalliera del letto!

E l’ora del trucco. È una cosa buona, che tutte le mattine ti lavi, ti metti la crema sul viso, quella che ti mantiene la pelle così liscia. È una cosa buona perché è voglia di vivere. Durerai, finché avrai questa voglia.

Il rossetto, la matita per le labbra. No, l’altro. Ti ho detto l’altro. Non capisci mai.

Lo fai ormai seduta davanti al grande specchio in bagno sopra al lavandino: ti stanchi a stare troppo tempo in piedi.

Dammi lo specchio, ordini.

Non ti capisco subito: stai di fronte a uno specchio grande, luminoso, quale specchio vuoi?

Lo specchietto, precisi stanca.

Ah, lo specchietto. Lo cerco tra i mille trucchi e trucchetti ai lati del lavandino.

Ha il manico, aggiungi esasperata.

Mi aggiungi le informazioni pezzo a pezzo. La prima parola sarebbe dovuta bastare. Anzi, non avrebbe dovuto essere stata nemmeno pronunciata. Avrei dovuto capirlo da sola che, a quel punto, ti serviva lo specchietto, quello tondo con il manico nero, quello con la lente concava che ingrandisce.

È nero.

Mi sale l’agitazione. Non lo trovo. Lo specchietto. Quello con il manico. Con il manico nero. Frugo frugo e non lo trovo. Non sono all’altezza, come al solito.

Siamo tutte e due rivolte verso lo specchio grande: tu seduta da un lato e io in piedi dall’altro lato del lavandino. Il tono delle ultime parole – mi stai ripetendo, e insieme, ben due informazioni: ha il manico, è nero, che mi hai già dato pezzo pezzo e che non mi sono bastate a capire – è sprezzante. Incontro il tuo sguardo sullo specchio grande, mentre finalmente trovo lo specchietto dal manico nero. È uno sguardo incattivito. Il mondo non va esattamente come tu pretendi. È dura, per te, lo capisco. È dura avere a che fare con una figlia che “non sa fare”.

Tu non sai fare. È una delle tue frasi preferite. Una di quelle che mi trapanano quotidianamente da cinquant’anni.

Una figlia di Ogino. Non ti sei fatta nessuno scrupolo di spiattellarmelo. Era un momento di rabbia? Avevo fatto qualcosa di sbagliato? Eri infelice per conto tuo? Non me lo ricordo. Non lo so. Non lo posso sapere. Che importanza può avere? Figlia di Ogino.

Ammiro le tue tecniche, le tue trovate. Pianti il gomito sinistro sul materasso, poggi la mano destra sul pugno sinistro e fai così leva per riuscire a sollevarti. Sei brava, sei ingegnosa, sei intelligente, hai sempre una soluzione. Sul serio. Questo è il meglio che ho ricevuto: l’intelligenza. La capacità di vedere da più punti di vista, di individuare immediatamente il punto debole, l’elemento critico, il fatto che negherebbe la teoria, la strategia. Sei imbattibile, in questo. Avessi avuto un grammo di cervello in meno e un pizzico di cuore in più, che cosa ti sarebbe mancato?

Questa bambina non mi assomiglia per niente, sarà proprio mia figlia? Oh no, non era detto con una qualche aria ammiccante, no: era detto in piena e totale serietà. Il vestitino così ordinario, infatti, mi continuava a piacere. Forse è stata la prima volta che ho rivendicato il mio diritto a esistere. La stoffa era semplice e preziosa: un regalo alle uova fresche della zia da parte della signora – titolare, in città, di un noto atelier – proprietaria della villa in fondo alla strada. La zia ne aveva fatto fare un vestitino per me – dodici anni – di cui ero fiera. Cominciavo a guardare i ragazzi, e i ragazzi mi guardavano, anche se non sapevo che cosa mi succedesse dentro, né perché il cuore certe volte battesse più veloce. Com’è ordinario questo vestitino. Così: ordinario. Non sembra una parola violenta, “ordinario”. Pure, mi travolse. Mi ero preparata per te, che venivi a trovarmi la domenica d’estate, presso la zia, al paese di mio padre. Cercavo la tua approvazione, il tuo consenso, un tuo sorriso. Ordinario. Un vestitino così ordinario. Ancora adesso mi entra nello stomaco e affonda fino a farmi perdere il respiro. Una goccia di Mistral e passa. Non te l’ho detto? Bevo. La sera, per lo più. Qualche bicchierino, niente di che. Mi aiuta a dormire. Non faccio bei sogni, ma almeno dormo.

Accosto. Piove fitto. Siamo su una strada urbana di scorrimento veloce a tre corsie. C’è una piccola reseca che mi permette di fermarmi un po’ in dentro, anche se non abbastanza da scongiurare strombazzamenti irritati. Il tuo corpo sempre più esile è scosso, tra il bacino e il collo, da conati di vomito. Tiro fuori la busta di plastica corredata di doppia busta di carta da pane all’interno – non è la prima volta: sono preparata – dove rovesci il niente giallo che hai mangiato. A un certo punto il rumore del traffico sparisce e restiamo soltanto tu, io, la pioggia sul finestrino. Sento dentro come una lucidità improvvisa, come uno squarcio di verità e mi sto chiedendo ma tu chi sei ma io non ti conosco tu non mi conosci che cosa ci sto a fare io qui potresti essere un’attrice ingaggiata per la parte di mia madre da qualcuno che mi sta facendo questo scherzo da decenni. Continui a vomitare giallo e verde. Il mio cuore è diventato di pietra. È questo, che mi fa soffrire. Sentirmi il cuore di pietra. Non avere altro sentimento che pietà, verso di te.

Non lo accetti. Non vuoi morire.

Qualcuno lo accetta, forse?

Io, lo accetterò?

Dormi.

Sonnecchi, è meglio detto. Ti accarezzo la nuca. Urli come se ti stessi scorticando. La mia mano è fredda, non lo vedo che stai dormendo?

Morirai, e io mi maledirò per queste carezze non date e che non ti potrò più dare, per non essere capace di trovare l’attenzione giusta, il gesto che ti conforti, la parola che ti sostenga, la battuta che ti strappi un sorriso.

Forse è meglio se ti lascio a dormire tutto il giorno, se non sto lì tanto a preoccuparmi delle piaghe e piaghette che spuntano intorno all’attaccatura del femore con l’anca, a cercare unguenti, a battere tutte le farmacie – non avevo idea della quantità sterminata di prodotti esistenti – alla ricerca della benda più adatta. Speravo mi avresti insegnato qualcosa sulla vecchiaia, sull’avvicinarsi alla morte. Lamenti, imprecazioni. Ti aiutano? Non mi pare. Ma forse sì. Devo essere contenta, quando mi tratti al peggio: so che, così, sei viva. Ed è questo che conta, no?

*** *** ***

Hai smesso di respirare quando sono finite le forze. Sono due mesi, ormai. Si finisce così, con l’aria che diminuisce insieme con la coscienza, visto che il cervello riceve sempre meno sangue. Chissà se la scienza ha individuato un ordine in cui gli organi smettono di funzionare e, a mano a mano, si cadono uno addosso all’altro come tavolette del domino messe in fila in verticale.

Mi occupo della tua casa, adesso. Divido, distinguo, seleziono. Lo faccio come un lavoro. Mi piace classificare, ordinare. Mette pace nei pensieri. Gli oggetti prevalgono. Dai preziosi vasi cinesi al coccodrilletto di plastica color canarino che avanza a quattro zampe con lo zzzzz della carica a molla.

La scatola di legno intarsiato che, all’apertura, attiva il carillon di Torna a Surriento. Me lo ricordo, quando cantavi con quella bella voce da contralto e io piangevo di commozione, senza capire perché. Erano Catarì, La vie en rose, quel valzer che faceva se / tu sei con me / la mia vita / più bella / mi appar…

Negli ultimi mesi ascoltavi soltanto il concerto di Aranjuez e piangevi, contenta.

Posso essere meno dura, ora che sei morta? Niente è cambiato, in me. A parte il senso di sollievo, per la fine degli affanni. Dei miei, affanni. Il primogenito sembra più attaccato alle cose dell’infanzia. Gli cedo volentieri ciò che lo attrae.

Più di cinquanta paia di scarpe, alcune delle quali mai messe ai piedi. Non so più quante pantofole. Che cosa ne facevi? Il primogenito ha disposto sul tuo letto a una piazza e mezzo, per dividerla, la bigiotteria – comprata o prodotta: sì, eri brava anche a costruire collane – e, nella sua ossessività, li ha raggruppati per collane, bracciali, orecchini, spille. Spiccano sopra un panno bianco, un mollettone, quella stoffa morbida che si mette sotto alle tovaglie per non rovinare i tavoli. Lo spazio era tutto occupato, la superficie completamente coperta dai brillocchi di ogni genere forma colore e qualità. Uno spettacolo. Come un evento naturale catastrofico, di quelli che spaventano e attraggono allo stesso modo.

La vetrinetta con i mille ninnoli raggruppati per scatoline, ovetti propiziatori, statuine. Non mi è uscita una lacrima, ancora. Al funerale, avevo gli occhi rossi, mi hanno detto. Ma una lacrima, no. Uno dei tuoi nipoti, al momento di chiudere la bara, ci ha voluto appoggiare una delle farfalle autoadesive che avevi sparso per casa.

Le foto le ho lasciate per ultime. Non so se avrò voglia di guardarle. Se non fosse per il primogenito che preme per concludere le divisioni. Farò fare a lui. Prenderò quel che mi toccherà e le terrò chiuse in una scatola.

I lavori a uncinetto. Anche qui eri brava. Erano tuoi i cappelletti stravaganti di Mimì metallurgico. Gli scialli colorati preparati per i nipoti. Le copertine da culla. Le sciallette a triangolo con cui ti coprivi le spalle, a strati.

Sono rimasti questi ultimi cassetti. Tiro fuori una a una le buste di plastica sigillate. Mentre squilla il telefono l’occhio registra un colore noto e, nei bassifondi del cervello, sta cercando di riconoscerlo, mentre liquido l’ennesima, petulante agenzia immobiliare che vuole sapere se la casa è in vendita.

Passo per la cucina e mi sbuccio un’arancia. Senza mai staccare il coltello, senza perdere il filo, in modo che la buccia resti una spirale continua. Perché mi commuove, la buccia d’arancia?

Ne coprivi i termosifoni, d’inverno. Mi piaceva quel profumo e mi scottavo il nasino che non arrivava alla sommità del calorifero. Li rinnovavi, a mano a mano che si incartapecorivano, dopo aver perso gli umori. Li facevi disporre a me, qualche volta, in punta di piedi. Forse mi toccavi, pure, in quella circostanza. Non ne sono certa.

Era con il primogenito che percorrevi a passo di rumba il corridoio, giovane mamma piena di vita compressa, al suono di tarà tarà tarà / tatàratatàtatà…

Pizza-ricotta-oreste-giù, invece, lo facevamo tutti e tre insieme, e io ridevo tanto.

Ricordati che sei figlia di un bersagliere. Sono le ultime parole che hai detto, prima di perdere conoscenza. Te lo diceva tuo padre – nonno Giorgio – nei momenti difficili. E ce ne sono stati.

Ti commuovevi, quando raccontavi di quella volta che il suo squadrone di bersaglieri a cavallo, con tanto di piume sul cappello, a una delle stazioni tra Milano e Torino, si era schierato a salutare il re, che raccoglieva gli omaggi del popolo a ogni fermata. Poi il re era ripartito e lo squadrone, affondando per i campi di riso cavalcando per le colline di vigne rischiando i garretti sulle zolle gelate era arrivato – le divise inzaccherate, le piume impolverate, cavalli e cavalieri stremati – alla stazione successiva un minuto prima del treno e si era disposto a guardia d’onore, con le sciabole sguainate a salutare di nuovo il re. Il quale, infastidito per la trasandatezza, chiese perché fossero così malconci e quando gli dissero sire sono gli stessi della stazione precedente allora emise un eh perbacco li guardò per bene a lungo come a sincerarsi delle facce sorrise e portò la mano destra tesa sulla fronte a salutare come si deve a militari coraggiosi.

Tutto questo mi torna mentre mangio l’arancia. Butto la buccia: non è inverno, non può servire. È stata una prova di destrezza inutile. Che cosa stavo facendo? Ah, sì, l’ultimo cassetto.

Nei tre metri del corridoio sorrido ricordando Signora Prenda Questa Ricotta! Sì Pizzicarolo Quando Ripasso!

Un vestito rosso a camicione. Una specie di turbante dorato. Una mantella celeste polvere, con il collo di visone. Tutte stoffe rimediate sulle bancarelle, che nelle tue mani – e su di te – si trasformavano in abiti vistosi ma non appariscenti, sempre portati da gran signora.

Questa stoffa, invece, è più preziosa. È l’ultima busta.

Quale ignota strategia mi ha guidato? È questo, l’ultimo cassetto che apro. Mi appoggio sulla sedia a dondolo. Non l’ho ancora aperta del tutto. La plastica è spessa, quasi rigida, e quel che si vede attraverso è opaco.

Mi appoggio all’indietro. Forse è la posizione delle palpebre abbassate. Così, posso spiegare le lacrime, mentre a occhi chiusi apro l’ultima busta, lasciando alle mani il compito di riconoscere la trama della stoffa, i ghirigori preziosi, l’intatta leggerezza del cotone di sartoria. I singhiozzi, invece, non li spiego. Forse è il movimento del dondolo, a confondermi. Ma non vanno a ritmo.

L’hai conservato per me, dunque, quel vestitino così ordinario.

Reading

Toccava a lui. Si meravigliò di non sentirsi emozionato. Eppure, per la prima volta avrebbe letto un suo racconto in pubblico.

Era stato molto incerto: la lettura è un atto individuale, non era una bestemmia renderlo pubblico?

Sperava che avrebbero apprezzato la prosa elegante, la consecutio sempre a modino, qualche impercettibile sbavatura sintattica a testimoniare la capacità di piegare la lingua allo stile.

Lo aveva preceduto una ragazza inglese con una poesia, densa di morte segaligna e oscura: budella appese come lenzuola ad asciugare al vento del dolore.

Toccava a lui. Aveva preferito restare seduto, dovette aggiustare il microfono. Si versò un mezzo bicchiere d’acqua. Cercò tra il pubblico il sostegno del volto noto di qualche amico.

Cominciò a leggere. Fu piacevolmente sorpreso nell’ascoltare la propria voce: espressiva, con i giusti accenti, con gli alti e i bassi e i brevi e i lunghi necessari.

Si era fatto silenzio. Il pubblico era attento. Qualche bisbiglio iniziale era scomparso sotto ai cubi a forma di pietra antica che facevano da sedili.

Un paio di pagine, per un incontro fortuito in ascensore, ambiguo di gesti e di pensieri. Anche i due personaggi del racconto vedevano sé stessi da fuori, mentre l’ascensore saliva i venticinque piani previsti dall’autore.

Si accorse di stare anche altrove. Ricordò esattamente la prima volta in cui era stato consapevole di essere presente e, allo stesso tempo, di guardarsi da fuori.

* * * * *

Era arrivato in una stanza dove tutti sedevano lungo le pareti. Parlavano a bassa voce. Qualcuno piangeva.

Alla casa degli zii poco fuori città dove, per vicende economiche familiari – un fallimento aziendale – viveva da qualche mese, erano andati a prenderlo i due cugini più grandi, tutti compresi nel compito da adulti – appena uno dei due aveva l’età della patente – cui assolvevano.

Aveva intuito qualcosa di oscuro: già la mattina lo zio – si era durante le vacanze di natale – era inusualmente tornato a casa poco dopo essere uscito ed aveva parlato con voce concitata appartandosi con la zia.

* * * * *

La lettura del racconto terminò. Ebbe piacere degli applausi, che gli parvero convinti, e fu contento del sorriso annuente di una sconosciuta.

Avrebbe dovuto, come da scaletta, passare il microfono al vicino di destra.

Si rese conto dello sconcerto degli amici organizzatori quando, invece, attaccò a leggere un altro racconto, previsto per la seconda parte della serata, dopo la pausa.

Trattava della giornata allo stadio di un intellettualino, di quelli che non riescono a stare in pieno nemmeno con le proprie emozioni più terra terra senza infiorettarle di ragionamenti intelligenti.

* * * * *

Per quanto, da grande, lo avesse chiesto a tutti, non era più riuscito a ricostruire chi infine gli avesse detto che quel giorno, un colpo al cuore, zac, era morto suo padre. Forse, non glielo aveva mai detto nessuno. Forse è una delle cose che non sta bene dire. Meglio, meno doloroso sottintenderla, dovevano aver pensato. Per non turbarlo troppo. Per il suo bene, evidentemente.

Insomma, era stata quella volta in quella stanza con tutti seduti sulle seggiole lungo i muri, nella parte dei parenti e amici addolorati, e sua madre già vestita a lutto, nella parte della vedova, che si era visto così, nella parte dell’orfano undicenne frastornato, privo di lacrime che non fossero di condiscendenza alle aspettative del pubblico.

* * * * *

Il racconto sullo stadio conteneva qualche spunto drammatizzabile, come alcune imprecazioni e urla – da stadio appunto – che si stupì di rendere con insospettate doti istrioniche.

Piacque abbastanza anche questo. Non si erano annoiati, nonostante i due racconti di seguito.

* * * * *

Era morto il 28 di dicembre. Per quale ragione, si chiese solo adesso, non avevano passato il natale insieme?

E bastava, il dolore, a dare ragione che non fosse stata la madre ad andarlo a prendere, per dirglielo?

* * * * *

Si guardò intorno. Poggiò i fogli sul tavolo, bevve direttamente dalla bottiglia l’ultimo sorso rimasto.

Era tempo di lasciare la postazione ad altre letture.

Si sedette invece di nuovo. Si ritrovò, per non esibire la commozione, a stringere con tutte le forze che aveva i braccioli della poltroncina, fino a schiarire – private dell’afflusso di sangue – nocche e falangi.

Fu un attimo. Si alzò, ricevette pure un piccolo applauso di incoraggiamento.

Risveglio

Si rannicchiò sotto al piumone e assaporò, prima di addormentarsi, il piacere tenue della fine.

Rivolse pensieri benevoli alle persone care.

Si vide sulla panchina di legno imbullonata sulla piattaforma di cemento, di fronte all’isola, al sole freddo di una mattina di tramontana che insisteva a sferzare un cielo ormai pulito.

Dormì contento pur sapendo che, probabilmente, al mattino successivo, come tutte le mattine, si sarebbe svegliato.

Cani

Fra le colline di ulivi e, poco più in basso, il mare: cicale di giorno e grilli di notte.

Il primo approccio dell’uomo a qualsiasi novità è critico. Perciò, la buona cucina della signora la chiama quasi vera, le marmellate sono troppo dolci, la ribollita troppo fresca, il prosciutto tagliato sì a mano ma senza maestria, i biscotti al vino cementosi.

La donna è invece di natura positiva. Il silenzio, la pace, le galline libere, l’olio buono, il vino frizzantino dai che staremo bene, questa vacanzina ce la siamo proprio meritata.

Cenano con soddisfazione. Sono gentili, i proprietari. È quella gentilezza riservata agli ospiti, questo si capisce. La confidenza accelerata che stabilisca il contatto. Una settimana, forse un fine settimana, raramente di più. Fa parte del pacchetto che gli ospiti se ne vadano con l’illusione di essere stati accolti come vecchi amici, che quindi abbiano voglia di tornare, che abbiano piacere di raccontarlo, di accrescersi agli occhi delle persone care magnificando l’esperienza fatta. Il circuito è questo.

La stanza è minuscola. Nella vecchia stalla riattata, che odora di vernice fresca e vecchio stabbio, non è aumentato di molto, per gli ospiti, lo spazio prima dedicato alle vacche o ai cavalli. Mobili ingenuamente anticati. Finte stampe scelte con poca cura.

La notte, però, i grilli.

E i cani. Lontani. E vicini.

L’uomo sta dormendo beato quando percepisce qualcosa. Non capisce subito se si è svegliato per uscire da uno di quei sogni affannosi con situazioni irrisolvibili o per che cos’altro. Si rigira. Momenti di silenzio totale, come possono esserci in una campagna lontana. Qualcosa è diverso. Il respiro della donna che gli dorme accanto, è diverso. Si rigira ancora, affonda nel cuscino. Saranno veraci, ma i bozzi della lana non cardata sono scomodi. Un ululato lontano, un trasalire vicino. Adesso è sveglio. Si gira verso la donna al suo fianco, grato che sia lì. Allunga una mano a cercare il seno accogliente e rassicurante. Trova invece una gamba. Ci mette un po’ a capirlo. La coscia non è soda e morbida come al solito, ma innaturalmente rigida. Trema. Più che un tremito, è come una vibrazione interiore che la pelle fa passare con grande fatica.

L’uomo allunga la mano dalla parte opposta e accende la luce sul comodino – fioca fioca: risparmiano anche sui watt della lampadina – e guarda verso la donna.

È seduta addossata alla spalliera di ferro battuto. Tormenta tra mano sinistra e bocca il margine della manica destra del pigiama di flanella pesante: l’ha ridotta ad un cencio bagnato. Singhiozza senza rumore.

Fuori, i grilli tacciono. La donna guarda fissa davanti a sé, senza che lo sguardo sia orientato verso un qualsiasi oggetto lì presente.

L’uomo chiede che c’è, che succede. È premuroso, per quanto annebbiato dal sonno, non ancora del tutto presente.

Un ringhio fuori, vicino, scioglie i singhiozzi, finallora aspirati in silenzio, in un pianto senza freni. L’involucro che manteneva la fissità è scoppiato: tutto il corpo della donna adesso è scosso in un modo convulso e quella che si spande nella stanzetta dell’agriturismo è una disperazione senza fine e senza suoni.

L’uomo non sa che cosa fare. Socchiude la finestra per dare spazio all’aria fresca della notte ma così il latrato entra stereofonico. Un rumore dietro di sé. Si gira: la donna è scesa dal letto e si è rannicchiata a terra nell’angolo della parete opposta alla finestra. Trema tutta. Apre la bocca e insieme indica la finestra ma non le escono suoni. L’uomo richiude la finestra con un gran rumore di vetri. La donna smette di tremare.

L’uomo le si avvicina, le si siede a fianco, per terra, la abbraccia. La donna lo guarda come se stesse pensando chi sei tu che cosa ci fai qui vicino a me in questa stanza. Poi lo riconosce. Riprende a piangere. Stavolta senza convulsioni.

L’uomo la rassicura non è niente, forse un brutto sogno. La accarezza. Si eccita della inermità della donna che adesso è poggiata a lui, completamente sciolta, come priva di tono muscolare. La culla, le canticchia all’orecchio una canzone a loro familiare. Le strappa un sorriso. Si arruffano a vicenda i capelli, in un gesto tutto loro. Si baciano.

Si baciano con apprensione, rispetto, timore, con gli intervalli di qualche singhiozzo della donna e qualche sospiro dell’uomo.

I grilli hanno ripreso il sopravvento, gli ululati sono lontani.

Si baciano con tenerezza e poi passione.

Fa freddo qui, torniamo dentro?

Complici, si rimettono sotto le coperte. Sono presto nudi. Gli odori dei corpi prevalgono sui profumi delle creme. Fanno l’amore in silenzio, a lungo. A lungo. Come mai prima di allora. Vanno lontani, dove non sono mai stati. Tornano insieme. La donna gli dice ma dove mi porti tu. L’uomo ride, contento. Si riaddormentano abbracciati.

Li sveglia un bel sole di anticipo d’estate. Colazione sotto al delizioso pergolato. Il posto, di giorno, è anche più accogliente. Il miele è vero. Le ciliegie dagli alberi intorno. Il latte è a lunga conservazione ma pazienza. Ridono mentre si scambiano qualche battuta su altri ospiti appena usciti.

Andiamo al mare?

Andiamo al mare.

L’uomo si sdraia in costume. La donna si copre dalla brezza ancora fresca con il grande asciugamano. Si è comunque tutta incremata. L’uomo ha partecipato con piacere. Ehi attenzione così ci toccherà tornare nella stanza in anticipo. Ridono. Guardano il mare. L’uomo legge un quotidiano. La donna sfoglia una rivista. Test per l’estate: siete più prede o cacciatori? Discutono sul risultato. L’uomo non ci sta ad essere preda e la donna non si sente una cacciatrice. Il test fa schifo. Si tengono per mano, quando si avviano alla macchina, nel primo pomeriggio.

La donna gli racconta ero piccola, avrò avuto quattro o cinque anni, la mamma faceva un dolce e mi aveva mandato a chiedere un po’ di zucchero alla zia, due strade più avanti di casa nostra. Tornavo con il pacchetto stretto al petto, tutta presa dall’importanza della commissione. Lì, allora, non passavano macchine. Un borgo in campagna. La strada era in terra battuta. Mi stavano tutti intorno. Il capo era un maremmano bianco più alto di me. I seguaci un bassethound decaduto, una bastardina grigia dagli occhi vispi, un mezzo bracchetto a pelo corto, un mezzo setter irlandese con strane righe bianche a striare il rossiccio. Ce n’erano altri che non ricordo. Questi, invece, li ho ancora negli occhi.

Si sono fermati, sulla strada del ritorno dal mare all’agriturismo – una decina di chilometri – nella cittadina medievale. Passeggiano lungo le mura, dopo un buon caffè.

La donna continua. L’uomo l’abbraccia. La donna si stacca senza parere. Mi giravano intorno. All’inizio non ero spaventata. Ero abituata ai cani. Ne avevamo uno in giardino, in casa. Quel branco pure mi era familiare. Li avevo visti aggirarsi qualche volta vicino all’immondezzaio. Si tenevano alla larga. Erano buffi, come un esercito di straccioni senza divisa ma dal contegno dignitoso di chi ha una memoria del passato che lo sorregge. Mi resi conto di non potermi muovere senza doverne scansare qualcuno. Uno più intraprendente, da dietro, mi infilò il muso tra le gambe e il tartufo umido tra le cosce mi paralizzò completamente. Strinsi lo zucchero al petto. Volevo chiamare mamma ma non potevo. Non vedevo intorno a me altro che musi bavosi denti aguzzi orecchie pelose code scudiscianti. Chiusi gli occhi. Pregai gesugiuseppemmaria. Abbaiavano. Ringhiavano. Ero sola.

Mi raccolse un vicino che urlavo tra la polvere senza parole e senza voce. Non seppi dire se ci fossi stata spinta o mi fossi rifugiata a sedere per terra. Per tre giorni non emisi suoni.

È successo questo, stanotte, chiede l’uomo. Forse i cani là fuori, il ricordo…

Credo di sì. Sei stato così paziente, riprende la donna.

C’era qualcos’altro, aggiunge, ma non so dirti.

Qualche passo e conclude sapevo che tu c’eri eppure ero sola. Come quella volta.

L’uomo le stringe la mano. Si abbracciano. Restano un po’ così. Riprendono la strada. Rientrano in macchina.

Si fanno la doccia, si cambiano. Gironzolano senza meta, in attesa dell’ora di cena, tra le stalle, il recinto per le pecore, le strutture di legno per i maiali, i fichi d’india, i ciliegi, l’orto con l’insalatina a taglio, le prime zucchine, qualche pomodoro precoce, i baccelli dei fagioli che cominciano a prendere forma, i ciuffi verdi che segnalano le carote sotto terra.

Gironzolano insieme, scambiandosi battute, condividendo il piacere delle cose di campagna, i ricordi di esperienze passate.

È ora di cena. Suona la campanella: una vera piccola campana di bronzo attivata da un martelletto. Si avviano. C’è da superare un cancello di legno, di quelli fermati in alto da un cerchietto di fil di ferro che unisce le sommità del palo fisso della staccionata e di quello mobile all’estremo del cancello. Davanti al cancello sono in tre. Scodinzolano tutti e tre, abituati agli ospiti: un lupo, un bastardone e un mezzo lassie. Corrono su e giù davanti al cancello, come se fossero di guardia o forse in attesa di sfruttare qualcuno che aprisse per rientrare.

La donna si irrigidisce. L’uomo le dice dai non è niente non lo vedi che scodinzolano te l’ho detto che quando scodinzolano non sono pericolosi. L’uomo si mostra competente e protettivo. Bisogna abbassarsi al loro livello, vedi, per non preoccuparli. L’uomo si abbassa ed i cani, finallora a distanza – per loro – di sicurezza, si avvicinano uggiolanti ai nuovi amici li circondano abbaiano festosi si alzano sulle zampe posteriori e arruffano quelle anteriori per fare le feste. L’uomo si alza sorridente e si accorge che la donna è bianca e impietrita. Si rende conto: dà un calcio al cane più vicino e scaccia con un urlaccio gli altri. Circonda le spalle della donna vieni andiamo è finita non torneranno. La donna cammina per qualche metro a passetti trascinati: le scarpe non si alzano da terra e il tacco della scarpa che avanza non va oltre il centro dell’altra. Ha i pugni stretti, bassi, guarda fissa davanti a sé. È passata, dice. È passata. Riprende il suo passo. L’uomo le stringe la mano: è fredda e inerte. A poco a poco si scalda. Quando entrano nella sala da pranzo la donna sorride agli altri ospiti e saluta cordiale la padrona di casa. Mangiano con gusto. È passata. L’uomo le dice mi dispiace, non mi sono reso conto, volevo che diventasse una cosa naturale, sciolta, non mi sono reso conto. La donna gli sorride, gli prende la mano sul braccio allungato sopra al tavolo, la accarezza, lo guarda gli dice non ti preoccupare è passata. È passata.

Tornano nella stanza. È l’ultima notte lì. Si cercano, nel letto. Fanno l’amore. Senza trasporto. Con piacere. L’uomo viene, mordendo un cuscino per non urlare. Anche la donna è appagata. L’uomo si alza e va in bagno. Torna nel letto. Appoggia la testa sulle gambe della donna che è seduta, con la schiena poggiata al cuscino addosso alla spalliera di ferro battuto. La donna lo guarda, gli accarezza i capelli. Fuori, non cantano grilli né ululano cani.

Non ho più paura, dice.

Grazie, aggiunge.

Non ci vedremo più, conclude.

L’uomo si è addormentato.

Perdonare

Quel che andava fatto, è stato fatto.

Sembri dormire. Ti voglio bene. Ti ho voluto bene. Come potrei non volertene? Così tenero, paziente, innamorato. Tenace.

* * * * *

È stata una vacanza meravigliosa. Grazie.

Appena arrivati, la sabbia di coralli sbriciolati.

Il barcone aveva attraccato e spento i motori. Fra le increspature, la luce filtrata dagli alberi, le ombre, ho visto il suo volto riflettersi sull’acqua trasparente che si stava chetando.

Mi hai chiesto premuroso tutto bene? Certo.

Il suo volto riflettersi. Non come se fosse proprio lì. Piuttosto, come se il mare la sabbia il vento le ombre il sole gli alberi si fossero accordati per costruirne l’immagine in quel momento preciso in cui scendevo la passerella.

Stavo per cadere in acqua, per questo mi hai chiesto tutto bene. Avevo già adocchiato i due squaletti, che in un metro d’acqua stanno di punta agli arrivi del barcone, attratti da qualche avanzo. Abbiamo continuato per tutta la settimana a chiamarli squali – figuriamoci: quaranta centimetri l’uno e totalmente inoffensivi – e a far finta di scappare.

Te le ricordi, le tre infermiere romagnole? Le loro risate, i loro gridolini acuti spiccavano, nell’isola colonizzata dall’agenzia turistica tedesca. Alla vigilia della partenza apparivano ben integrate nella festa detta etnica, dove l’unico elemento locale erano i meravigliosi uccelli di carta a cui il cameriere del mattino dava forma a partire dai tovaglioli.

Uno di questi uccelli, di colore lillà, è finito vicino al paiolo dove bolliva quel terribile intruglio di pecora, ha preso la corrente ascensionale di aria calda ed è volato dietro alla capanna della festa. Sono andata a cercarlo. Tu eri impegnato in un improbabile twist con una delle infermiere. Non l’ho trovato, dietro alla capanna. Eppure l’avevo visto con certezza oltrepassare il tetto. Mi sono anche arrampicata sulle cassette di birra. Non tirava un alito. Non poteva essere andato lontano. Mi sono trovata improvvisamente sola. La musica lontana. Lo sciacquio del mare. L’uccello di carta lillà scomparso. Potrebbe essere il titolo di un film, come lo vedi?

Per me era una perdita: ha preso il mio cuore ed è volato via. E ora devo piegarmi in avanti, per non essere sopraffatta da quel grumo irriducibile di dolore.

Mi hai recuperato una mezz’ora dopo, sul pontile, persa tra le stelle della notte magica, come non possono che essere le notti sull’isola tropicale, dove scappiamo a ritrovare i cieli che le nostre città nascondono.

Mi hai chiesto, accogliente, perché piangi. Non so mai risponderti. Sto cercando di scrivertelo. Sto cercando di dirlo anche a me.

Sono stata bene, in quella settimana. Le ore a mollo in un’acqua di qualche grado sotto la temperatura corporea. Senza riuscire a smettere di meravigliarmi per i colori e le forme dei pesci che giocavano a nascondino nei labirinti di foreste compatte di corallo viola, verde, rosso carminio. Ogni tanto rischiavo di affogare per qualche ooohhh che mi saliva prepotente e incontrava il boccaglio.

Ti ritrovavo, tutto incremato, sulla sedia da regista immersa fino alla seduta nel primo mezzo metro di mare, dove ancora arrivava l’ombra dei cocchi, a leggere uno dei quattro – e temevi di aver abbondato – romanzi che hai esaurito in una settimana.

Eravamo tutte coppie. La signora, ti ricordi, alla gita in barca, quella che all’andata sedeva di fronte a noi, aveva il collo a strisce bianche e rosse. Doveva aver preso il sole con il collo ritirato. Come le incredibili tartarughe giganti dalla schiena bombata. Faccio di queste associazioni facili, banalotte, tu le accogli con aria interrogativa come a dire c’è qualcos’altro che mi sfugge? No. È tutto qui.

Nella capanna dove si prendevano le prenotazioni, in queste isole dell’oceano indiano dove vige uno strano socialismo e gli alternativi sono a malapena tollerati, la bandiera con legalize-it e il foglione di marijuana su sfondo di colori giamaicani era esposta a rovescio.

Il tipo – alto, massiccio, pelle liscia, lunghi capelli fluenti – parlava un francese forbito che somigliava a quello che nei film americani mettono in bocca alle grasse signore della Louisiana in odore di riti voodoo. Rapido ed efficiente a smistare la piccola frotta che ogni mattina si accalcava.

Ci portava alla meta del giorno la barca a motore del rasta a lunghe treccioline curate che – il bianco degli occhi mangiato dall’arrossamento tendente al cronico – sfrecciava tra le rocce come un motorino nostrano avrebbe sculettato nell’ingorgo.

La spiaggia era di quelle che non si possono raccontare.

Un semicerchio perfetto. Almeno mille metri. La sabbia lino grezzo chiaro. Agli estremi, granito rotondo. Il colore del granito, e anche le forme, ricordavano certa Sardegna. Schiena di elefante bagnato, quando dà sul grigio. Terra di Siena pompeiana, quando vira al rosso. Luccicoso di piccoli cristalli incastonati.

Dove finiva la sabbia, palme di tutte le specie, alcune delle quali penzolavano verso il mare. E mangrovie, con i rami seghettati e taglienti che, dall’alto verso il basso, si impegnavano a diventare radici. E banani, alcuni con i caschi di frutta rivolti verso l’alto.

E altri di cui non conoscevo il nome, forse magnolie, o somiglianti, che facevano capanne naturali con i loro rami lunghi e flessi in punta verso il basso.

Mi aiutavi a scendere: tenevi fermo il piccolo scafo e mi porgevi l’altro braccio per farmi appoggiare. Il pareo si bagnava tutto alla prima onda. Lì sono lunghe e alte, arrivano lente e ti trovi con l’acqua che dalle caviglie passa alla vita.

Un sogno. Sandro non mi ha mai portato in un posto così. Era un suo modo di dire. Non sono una che si fa portare. In un film ben fatto il protagonista può ben dire ti porto, e le espressioni del volto di lui e del volto di lei in controcampo sono sufficienti a restituirne la valenza complice. In un film di serie B lei preciserà io vado dove decido io, tu non mi porti da nessuna parte.

Faccio di questi giri. Me ne racconto di continuo. Si parla di vestiti, di politica, di arte, di che film andiamo a vedere stasera, e una parola di chiunque, un oggetto che entra nel mio campo visivo, un rumore esterno, un odore, attivano qualche sinapsi e io me ne vado per conto mio.

No, no, non è che proprio me ne vado; resto, resto presente, continuo a seguire, e insieme un pezzetto di me sta altrove, estende l’associazione, talvolta scrive un pezzo di sceneggiatura nuova, talaltra si limita a connessioni visive, giustapposizioni olfattive, e succede che quando rientro lo faccio in modo tale che agli altri appare a sproposito.

L’ultima sera, sull’oceano indiano, mi hai fatto trovare il letto cosparso di larghi petali bianchi.

* * * * *

Avrei dovuto cogliere l’occasione della vacanza esotica e dirti. Non ne sono stata capace. Il tuo affetto lo so. Lo sento. Eppure, nessuno mi potrà più guardare con quegli occhi.

Ora, sembri dormire. Come un pupo contento.

Sono riuscita ad arrivare a te grazie soprattutto a Maria. Ricordi la festa di solidarietà a favore dell’agriturismo che ospitava persone con menomazioni psichiche gravi, dove ci siamo conosciuti? Sapevo che saresti stato lì.

* * * * *

Maria è ricca di famiglia, beata lei. Siamo all’incirca coetanee. Ci conosciamo da sempre.

Maria esprime le sue istanze sociali attraverso la Croce Rossa, dove è una vera potenza, sia per ascendenze familiari – uno zio sottosegretario alla sanità – che per capacità personali, doti di efficienza gestionale e onestà. Mi è stata molto vicina e di grande aiuto. Non dimenticherò che per me ha anteposto l’amicizia alla lealtà istituzionale.

Siamo in tanti. Il vialetto sterrato d’accesso è stretto, tutto ingombro di macchine sui due lati, alcune con le ruote esterne che pencolano sul margine del fosso laterale.

Pioviccica. L’orizzonte ora è gonfio. Il grigio cupo a più strati delle nuvole ha spento la calma delle abetaie intorno.

All’altezza del cancello un banchetto improvvisato per i biglietti d’ingresso: sottoscrizione libera a partire da un minimo che copre le spese del merendanzo.

Così l’ha chiamato l’immaginifica donna Carlotta, che qui governa con piglio manageriale, grande capacità di relazioni umane, politiche e sociali, e sotto un dolore infinito per un figlio bellissimo e adorato che, da quando cammina, senza aver mai imparato a parlare, le si rapporta prevalentemente a calci nelle caviglie.

Carlotta dice, nella sua ironia dolente, che i problemi del figlio dipendono dall’intelligenza dei genitori, che troppo presto hanno imparato il linguaggio dei calci praticato da Mauro. Ora ha diciassette anni e i brufoli di tutti i coetanei.

​— Ciao Gemma, sono proprio contenta di vederti!

​— Quanto tempo, eh!

Ci accoglie così. L’aria severa che naturalmente indossa, stanca della lotta con il mondo per affermare il diritto a esistere pienamente di ciò che ha più caro, non le ha spento il sorriso sincero. Il dolore può chiudere e incattivire le persone, o farle uscire di senno, o aprirle al mondo. Carlotta fa parte di coloro che si sono aperte loro malgrado, che hanno reso ricchezza il dolore.

​— Ciao Carlotta, siamo in tanti, sembra proprio un gran successo! Ti presento Maria.

​— Benvenuta Maria, ti conosco di fama. Ma andate, andate, hanno già cominciato a servire le prelibatezze umbre. Ci vediamo poi in giro.

Intanto fa un cenno a nuovi arrivati. Per ciascuno una parola, un incoraggiamento, un augurio, come se attingesse a un serbatoio senza fine.

Giovani, anziani, nonni, genitori, zii. Tutti con il dovere di vivere il più a lungo possibile e con la stessa domanda dentro: chi se ne occuperà, dopo?

Due piccoli casali ristrutturati come si deve: pietra delle cave della zona tagliata a mano, tetto in tegole anche sulle piccole verande esterne, scalini lavagna, davanzali in travertino. Interni e verande in cotto, mobili di arte povera originali ben lucidati, stampe bianco e nero. Qualche oggetto che dica della cura con cui è stato scelto e messo lì.

Sembrano specchi, quelli che solcano la terra arida di questa stagione finora sterile. Disposti su una spalletta laterale, erano invisibili dal sentierino dal quale siamo entrate.

Sono colpita dai loro riflessi, quando raggiungo il tendone di plastica color latte predisposto per riparare dal sole il tavolo dove vengono appoggiate le pietanze che escono a getto continuo dalla cucina di un casale e dal piccolo forno dell’altro.

Che cosa ci fanno, qui, tutti quegli specchi distesi per terra tra pochi ciuffi in mezzo a zolle dure e rugose?

Ha cominciato a gocciolare. Stavolta sembrano vere. La calca non mancherebbe lo stesso, dato lo scarso perimetro del tavolo in rapporto al numero strabordante di ospiti, ma la pioggerellina che sta insistendo con una certa decisione la esaspera. Mi ritrovo intrappolata, in difficile equilibrio, con in mano un pezzo di pizza rossa: la devo tenere in alto per non spiaccicarla addosso a qualcuno, a rischio, però, di farmi colare addosso qualche pomodorino sul mio bel vestito leggero di lino naturale.

Sono proprio specchi? Mi ci avvio, incuriosita. Rischierei di zupparmi, se decidesse di fare sul serio. Chi se ne frega. A mano a mano che mi allontano dal brusio mangereccio gli specchi sembrano prendere vita e forma. Ce ne sono di rettangolari, rotondi, quadrati, triangolari, a rombo, esagono, losanga, ellisse. Un trattato di geometria piana. Che cosa c’entrano con la festa per i matti? La pizza è venuta proprio bene, me la sto godendo. Dopo quello che è successo i miei sensi, nonché ottundersi, si sono esaltati, hanno acquisito sensibilità e sfumature nuove. Come se il dolore infinito avesse cercato tutte le vie per uscire e per questo avesse allargato tutti i pori e le mucose, rendendo il mio corpo permeabile come non mai.

Qualcuno dice che bello. Non ha capito. Non si rende conto di come ogni carezza possa diventare un passaggio di carta vetrata, di come due labbra appoggiate sul collo con tutta delicatezza possano arrivare come un morso sanguinoso, di come l’accordo più banale di chitarra mi possa squarciare di singhiozzi, di come un profumo appena simile al suo possa sconvolgermi in ogni percezione fino a farmi rimbalzare palline infuocate multicolori tra le pareti del cranio che ancora racchiude il mio cervello pensante.

Perciò, ho dovuto proteggermi, in qualche modo.

Posso godere solo in totale solitudine. Per il resto, ho sempre avuto una bella testa, che lavora molto bene, e ha sempre continuato a farlo, ha sempre mantenuto una sua fisionomia. Mi aiuta molto. Mi aiuta a far sembrare vere quel minimo di sensazioni ed emozioni da mostrare per essere socialmente accettabile e per far in modo che le persone care non si preoccupino.

Non è stato facile, no che non lo è stato. No che non lo è, cazzo. Non è facile per niente.

L’ultimo boccone di pizza è sceso. Butto ai merli una crosta rimasta. Mi giro intorno. È tutto fermo.

Il temporale incombe. Gli specchi sono lì. Mi avvicino.

Ci sei arrivato prima di me. Te ne stai lì da solo, giracchiando. Sapevo già, naturalmente, che ti chiamavi Ubaldo. E sapevo che ti avrei trovato al merendanzo.

Quello che non sapevo è che fossi proprio quel tipo che si aggirava tra uno specchio e l’altro.

Piove.

​— Forse sono stati messi qui per aiutare i goccioloni che scendono a diventare consapevoli di sé.

Ti presenti così, da vero intellettuale. Il sorriso è vagamente stupito, come di chi ne ha passate abbastanza da potersi permettere anche l’autoironia. Ti riconosco immediatamente. No, non dal viso, che è poco somigliante alla foto che Maria mi aveva procurato.

Ti riconosco e basta. È così, ti dico. Poi, osservando meglio, individuo il piccolo neo bitorzoluto – questo sì inconfondibile – sulla destra del mento.

​— Io sono Ubaldo.

Mi porgi gentile la mano. Il mio cervello ha preso saldamente il comando. Te la stringo senza paura.

​— Gemma. Piacere. Che cosa sono quei segni rossi? Sembra rossetto.

Soltanto adesso, lì in mezzo, me ne sono accorta: su ogni specchio segni rossi disposti secondo un criterio, alcuni per lungo, altri per largo, tutti comunque con un ordine evidente, anche se diverso da specchio a specchio.

​— Poesie di donne che hanno perso i loro uomini in guerra.

Lo dici con semplicità. Senza affettazione. Riconosco quel lievissimo tic sull’angolo sinistro della bocca. Non è possibile? Non ci credi? Peggio per te!

​— Ah sì, questa è in francese. Le prime che mi sono capitate sotto agli occhi, e dalla perpendicolare sbagliata, sono queste… è arabo? O ebraico? Chissà.

​— È una mostra che sta girando il mondo. L’idea è stata di un gruppo di donne che si sono ritrovate in un seminario di una controconferenza – almeno così mi pare di ricordare – in occasione di una di quelle cicliche riunioni dei cosiddetti grandi del mondo.

​— Che idea singolare. Perché gli specchi?

​— Chissà.

E sembra che ci siamo detti tutto.

Lo sgrullone è forte. Siamo lontani da ogni riparo plausibile. Ci guardiamo e scoppiamo a ridere. Un lampo – d’intelligenza, intendo – ti attraversa il viso.

Ti chini, sollevi da una parte uno degli specchi – circa diciamo un metro e mezzo per ottanta – che resta piantato a terra sul lato più corto, e mi fai cenno di prenderlo da quel verso.

​— Dai, che ci ripariamo!

Dovremmo apparire piuttosto buffi, se qualcuno ci vedesse: faccia a faccia, le mani alzate a mitigare il peso dello specchio sulla cervicale – ma come facevano le nostre bisnonne ad andare in giro con quelle enormi brocche d’acqua in testa? – sotto al diluvio universale.

​— Beh non va così male, no?

A parte il fatto che il vestito di lino, bagnato, mi fa sentire nuda, no, non va così male. Anche perché è diventata grandine, e i chicchi sono belli consistenti.

Cupo, ossessionante e tuttavia allegro il rumore prodotto da una sequenza continua indistinta e priva di ritmo di sassolini di ghiaccio rimbalzanti su una superficie liscia a pochi centimetri dai timpani.

A mano a mano che si forma uno strato di bianco, il suono cambia: i nuovi chicchi, alcuni incontrano ancora lo specchio, altri sbattono su compagni coraggiosi che li hanno preceduti, altri ancora sono attutiti dai primissimi tornati allo stato liquido.

​— Spaccheranno gli specchi! Ahi!

Ho provato a spostare una mano da sotto a sopra allo specchio, e la scarica che la colpisce mi induce a tornare immediatamente al riparo.

​— Non so, certo che sono grossi, ma se hanno retto finora…

Mi infastidiscono le persone che lasciano le frasi in sospeso.

​— Se hanno retto finora?

Non te la do vinta.

​— Sta già rallentando. Forse è un vero temporale estivo, di quelli che durano poco.

Non ti sopporto: non mi hai risposto.

​— Ecco, ha smesso. Contenta?

Sorridi. Mi hai chiesto se sono contenta. Che cazzo c’entra? Come posso essere contenta? Che razza di parole usi! Tu, puoi essere contento, non certo io! Tu puoi essere contento. A spese mie, puoi esserlo. Già.

Ha smesso.

​— Vogliamo riappoggiare lo specchio al suo posto?

​— Sì, certo.

Sfiliamo da sotto le teste e facciamo entrambi un passo indietro. Non ce lo siamo detti. Avremmo potuto fare un passo di lato e inclinare lo specchio a destra. O a sinistra. Invece, abbiamo tutti e due, insieme, fatto un passo indietro. Io lo faccio per prima, così lo specchio si inclina verso di te e il carico d’acqua che si è raccolto nello spessore della cornice ti si rovescia addosso dal petto in giù.

In questi casi la sceneggiatura dovrebbe prevedere una gran risata dei protagonisti. Invece, la tua espressione mi blocca in viso quello che credo somigli più a un ghigno che a un sorriso.

Hai l’aria preoccupata, non arrabbiata.

​— Mi dispiace tanto, non ci ho proprio pensato.

​— Nemmeno io. Sarebbe potuto benissimo succedere il contrario. Non ti preoccupare.

Ti guardi intorno, ora spaesato.

Lo so perché sei preoccupato. Lo so. So che non dovresti nemmeno essere qui, all’aria aperta. Figuriamoci sotto un acquazzone. E figuriamoci sotto una zuppata di questo genere.

Rimettiamo lo specchio al suo posto.

È tornato il sole.

Le cornici ora sembrano i contorni di uno strano labirinto che scorre tra chicchi di grandine luccicanti nelle loro mille sfaccettature.

Quello che passa da una superficie all’altra, raccolto dagli specchi, spezzato dalle cornici, infine ripreso dai riflessi dei poliedri di ghiaccio, è proprio un arcobaleno.

È stato facile fare amicizia con te. Mi sono tolta le scarpe, per non rischiare di lasciarle imprigionate nella fanghiglia che sta sostituendo velocemente il nitore della grandine, via via che i chicchi si squagliano.

L’afa è tornata totale.

Riconquistata a fatica la sterrata, mi rendo conto di non poter camminare a piedi nudi sui sassi come tra il fango. Guardo sconsolata le mie scarpe di tela e corda dentro alle quali mi toccherà reinfilare i piedi fangosi: che schifo.

​— Bella coppia, non c’è che dire!

Lo dici sorridendo, spostando lo sguardo ammiccante dai miei piedi ai tuoi mocassini incatramati di fanghiglia attraversata da fili d’erba sparsi, mentre mi offri il braccio per farmici appoggiare.

Ho il viso verso il basso, quindi non puoi vedere il mio cambiamento d’espressione.

Coppia!

Come ti permetti.

Coppia.

Lo avverti – credo – da come irrigidisco il braccio.

Che responsabilità avevi, tu? Nessuna. È del tutto ovvio. In effetti non è questione di responsabilità.

Edipo era responsabile? Non lo era. Dunque: niente altro da dire. Basta così. Argomento chiuso.

Mi riprendo. Ho imparato a farlo in modo efficiente e rapido.

Percorriamo insieme il vialetto d’ingresso che ci riporta al centro della festa. Tossisci rauco e profondo. Ti devi fermare un paio di volte a riprendere fiato. Fai per scusarti ma ci rinunci. Una volta ti appoggi a me. Mi dico che dovrei provare pietà.

Gli ultimi metri, sottobraccio. Troviamo qualche cambiamento. Il grande tavolo imbandito sotto al tendone è stato diviso nei tavoli più piccoli che, opportunamente avvicinati, lo componevano.

Ora, le tante buone cose da mangiare sono distribuite su più fronti e si è evitato l’assembramento su un unico punto. Diversi ospiti volenterosi, inoltre, stanno aiutando i ragazzi un po’ in affanno nel trasporto delle pietanze. A volte, basta così poco.

​— Sei così cagionevole?

Ti chiedo, stringendoti appena il braccio di controbalzo all’ultimo tossire, con perfido conforto. Sono diventata proprio brava.

​— Effettivamente vengo da un periodo non facile. Per i medici non dovrei essere qui, in realtà.

Hai un bel sorriso triste.

Mi piaci. Questo non va bene, per me.

​— Scusa, voleva essere una battuta, mi dispiace se ho toccato qualche punto delicato.

Perfetta!

Perfetta.

Ci facciamo portare dalla musica dietro al casale più grande. C’è anche la piscina, lì vicino. Un altro tendone della stessa plasticona solida. Sotto a questo, un quartetto dall’assortimento improbabile: un clarinetto in completo da mimo e una coda di lunghi capelli bianchi a contrasto; un flauto traverso dentro al quale sussurra una donna minuta che – vista da dietro – sembra aver concentrata tutta l’energia nelle braccia e nel collo; un omone di due metri e centocinquantachili abbondanti che soffia con aria soave dentro a uno di quei grossi strumenti a fiato da banda con strane circonvoluzioni dell’ottone; infine, del tutto estranea all’insieme – stanno suonando Schubert – eppure con inattesa armonia di suono, una tastiera elettrica di quelle da complesso rock su cui un ragazzo molto giovane e molto preso sembra suonare più col corpo che con le dita che pure scorrono fluide.

​— È mio figlio.

L’orgoglio che trasuda dalle tre parole ti fa brillare gli occhi.

Vacillo. Tu continui.

​— Non so se ti capita di aver voglia di mollare tutto, insomma tirare i remi in barca, lasciarsi andare e così via.

Lo vieni a chiedere a me. Ma tu senti.

​— Credo di capire.

Stavolta mi guardi dritto negli occhi. Non faccio in tempo. Entri come nel burro.

​— Tu hai figli?

​— No. E con questo?

Sono brusca oltre il dovuto, come ogni volta che sono presa alla sprovvista.

​— Scusami, forse ho fatto una domanda inopportuna. Mi dispiace.

​— Ma no, continua, stavi dicendo di lasciar perdere tutto.

​— Non si può. Non se hai un figlio. Sei costretto a resistere. A lottare anche oltre le tue forze.

Mi guardi ancora.

​— Non so perché ti sto dicendo queste cose. Nemmeno ti conosco. So il tuo nome. Gemma. Vedo una bella ragazza. Intuisco una persona sensibile. Niente altro.

Lo dici come parlando tra te e te.

Il modo che hai di soffermarti. Forse è vero che qualcosa passa, che qualcosa resta. Ma no, la devo smettere con questi pensieri.

​— Ti va di ascoltarmi ancora?

Resto come una cretina. Ho paura. Sento i muscoli irrigidirsi.

​— Sì, certo.

Capisco, dall’altra tua mano che batte leggera un paio di colpetti sulle mie che ti stanno stritolando il braccio, che ti è arrivato altro, oltre al tono di voce che mi è uscito come se fossimo a un cocktail in cui si parla del tempo e dell’ultimo film.

​— È stato a una festa di compleanno di una cara amica. I quarant’anni volle festeggiarli in un locale, con complessino, catering di prim’ordine, torta con quaranta candeline quaranta e tutto il resto.

​— Continua, ti prego.

​— Mi sono molto divertito, tra tanti amici e persone care, alcune che non vedevo da tanto tempo. Sapevo già che senza un trapianto mi sarebbe rimasto poco. Forse un paio d’anni. Forse qualche mese. Ero sereno. Sentivo di aver vissuto bene. Vedevo una quantità di belle ragazze e signore ballare con movenze flessuose, aggressive, morbide, elastiche, mi godevo la musica anche da seduto – non ce l’avrei fatta, a ballare – facendomela scorrere addosso. Puoi sentirla passare nel sangue fino ai capillari, certe volte. A te capita?

​— Sì.

Non riesco a dire altro. So di che cosa parli. Lo so. Ho paura. Sta tornando. Ho paura di andarmene. Parla ancora, Ubaldo, parla ancora, ti prego.

​— La musica. Tante persone lì mi volevano bene, ci scambiavamo sorrisi, non di quelli formali: sorrisi veri, carezze affettuose senza doppi sensi.

Sorridi. Sei irresistibile, tra il malinconico e il saggio.

L’interno della guancia sta sanguinando. Finalmente. Il sapore del sangue mi fa tornare. No: non è dolciastro, il sapore del sangue. È dolce. Dolce. Il sapore del sangue è dolce. Con quello di maiale ci si fa il sanguinaccio, che sa di cioccolata.

​— Continua.

Ora sono attenta. Vigile. Come si deve.

​— Sicura che non ti sto annoiando? Questi uomini che parlano sempre di sé stessi… Ti sto raccontando qualcosa di personale, di cui non ho mai parlato. Anzi, prima non mi sarebbe nemmeno passato per la testa.

Non stai cercando di rimorchiarmi. Oddio.

Oddio. Penso oddio come se ci credessi. Lo penso dentro a un singhiozzo.

​— Va avanti.

​— In quel momento ho pensato che avevo avuto una vita piena, che il mondo mi aveva riempito e chi se ne importa se stavo per morire.

Ti giri a sputare dentro a un fazzoletto raggrumato.

​— Sei diventato tutto bianco.

​— Scusa. È in quel momento che il mio corpo è attraversato da un assolo di tastiera. La musica, semplicemente, mi riporta a Lorenzo – è il nome di mio figlio – che, lo vedi, suona la tastiera. E tutto svanisce. Se ne vanno i pensieri di morte. O meglio: sono sopraffatti.

Mi appoggi la mano sulla mano che ti sta sottobraccio.

Stavolta, sei tu a stringere.

​— È tutto qui.

Conclude. Sembra scusarsi. Temo di non farcela.

​— Ci vediamo dopo, scusami.

Scappo verso il casale piccolo. Corro inciampo mi perdo una scarpa la rimetto saltellando su un piede solo non ci riesco sì alla fine entra e dai! Senza fiato. È una festa di matti, no? Non c’è niente di strano se corro così. Non sono sicura se sto cercando Maria, o donna Carlotta. Non so se voglio incontrare un viso amico o tapparmi da qualche parte so soltanto che devo arrivare al casale piccolo. È un obiettivo chiaro, definito, senza ambiguità. Il casale piccolo è un edificio di mura di pietra del luogo, cotto, tegole, è qualcosa di solido concreto che sta proprio lì e in nessun altro posto. Mi appiccico al muro ruvido con le braccia aperte e lo percorro a palmi – come se volessi assicurarmi che ci sia tutto – fino allo spigolo.

Devo arrivare al bagno. L’atrio è pieno di gente tutti parlano si girano si toccano che cosa fanno tutti lì ah sì una con l’aria da dama di san Vincenzo vende – sempre a beneficio dell’Associazione – piccola bigiotteria artigianale costruita con materiale povero collane bracciali spille di cannucce da bibita multicolori attache bottoni rondelle guarnizioni di gomma la tipa non ci capisce niente con i soldi e sta minuti interi a contare e ricontare i resti a scusarsi di essere poco pratica certo la spesa gliela fa la cameriera filippina ecco la porta del bagno sta dietro di lei proprio qui si doveva mettere a ostruire il passaggio cazzo e dai ‘sto resto e fammi passare bene ce l’hai fatta finalmente scansati tu scusa sì devo solo andare in bagno sì sta proprio lì dietro sì si può passare solo da qui se no che credi Gemma sento chiamare ma ormai ho acchiappato la maniglia è chiusa cazzo cazzo e adesso come faccio no bisogna non solo abbassare bene la maniglia ma anche spingere più forte col ginocchio si è aperta bene eccomi dentro richiudo metto il catenaccio.

Mi siedo sulla tavoletta abbassata della tazza.

Appoggio la schiena alla parete. Lascio scorrere tutte le lacrime che hanno voglia di uscire. Non ho bisogno di controllare i singhiozzi perché, nonostante l’affanno, non ce ne sono. Porto la mano destra tra le gambe aperte e mi tengo la fica tutta stretta nel palmo.

* * * * *

Tu non sai niente, di Sandro. Non hai mai chiesto. Non ho mai capito se per discrezione o disinteresse.

Ti avrei detto che erano stati anni di vera felicità. Felicità. Nel medioevo si dilettavano di questioni come se fosse preferibile aver provato l’amore e averlo perso o non aver mai provato l’amore.

Che cosa hai trovato tu, in me, che ti fa sopportare i miei cambiamenti di luna, i miei blocchi emotivi, questo corpo che desideri e che non risponde mai come ti piacerebbe? Non lo capisco. Non lo capisco proprio. Forse è il mio essermi perduta? È il buco nero che ho imparato a compensare bene ma che forse tu hai percepito, ad attrarti? Volevi salvarmi? Volevi conoscermi?

Ti guardo. Il respiro sta rallentando. Posso bere anche io, andrà tutto bene.

* * * * *

Sembra che gli ultimi modelli abbiano la stessa struttura dei veicoli corazzati militari. Era un gippone.

Uno di quegli attrezzi larghi alti luccicanti, con le ruote grosse dall’aria snodata assemblate per superare pendii erbosi e rocce improvvise. Circolano per lo più nelle grandi città.

La telefonata della poliziotta mi è arrivata sotto alla doccia.

​— Parlo con Gemma Donati?

La voce è severa e cordiale, con accento professionale.

​— Sì, chi parla?

​— Sono Barbara Conti, ispettore del Commissariato San Paolo. Mi ascolta?

Ricordo parola per parola. Notai con fastidio, mentre tutta sbilenca cercavo di non scivolare e insieme di infilare la seconda manica dell’accappatoio, che disse ispettore, non ispettrice. Apprezzai il mi ascolta finale: l’interlocutore ha ricevuto una telefonata dalla polizia, come reazione immediata si preoccupa, pensa a mille cose brutte, facciamolo tornare all’adesso.

​— C’è stato un incidente. La sto chiamando perché il suo nome sta nella prima pagina dell’agenda del signor Sandro Montani.

​— Che cosa è successo, come sta? Perché non mi telefona lui?

Sono allenate a queste domande. Sanno come rispondere.

​— Signora Gemma, io non ho informazioni dirette sull’accaduto, sono stata incaricata di rintracciarla e di comunicarle che il sig. Montani è al pronto soccorso dell’ospedale San Camillo. Le è possibile recarvisi?

L’ultima frase è operativa. Mi fa concentrare su un fare specifico. Su un luogo definito. Posso andare adesso al pronto soccorso del San Camillo? Brava.

È morto. Non mi ha detto neanche qualcosa di genericamente tranquillizzante come sta bene, non si preoccupi, non è grave. È morto. Sandro è morto. Sta al San Camillo. Al pronto soccorso.

Però, se sta al pronto soccorso, lo stanno soccorrendo. Lo dice la parola stessa. Forse allora ha solo avuto un incidente, magari grave, sì grave perché mi chiama la polizia che ha letto il mio nome sulla sua agenda, se no mi avrebbe chiamato lui, lo sa che mi preoccupo se mi chiama qualcun altro. Perché allora questa stronza non mi dice niente di come sta?

​— Vado subito. Al pronto soccorso del San Camillo mi ha detto, vero?

​— Sì, signora.

Attacco. Nemmeno grazie, le dico. Saranno abituate. Mi infilo qualcosa, parto con i capelli bagnati.

* * * * *

Dormivo sul lato destro. La gamba destra allungata e la sinistra ripiegata in avanti, senza andare del tutto supina. Sandro si avvicinava da dietro, mi passava il braccio destro tra spalla capelli cuscino e affondava la mano sul seno sinistro. Metteva le gambe ad aderire. La mano sinistra incrociata sul seno destro completava la fusione. Lo sentivo crescere dietro alle mie cosce in accordo con i capezzoli sotto alle sue mani. Era il momento della meraviglia.

Volavo beata. Aspettavo. Rimandavo di soddisfare la voglia di girarmi e scambiare le salive, esplorargli la schiena, arrivare al culetto sodissimo e tirarlo a me per sentirlo strofinarmisi duro sotto all’ombelico e farmi fare il solletico ai seni dal petto peloso. Aspettavo.

Aspettavamo. A lungo, soltanto una pressione delle mani a impastarmi i seni, il respiro sul collo, e io un adattare la posizione in modo da allargare le natiche, ad accogliere nel migliore dei modi quel bastone che mi pulsava addosso come un cuore innamorato. Continuavamo lenti. Mi faceva male stringendo tra pollice e indice la punta del capezzolo ormai proteso sul seno gonfio, e il dolore arrivava, trasformato in invocazione, direttamente tra le cosce. Era il segnale che pollice e mignolo si sarebbero avviati con mosse da granchio verso il bottone più alto della camicia da notte e, quando ci fossero arrivati, lo avrebbero slacciato con grande circospezione. Un brivido tondo, lungo l’attaccatura dei capelli. Mi faceva impazzire di attesa, mi rubava il respiro con passaggi improvvisi di ritmo, come quando si soffermava con tanti tocchettini in punta di lingua sull’esterno dell’orecchio, dove una stretta striscia carnosa accoglie la cartilagine, e ci girava intorno finché non la azzannava tormentosamente con il canino aguzzo.

Mi sfilava la camicia da notte. Lento lento me ne faceva assaggiare i bordi per tutta la schiena. Reprimeva con fermezza qualche mio tentativo di liberarmi con un solo gesto aprire le cosce e prenderlo finalmente dentro e continuava passo passo a far salire il merletto strofinandolo su ventre petto collo. Poi tirava via una manica, l’altra. Infine, pianissimo, via dal collo. Finalmente nuda potevo respirare appieno, graffiare il materasso, cercarvi inesistenti protuberanze dove potermi strofinare.

Sentivo il suo odore forte e peloso. Sentivo anche il mio odore. Stavo per scoppiare di desiderio. Mai mi faceva arrivare oltre il necessario. La sua mano giungeva al momento giusto. Partiva dalla spina dorsale, indice e medio camminavano passo passo verso la fenditura tra le natiche, ci indugiavano a misurare quanta pressione potesse essere necessaria a passarci in mezzo, vi avanzavano strisciando, fino ad adottare un movimento circolare quando arrivavano al primo buco, che si contraeva e si apriva con pulsazioni che non ero in grado di controllare. Restavano, le sue dita, a giocare lì e intanto io mordevo il cuscino per non urlare e le mani tormentate mettevano alla prova la resistenza del cotone. Non era ancora la pace, ma un sollievo che mi allentava gli addominali doloranti quando me la prendeva nel palmo, tutta intera, sognante.

* * * * *

Al pronto soccorso trovo già i genitori di Sandro.

Ci abbracciamo. Sono imbufalita: che diritto avevano di arrivare prima di me?

Avrei dovuto riflettere meglio su questo pensiero.

Fu quello, l’inizio.

Il dottorino si avvicina premuroso, partecipe, con l’aria efficiente. Razionale ed emotivo. A suo modo, è bravo. Ti avvolge con la sua umanità.

​— Voi siete i genitori?

​— Sì, come sta?

Ha risposto il padre. La madre gli sta aggrappata a un braccio.

​— Lei è la moglie?

Ha detto “è”. Non: “era”. È vivo! Ho tutte le antenne attivate. Bene. Non mi sfugge niente. Non mi deve sfuggire niente.

​— Sono la compagna. Voglio vederlo.

​— È in condizioni molto gravi. Le hanno detto dell’incidente?

Ha detto solo è in condizioni molto gravi. Non ha aggiunto stiamo facendo il possibile per salvarlo. Nemmeno non si può ancora fare una prognosi.

È morto e non me lo vuole dire.

​— Non so niente. Mi ha telefonato la polizia e mi ha detto di venire qui. Quaranta minuti fa. Ora io ho esaurito tutta la mia calma e la mia pazienza e lei adesso per favore mi dica qualcosa invece di farmi stupide domande!

È abituato agli sfoghi. Non lo sfiorano. Un professionista vero. Mi risparmia un qualsiasi si calmi o stia tranquilla.

​— Capisco la sua agitazione. Al posto suo anch’io sarei molto agitato.

I corridoi sono ciò che rende gli ospedali tutti simili tra di loro. Grandi finestre e sedie con quattro zampe di metallo cromato – di solito con puntine di ruggine a disposizione casuale – e due sostegni, sempre di metallo cromato ruzzinoso, per la spalliera di formica verdina.

Sedile di formica. Verdina. Leggermente concavo. Con il bordo anteriore che ti sega le cosce, se ti ci siedi.

Siamo in piedi nel corridoio. In fondo, una doppia porta a vetri con a fianco un citofono e sovrastata dalla scritta TERAPIA INTENSIVA.

​— È stato un brutto incidente.

Fa qualche passo verso le sedie lungo la parete.

Sono costretta a seguirlo. Mi fa cenno di sedere. Mi siedo. Si siede anche lui.

Lo so, me ne rendo conto. Sto parlando al singolare. Come se ci fossi soltanto io. Come se i genitori di Sandro non ci fossero. È stato quello, l’inizio. Li sento nemici. Vogliono portarmi via Sandro.

Si sono seduti anche loro.

​— Dov’è? Sto per avere una crisi isterica, se ne rende conto?

​— È lì dietro.

Fa cenno verso la porta a vetri. TERAPIA INTENSIVA.

​— Mi ascolti, la prego. Poi, se vuole, potrà vederlo. Vuole ascoltarmi?

È bravo. Mi ha dato il minimo dell’informazione per non farmi scoppiare e ha ripreso il controllo.

​— Sì.

Mi appoggio allo schienale di formica verde. I pugni stretti appoggiati ciascuno su una coscia si sono sciolti e raccolti in due mani giunte tra le gambe allungate in avanti.

​— L’incidente è avvenuto in città, a un incrocio. Sappiamo soltanto che un gippone lo ha preso sulla fiancata sinistra. Hanno i paraurti rinforzati: maggiore sicurezza per chi ci viaggia sopra, maggiore rischio per chi ci incappa. La dinamica dell’incidente non è del tutto chiara, ma a questo penserà la polizia.

​— La prego, mi dica se è vivo.

Ho perso la mia baldanza e il tono da cittadina che giustamente pretende. Imploro. Come dev’essere. Sono bravi.

Si rivolge anche ai genitori.

​— Signora, le faccio portare un bicchier d’acqua?

Solo per la mamma. È un’offerta stupida. Non c’è nessuno, nei paraggi. Chi porterebbe un bicchiere d’acqua? Comunque, sa benissimo che risponderà di no. È inebetita, non ha le forze per domandare, ma anche lei vuole soltanto sapere.

​— Ha riportato fratture multiple e sfondamento della base cranica. Lo teniamo in vita con la respirazione artificiale.

Pausa. Ci osserva. Aspettiamo ancora qualche parola.

​— Devo dirvi che è clinicamente morto.

Sono ancora vigile. Mi tiro su. Ha detto lo teniamo in vita. Ha detto clinicamente morto. Come fanno a tenerlo in vita se è morto? E come fa a essere morto se lo tengono in vita?

​— Che cazzo sta dicendo? Che cazzo sta dicendo? Che cazzo sta dicendo?

​— Calmati Gemma, calmati, ti prego.

Ho urlato. Il brusio dell’ospedale si è azzittito. Il papà di Sandro mi ha messo una mano sulla spalla. L’ha appena appoggiata, senza forze.

Nemmeno mi giro. Guardo dritto negli occhi chi mi sta dicendo che Sandro forse è morto. Forse. Forse no.

​— Mi scusi. Mi scusi.

Sono ancora una cittadina educata. Chiedo scusa.

​— Non si preoccupi. Capisco la sofferenza che prova.

Capisci la sofferenza che provo? Tu capisci la sofferenza che provo? Tu te lo sei mai sentito entrare dentro al momento giusto, poco prima di essere esausta dopo ore di carezze? Tu lo hai mai preso, quel gustosissimo cazzo, in bocca? Tu l’hai mai leccato per lunghissimi minuti di dritto di rovescio di sopra di sotto intorno al prepuzio lungo il canale del glande sotto alle palle a cercare dove si innesta – duro anche lì – all’interno del blocco pelvico? Tu sei mai stata scopata come una dea? Tu l’hai mai assaggiato il sapore di mandorla dello sperma che, dopo aver fiottato lontano i primi zampilli, esce a gocce sempre più piccole a mano a mano che rallento il movimento?

Tu l’hai mai sentito ridere a lungo di pancia dopo essere venuto insieme con me, e abbracciarmi e tenermi stretta a sé finché non mi passava il tremito convulso che talora mi prendeva dopo l’orgasmo, con il corpo che tornava incredulo da territori sconosciuti?

​— Lei capisce la sofferenza che provo. Grazie. Le sono grata. Davvero. Lei capisce anche che mi ha appena detto che Sandro è vivo e che Sandro è morto!

Il papà ora mi stringe la spalla con più forza. La mia voce è diventata stridula e antipatica.

​— Ha ragione, le chiedo scusa se non mi sono ben spiegato.

È dispiaciuto davvero. È dispiaciuto per la sua professionalità. Non è stato all’altezza. Sta archiviando le informazioni per poi studiare quale sarà la risposta migliore da dare, la prossima volta che gli ricapiterà un tipo come me.

Sono esausta. Il papà e la mamma di Sandro si tengono per mano, dispersi sulle sedie lungo il corridoio.

Sposta la sedia in modo da averci tutti e tre di fronte, anche se così occupa metà corridoio. Ci guarda tutti e tre in viso. Solo ora noto la cartellina blu che ha poggiato sulle gambe, in posizione che le mamme di una volta avrebbero chiamato, per le loro figlie, composta.

​— Purtroppo vostro figlio – suo marito, signora – non ha alcuna possibilità di ripresa.

Suo marito. Insiste. I genitori sono sempre più persi. Io sempre più disperata e arrabbiata. Perché questo dottorino compunto non mi dice che la situazione è molto difficile ma che un’equipe composta dai migliori specialisti del mondo sta facendo tutto il possibile per salvarlo? Lo salverebbero, ne sono sicura. Sandro è forte. Lui vuole vivere.

​— Quando è arrivata l’ambulanza – l’intervento è stato tempestivo, pochi minuti dopo l’incidente la nostra squadra era lì – la situazione si è presentata subito disperata. Durante il tragitto il medico e l’infermiera sono riusciti a mantenere il battito cardiaco e la respirazione. Appena è arrivato lo abbiamo intubato.

​— La prego, mi dica se parlerà con me ancora.

È la mamma. Una voce sfibrata eppure decisa.

Le rivolge lo sguardo. Finora ha parlato con me. Sembra sollevato.

​— Mi dispiace, signora, non potrà più parlarle. Come dicevo, è clinicamente morto. Significa – scusate ancora se poco fa sono stato impreciso – che il cervello ha smesso di funzionare.

Ora abbassa lo sguardo. Non capisco. Si vergogna? È imbarazzato? Che cosa sta per dire? Sceglie le parole.

​— L’impatto è stato violentissimo. La scatola cranica è stata danneggiata profondamente. Nessun miglioramento è possibile.

Attoniti. Come siamo? Come sono? Disperata? No. Piena di rabbia? Nemmeno. Non ancora. Smarriti.

La parola esatta è smarriti. Io, di sicuro sono smarrita. Persa. Ho ancora energie. È che non sento più il mio corpo. Mi guardo intorno e vedo il papà di Sandro, la mamma di Sandro, i loro visi belli e dolenti che si cercano. Io non posso cercare Sandro.

O forse sì. La porta a vetri. Sta lì. Ha detto che posso vederlo. Voglio vederlo.

Ma io ho capito dove vuole arrivare il dottorino. Non ci voglio ancora credere, ma ho capito. Le so, queste cose. Maria, la mia migliore amica, è una dirigente della Croce Rossa. Le so, queste cose, io. Le so.

* * * * *

Ci eravamo conosciuti a Barcellona. Al concerto d’inaugurazione delle olimpiadi. Sedevamo vicini, per caso, quando sono entrati in scena. Tutti e due in nero. Una coppia più incredibile non avrebbero potuto assortirla. Da una parte l’eleganza flessuosa, la sfrontatezza fiera fatta persona. Dall’altra, un bel viso sopra a più di cento chili nascosti da drappeggi che scendono dal collo a terra. Sì, gli effetti di luci erano ammirevoli, la scenografia superba. I fuochi d’artificio. Ma avreste dovuto esserci, quando hanno cominciato a cantare. Avreste visto la musica impadronirsi di quei due corpi e tenderli. Avreste dovuto esserci, ad ammirare la nota sospinta da una gamba appena avanzata, con le armonie intonate al garrire del pantalone sul ginocchio, e sareste stati trafitti dal semplice gesto della mano di lei, a liberare dal seno pieno acuti rotondi e morbidi e di una violenza travolgente.

Cantava da ferma, con pochi movimenti delle braccia. Lui solcava la scena ma sempre con un rispetto totale per la voce lirica che impastava con il suo urlo rock.

Era troppo per ciascuno dei due, da assorbire da soli. Ci raccontammo, poi, che entrambi avevamo chiuso gli occhi, per meglio farci scorrere la musica dentro. Non so dire se Sandro mi prese la mano o se fui io ad appoggiarmi sulla sua. Ce le stringemmo fino a farle indolenzire per tutta la durata di Barcelona, con le lacrime agli occhi e il petto che scoppiava.

Non so se abbiamo più sentito qualcosa di così intenso, doloroso e gioioso.

Questa era la sensazione che provavamo, come se il dio della musica fosse sceso dall’Olimpo, avesse preso quei due per mano e avesse fatto, per qualche minuto magico a cui avevamo la fortuna di assistere, un solo corpo e una sola voce perfetti da due cantanti ciascuno meraviglioso nella propria umana parzialità.

Mi portò a vedere le case di Gaudi. Mi mostrò la scala di legno a forma di schiena di drago; gli azzurri nella chiostrina, sempre più scuri a mano a mano che si saliva, in modo che la luce più intensa in alto li temperasse e apparisse un celeste uniforme; un mondo incredibilmente privo di spigoli; pesanti finestre con contrappesi che ne rendevano comunque leggero eppure sicuro il movimento; porte con griglie d’aria a scomparsa; camini multicolori da cocci di bottiglia e materiale di risulta; archi gotici di straordinario biancore. Non ne sapevo niente, io, di Gaudi. Mi raccontò come costruisse con la creta i modelli delle facciate e li mostrasse agli artigiani affinché li realizzassero, via via che il lavoro procedeva.

Passeggiando per le ramblas, tra mummie che si piegano a novanta gradi al suono del soldino che batte nel barattolo, ciclisti in surplace, imbianchini caduti con l’espressione ferma nel momento dello stupore, madonne pronte a piangere e a benedire, pugili in guardia, fachiri e saltimbanchi e una compagnia di breakdance che spaziava dalla Giamaica al Mali alla Svizzera.

Sandro raccontava Gaudi come se fosse stato suo padre. Mi colpì il dolore che sentii attraversarlo quando ne descrisse la stupida morte: messo sotto da un tram. Così mal vestito – da anni si era rinchiuso nella Sagrada Familia, a guidarne instancabilmente l’opera infinita – che fu identificato solo dopo qualche giorno.

​— Dai, facciamo i mimi pure noi!

E già aveva preso, dalla pila davanti al mercato in quel momento chiuso, un paio di cassette vuote, le aveva rovesciate, ci eravamo saliti. Due mani intrecciate, l’altra sua sul mio fianco l’altra mia sulla sua spalla: un movimento di danza. Nessuno si fermò a guardarci. Il bacio che seguì durò poco, perché una delle cassette non resse e ci andò bene che riuscissimo a rimanere in piedi, interi, in preda a una risarella sfrenata che si interruppe solo quando mi abbracciò con tanta dolcezza e mi poggiò le labbra sui capelli mentre mi eccitavo dell’odore del suo petto ed ero turbata dal battito a mille del suo cuore.

* * * * *

Il dottorino mi guarda interrogativo: da dove può venire questo sorriso luminoso che mi sta travolgendo?

​— Il mio compito non è facile. Vostro figlio – il suo compagno, signora – è clinicamente morto. Significa che il cervello ha, irreversibilmente, smesso di funzionare.

Si è ricordato che sono la compagna, non la moglie. Significa qualcosa?

​— Allora perché lo avete intubato, quando è arrivato qui?

Mi appiglio ancora. Con violenza. Poi, torno sulla terra. Con un filo di voce.

​— Perché non lo avete lasciato morire in pace?

La mia interruzione gli arriva inaspettata. È scosso. Si riprende. È bravo.

​— È nostro dovere fare di tutto, prima di arrenderci alla morte. Il fatto è che vostro figlio – il suo compagno, signora – non soffre. Non ha alcuna sensazione. L’elettroencefalogramma è piatto. Significa che il cervello non riceve e non manda nessuno stimolo rispetto al resto del corpo o al mondo esterno.

Suo marito, signora. Il suo compagno, signora. È diventato un intercalare. I genitori di Sandro ora sono attenti. Hanno attinto alle energie di riserva.

Nessuno stimolo. Però il cuore batte. Respira. Se no direbbe che è morto punto e basta. Non che è clinicamente morto. Clinicamente. Che razza di parola da associare alla morte.

​— C’è poco tempo.

Poco tempo? Poco tempo per che cosa, dottorino? Che cosa stai cercando di dirci, eh? Lo so dove vuoi arrivare, ma non te lo permetterò.

​— C’è poco tempo per prendere una decisione. Sandro può significare la vita per altre persone che soffrono, alcune da tanti anni. Era un individuo forte, sano. Il suo cuore può salvare una vita. Anche i suoi reni. I suoi occhi possono ridare la vista.

Si ferma. Lo sguardo che passa dagli occhi del papà a quelli della mamma di Sandro. Me, mi evita accuratamente.

Ha detto “era” un individuo forte. Non “è” un individuo forte. Passo passo ci conduce.

​— Avrete capito che mi riferisco al possibile trapianto di organi. È necessario il vostro consenso. Voi sapete quale opinione aveva Sandro? Se fosse favorevole a salvare altre vite?

Vigliacco. Se fosse favorevole a salvare altre vite.

​— Me lo porto a casa. Lo curo io.

Lo dico con un filo di voce. Il papà di Sandro, che mi siede vicino, mi poggia, protettivo, ancora una mano sulla spalla. La scanso. Non lo guardo. Fisso il dottorino con aria impunita.

​— Ho detto che me lo porto a casa. Lo curo io.

​— La capisco, signora…

​— Piantala di dire che mi capisci! Piantala! Piantala! Maledetto! Piantala di capirmi! Smettila! Vuoi smetterla di capirmi? Come cazzo puoi capirmi, tu? Che cazzo capisci, tu?

Non ricordo altro.

Il seguito me lo hanno raccontato. Maria, che avevo chiamato mentre guidavo verso l’ospedale, è arrivata che ero appena crollata a terra. Mi hanno ricoverata, dato qualche sedativo. Maria ha fatto in modo di farmi assegnare una stanza singola. La mattina dopo mi sono svegliata abbastanza tranquilla.

C’è Maria, vicino a me.

Anche i genitori di Sandro sono ai lati del mio letto. Non c’è stato verso di mandarli via.

Guardo Maria. Dentro di me la ringrazio per non avermi chiesto come ti senti. Mi stringe la mano. Al mio sguardo interrogativo annuisce triste e abbassa gli occhi.

Guardo i genitori di Sandro. I loro occhi sono colmi di speranza.

Sono confusa. Mi giro ancora verso Maria. Le sto facendo male per come le stringo la mano.

​— Dov’è? Come sta?

La mamma di Sandro, nel suo tailleur beige, si alza per avvicinarsi. Il papà di Sandro, abbandonato sulla schiena, le braccia allungate verso terra, mi guarda addolorato.

Risponde Maria.

​— Sandro è morto, Gemma. È morto all’istante, nello scontro. Non ha sofferto. I genitori hanno voluto che…

La fermo con un gesto della mano. Le accarezzo il bel viso.

​— Falli uscire, Maria, per favore, sono tanto stanca.

Mi stendo. Non rispondo al loro saluto. Guardo il soffitto bianco, liscio, rifatto da poco. Mi ci specchio per non so quanto. Mi alzo. Mi rivesto. Dico va tutto bene all’infermiera premurosa. Ringrazio Maria.

Non li ho più chiamati. Non ho risposto ai messaggi che mi lasciavano nella segreteria telefonica.

Non li ho più visti.

Non lo hanno fatto morire tutto. Perciò, non sono andata al funerale.

* * * * *

Con te, sono stati due anni sereni, te ne ringrazio.

Sbilanciati: perché io so che è di Sandro il cuore che ti ha fatto vivere. Tu, no. Tu, non lo sai. Tu, sai soltanto che è il cuore di qualcuno.

Al Merendanzo, volevo solo vederti.

Ma è andata così. Maria non si perdona di avermi aiutata a trovarti. Non ci vuole frequentare, insieme, combattuta tra la compassione per il mio dolore e la rabbia per la mia stupidità. Pazienza.

Ora, mi sdraio vicino a te.

Ci ho provato. Se un dio c’è, sa quanto ci ho provato. Devi credermi, Ubaldo: ce l’ho messa tutta.

Ma non ce l’ho fatta.

Non ce l’ho fatta a perdonarti di essere vivo. Nemmeno me, ho perdonato.

Neve

Nevica. Neve bianca bianca.

Sta suonando la nostra canzone.

Ho tanto freddo.

La mia fronte brucia.

Sono dolci. Queste lacrime sono dolci. Sento la tua mano che mi sostiene la nuca e mi bagna le labbra.

Acqua e limone.

Nevica.

Tu non ci sei. Non ti voglio vicino a me.

Perché suona ancora la nostra canzone?

Dove mi sta portando? Su quella spiaggia dove eravamo solo noi due e qualche ramo portato dal mare e secco di vento. Vicino a quel ruscello con l’asino dall’altra parte che starnazzava, la radiola mista a sassi e sabbia che suonava la nostra canzone ogni volta di nuovo. Le nostre risate.

Ma nevica. Fa freddo.

Non ho mai visto la neve insieme con te.

Né la vedrò, insieme con te.

E nemmeno voglio vederla, la neve, insieme con te.

A fiocchi grandi, che non si poseranno mai per terra, che non diventeranno mai pupazzi di neve.

Meglio tu fossi morto.

L’ho desiderato tante volte. Tante volte, prima di dormire, ti ho schiacciato e calpestato e spaccato le ossa e sparso le tue membra. E un attimo dopo ho pianto per te. Disperata ho raccolto i tuoi arti sanguinolenti e sfibrati e li ho rappezzati e ti ho curato.

Mentre gemevi e rantolavi e sputavi sangue io ero l’unica vicino a te l’unica che poteva salvarti ed ero fiera di accudirti e tenerti al calduccio soli noi due in una baita col fuoco del camino a prepararti pappette a controllare il tuo respiro a toccarti sul petto forte quando tremavi a far scorrere le mie dita tra i peli folti e i capelli ricci.

Non ho mai visto la neve insieme con te.

Era su una spiaggia, era su una spiaggia che ti svegliavo giocando con i tuoi riccioli e tu capivi e mi facevi sdraiare a pancia in sotto e preparavi con cura la mano oleata e mi spalmavi tutta con lentezza, passando e ripassando e la mia pelle ansimava al tocco del tuo palmo sull’incavo delle mie ginocchia e giocavi ad arrotolarmi il costume e io trattenevo il respiro e il cuore mi si gonfiava dentro e tu giocavi con i miei piedini da pianista, così dicevi.

Non ci sei. Non ti voglio.

Nevica. Neve bianca bianca.

E la nostra canzone.

Perché non sei qui con me?

Ti chiamerei con il palmo aperto: toc toc sulle coperte.

Scanserei le gambe verso il muro e tu potresti sedere qui sul letto.

Potresti raccontarmi una storia. Una di quelle storie che tu inventavi con me protagonista.

Dicevi io sono piccola e ho tanta paura del bosco profondo… e mi stringevi a te e io mi sentivo tremare tutta intera e piangevo dalla felicità che mi saliva dalla punta del piede sù sù e mi scoppiava dentro e tu continuavi …ma ci entrerò fiduciosa perché il mio amore è forte e ritroverò il mio diadema perduto… e io il cuore mi schizzava e mi sentivo davvero forte e stringevo il tuo braccio e io ero te, tu parlavi per me, ero io nella tua storia e tu la raccontavi come se tu fossi me e io mi sentivo davvero dentro di te e il confine non c’era più ed era bello annegare di felicità con le tue parole che erano le mie.

Ma non ti voglio qui sul mio letto.

Non ti voglio più.

Devi morire.

Puoi restare tutta la notte a chiamarmi là fuori e che la neve possa avvolgerti e farti scomparire per sempre e tu possa squagliarti quando il sole tornerà e confonderti col fango del marciapiede e io possa impiastrarmici gli stivali e farci pisciare il cane e vederti chiuso a occhi sbarrati e bocca aperta che invano urli dentro una lastra di ghiaccio che affonda nelle sabbie mobili.

Non ti voglio più.

Nevica.

Ora è più forte. I fiocchi scendono più decisi.

Che bello.

Dicevi che bello quando mi venivi dentro.

Rovesciavi la testa all’indietro e poi la nascondevi sul mio collo e un attimo dopo ti scansavi per prendere aria respiravi forte mi davi ancora tanti bacini e piano piano piano, guardandomi negli occhi, facevi scivolare fuori dr Ciccio – tozzo e dolce, avevo voluto battezzarlo io così – ancora duro e lo facevi scorrere ancora su e giù all’esterno di Lei – tu non avevi trovato un nome altrettanto carino – aperta e soddisfatta oddio oddio perché adesso piango così perché il mio corpo secerne umori dappertutto sono tutta sudata e anche lei è tutta bagnata oddio oddio per quanto scuota il mio dito dentro e sopra e intorno è come un pezzo di legno oddio oddio dr Ciccio perché non ci sei cos’è questa fitta di vuoto in pancia sì, voglio ridere, come quella volta che pioveva ed era tutto il giorno che stavamo a rotolarci nel letto. Oddio oddio no no così è troppo oddio basta ahrahrrrgrrah basta oddio oddio oddiììììo. Il tuo viso un po’ stravolto – beh, era la terza volta – si rischiarò; ti fermasti un attimo, spingesti dr Ciccio dentro dentro fino in fondo. Oddio oddio io rantolai ancora e tu, alzando le sopracciglia: puoi chiamarmi anche Francesco. E io non capivo. E poi è stata un’esplosione e da fermi siamo venuti insieme ridendo come matti e continuando a ridere per chissà quanto e a coccolarci.

Ma tu non ci sarai mai più. Non ti voglio più.

È meglio che apra la finestra, adesso.

Fuori nevica ancora. Le macchine non passano più. Questo silenzio dà i brividi. Le nuvole devono essere così, dentro, quelle nuvole bianche e morbide e cicciotte e gonfie.

L’aria non è nemmeno troppo fredda. I miei tettini sono duri duri. Sono le mie, sono le mie mani adesso a tenere loro caldo.

Tu maledetto non ci sei. Non ci sarai mai più. Non ti voglio. Ti strapperò da dentro di me.

Come questa ciocca di capelli che sto tagliando.

Ecco. È facile.

Ora è meglio richiudere. Così va meglio. Rassetto la mia cameretta rosa romantica. Voglio un letto fresco.

La mamma torna domani.

Dunque, chi può essere, a quest’ora, alla porta?

Ma sono tornati. Sono tornati i granelli di sabbia. Quelli che mi impediscono di scivolare nel mare.

Imprudenze


Stavo sbirciando da dietro l’albero.

Era un melo fiorito, non un albero qualsiasi.

I meli non fioriscono a caso, questo si è sempre saputo.

Apparecchiata per terra, una bella tovaglia a quadretti bianchi e rossi, lucida.

In certi momenti mi sembrava di vedere un solo signore, vestito di nero, e un attimo dopo un’intera famiglia al picnic. Poi ancora solo il signore vestito di nero. Che strano!

Il signore vestito di nero aveva in mano un ramo tutto dritto. Nero, lucido, che muoveva in aria.

A certi movimenti del ramo la tovaglia stesa si è riempita di tante cose buone.

Altri movimenti del ramo e le cose buone sono andate dentro al contenitore rotondo, nero, con la base piatta, aperto sopra.

Ho guardato bene intorno, avevo l’acquolina in bocca, ho aspettato di essere sicuro che non ci fosse nessuno: ci sono saltato dentro.

Sono ancora qui. Ogni tanto il signore vestito di nero mi tira fuori, mi prende per le orecchie e mi mostra ad altri signori dicendo “et voila!”.

Merah


Eccovi tutti qui, miei diletti.

Distesi, rilassati nei vostri bei camicioni colorati.

Bottoni di madreperla, su dal collo giù giù fino alle caviglie, riflettono spettri solari sfaccettati.

Corpi ancora informi.

Babbucce dorate coprono i vostri piedi.

Giochi di luci sapienti tengono in ombra i vostri visi.

Questo siete, cari miei: masse informi, che attendono di essere modellate.

Da me.

Sì, mi sento in vena, adesso.

Se mi stendessi tra voi, con le mie babbucce dorate, la testa nascosta, potrei sembrare uno di voi?

Si noterebbero i miei seni.

Potremmo poggiare il ventre a terra.

Si capirebbe la curva diversa delle mie natiche.

Di lato allora.

La mia vita sottile e i miei fianchi tondi.

No, miei carini, non potrei essere uno di voi.

Ma eccomi qui tra voi.

Per il vostro piacere.

Ah, sì, è tutto pronto.

Dalla voliera fantasmagorie di piume svolazzanti.

Ancelle leggiadre svuotano brocche di acqua di rose che scivola in rivoli, tra felci e papiri, alla fontana centrale che la restituisce in zampilli odorosi.

Essenze e incensi fumigano e si disperdono dalle grate sul pavimento, finemente lavorate in oro massiccio.

Siete pronti, miei adorati?

Non siate impazienti.

Mi sembrate adeguati, voi di stasera.

Non vedo muscoli trasalire.

Sotto i vostri sudari immagino corpi intonati senza rigidità.

Tensione soltanto sotto pelle.

Attesa.

Mie dolcezze.

Miei stupendi.

Sono presto da voi.

Voglio cambiare il mio camicione, non voglio che sia eguale ai vostri.

Ma come farò a indossare la mia seta pieghettata senza mostrarvi il mio corpo, qui, in mezzo a voi?

Non conosco i vostri visi. Posso immaginare i vostri occhi chiusi.

Le ancelle mi aiuteranno tra le felci, vicino alla fontana, al centro.

Lontana e vicina a tutti allo stesso modo.

Imparziale.

Oh!

La tua babbuccia si è mossa!

T’ho visto!

Sarai l’ultimo, stasera.

Sì ancelle, così, fate scendere la tunica, spalmatemi d’unguento e calate la seta sottile, con movimenti sincroni delle vostre mani sapienti, così che la porzione del mio corpo via via scoperta possa essere soltanto immaginata.

Sono pronta.

Eccomi a voi.

Ti voglio far sentire l’odore della mia seta.

Basterà un lembo della mia larga manica a sfiorare il tuo bel viso ignoto.

A te poggerò una mano sul ginocchio e smuoverò circolarmente la rotula, pian pianino.

E tu.

Voglio dedicarmi un poco anche a te.

Questo bottone, il terzo sotto la gola. E quello sotto. Oh, il tuo petto è glabro e appena ottonato.

Posso esplorare orizzontalmente.

Verso il fianco.

La tua pelle non è più liscia. Eppure non fa freddo.

È la mia mano?

La ritiro. Perdonami se uscendo ti ho scoperto l’altro fianco.

Anche tu.

Mi inginocchierò ai tuoi piedi.

Non sentirai il mio profumo.

Non mi vedrai.

Allargherò appena i tuoi piedi tra loro.

Solleverò un lembo della tua camicia.

Con entrambe le mani agguanterò la stoffa dorata che copre il tuo tallone.

Resterò con le dita sotto la trama, e la arrovescerò lentamente, fino a sfilare la babbuccia.

Passerò la mia lingua sui bordi della tua pianta e leccherò la punta delle dita.

Prenderò l’alluce, lo separerò e lo succhierò una volta sola, ma tu sentirai la mia lingua nei tuoi visceri.

Vengo anche da te.

Che cosa hai visto?

Ancora nulla.

Che cosa hai sentito?

Niente di niente. Non ti ho nemmeno ancora guardato.

E allora, perchè quel monticchiolo tra le gambe?

Slaccio un bottone al centro delle cosce.

Poi un bottone all’altezza dell’ombelico.

Ne restano tre, in mezzo.

Ancora uno. E uno.

L’ultimo al centro è teso.

Sotto è tutto un nerume.

Non riuscirai a slacciare il bottone dove premi.

Ti permetto di tentare, però.

Sarà difficile, con i polsi arrotolati da strisce di pelle di gazzella.

Rieccomi a te. No, non ti trascuro.

Hai due bei bottoncini duri, sul petto, ma questi sporgono da sotto la veste!

Li prenderò entrambi, con entrambe le mani, tra l’indice e il pollice.

Li cullerò e per un momento li stringerò selvaggiamente.

Li consolerò scoprendoli e offrendo loro olio di palma.

Di nuovo tu.

Mi sdraierò un attimo su di te.

Assaporerò le tue parti molli tra le mie gambe.

Strofinerò coscia a coscia.

Se dovessi sentirti diventare duro allora prenderò tra le mani le tue palle e le stringerò piano, e la tua crescita si fermerà oppure stringerò più forte.

Ecco. Così.

Sì. Ti libero.

Ora sei di mezza tacca.

Posso sbottonarti intorno.

Puoi rialzare le tue vele mentre mi allontano.

E ancora tu. Nero turgido grosso prepotente.

Nell’impari lotta con l’ultima madreperla hai scoperto una punta rosso fuoco.

Rosso e nero in lotta.

Mi piace guardarti che comprimi i muscoli del ventre piatto sotto i peli corti e ricci, e poi li lanci di qua e di là senza tregua.

La punta è sempre più rossa ma la madreperla resiste.

Sei bravo nella lotta.

Meriti che io deterga il sudore della tua fronte.

Con le mie labbra appoggiate alle tue depositerò, sotto le gengive, tre praline di nettare e miele.

Mio lottatore.

A te nuovamente.

Perchè il tuo alluce rotea senza posa?

Mi deludi.

Come puoi pensare che io torni al passato?

Solleverò la tua veste e la rimboccherò fino a coprire quell’asta indecorosa.

Allargherò le tue cosce.

Ti farò sentire il rumore della mia mano che risale verso il centro.

Sfiorerò i peli all’interno delle tue gambe.

Scosterò le tue natiche inutilmente indurite, comicamente resistenti.

Aprirò i peli folti che lì albergano.

Immergerò l’indice della mia mano destra in latte di asina e lo spingerò lentissimamente nel tuo buco del culo.

Ti sentirai umiliato fino alla morte, vero?

Ma che cosa dire di quando starò in fondo e muoverò appena la punta del mio dito e tu stringerai per non farmi più uscire?

La punta del mio pollice destro muove, ora, in mezzo alle tue palle, fino alla base della tua verga eretta.

Basta così.

Ora a te.

Ma no.

Ora a me.

Voglio che mi guardiate.

Voglio che mi guardiate.

Che cosa vi aspettate?

Che mi denudi, forse?

Che mi stringa i seni all’insù?

Che apra le mie cosce e possiate vedermi colare?

Tutto questo non avverrà.

Epperò voglio che mi guardiate.

Farò saltare l’ultimo bottone del mio gladiatore e scoprirò il suo glande di fuoco.

Strapperò via quello che resta della tua tunica e con schicchere sottili terrò sveglio il tuo bambino intempestivo.

Richiuderò le tue gambe e libererò quel bozzolo umiliato.

E scoprirò te e te e te e tutti tutti voi tutti.

Vi stenderò tutti a terra a formare un rosone, con i piedi che si toccano lato a lato.

In mezzo a voi vedrò i vostri cazzi fumiganti ergersi imperiosi.

Allargherò la mia veste di seta a la appoggerò sulle punte dei vostri bastoni rutilanti.

Starò immobile, e i vostri pennelli trasmetteranno al mio seno, attraverso la seta sensibile, le vibrazioni dei vostri colori.

Ruoterò, e la mia veste schiaffeggerà le punte dei vostri batacchi.

Vi sembrerà di sentire l’odore della mia fica, e io mi abbasserò e girerò da una parte e dall’altra.

Controllerò le vostre palle gonfie.

Non perderò di vista le tensioni dei vostri quadricipiti.

E danzerò per voi con la mia seta sui vostri cazzi fino a farvi godere come mai avete potuto prima.

Mi fermerò accucciata, con le gambe rannicchiate.

Non temete: sgorgherete rigogliosi da soli.

Basterà aspettare appena un po’.

In ascensore

Salgono insieme sull’ascensore.

Lui va al venticinquesimo piano.

Anche lei.

Lui è di media statura, media corporatura, media età. Appena stempiato. Sudato. Ha parcheggiato con difficoltà lasciando l’auto un po’ di traverso. Ha percorso sotto il sole il tratto di marciapiede lungo l’edificio dentro al quale è poi entrato. È un po’ teso perché deve avere un colloquio per un posto di lavoro importante. Non ne sa molto ma ha deciso di tentare. In verità non gliene frega niente: ha già un lavoro soddisfacente. Ci va per mettersi alla prova, per vedere se vale.

Lei è giovane, spigliata. L’aria condizionata dell’ingresso le ha gelato la camicetta di seta sulla schiena. Viene direttamente dal parrucchiere all’angolo. Torna a casa, dove finirà di prepararsi per la serata. Si osserva uno sbaffo scuro sulla scarpa sinistra di camoscio tortora. Resta indecisa se provare a pulirlo: sarebbe un movimento poco elegante. Lo fa, poi sorride di sghimbescio al compagno di ascensore, come per scusarsi.

Lui lo prende per un vero sorriso. Si è accorto della manovra con la scarpa, ma magari era un pretesto, pensa. Sorride a sua volta ma lei ha già voltato lo sguardo.

Ora guardano entrambi la bottoniera. Poi l’indicatore dei piani. Il pavimento.

Lui pensa che potrebbe mettersi alla prova anche conquistando questa donna.

Lei si sente osservata: le capita spesso.

Venticinque piani sono tanti e questo ascensore è lento.

Le fa piacere essere guardata. Fingendo di aggiustare un ciuffo di capelli si gira fuggevolmente: lui la sta fissando. Ora è infastidita.

Lui si aggiusta la camicia, si schiarisce la voce, si dondola da un piede all’altro. E se la violentasse? Perché no? Poco tempo. Potrebbe limitarsi a pizzicarle un capezzolo. Urlerebbe. Potrebbe minacciarla per farla stare zitta.

Non lo farò, ma potrei farlo, dunque sei in mio potere, pensa lui.

Sembra carino, pensa lei. È così impacciato che le viene voglia di parlare per prima. Intanto giocherella con la collana. Lo sbaffo sulla scarpa è rimasto tale e quale. Sorride a sé stessa e pensa che potrebbe farne qualsiasi cosa, di quel tipo. Potrebbe farlo innamorare. Oppure solo eccitarlo, provocarlo. Farsi invitare a cena e non andarci. O andarci: potrebbe anche essere piacevole. Lo sente plasmabile.

Potrebbe ucciderla, pensa lui. Se la strozza lei si divincola e restano tracce. Un colpo alla carotide col taglio della mano: lei resta senza fiato a occhi sbarrati e lui la strangola con calma.

Lei sta sbirciando il giornale che l’uomo tiene in mano.

Lui se ne accorge e coglie l’occasione per attaccare discorso chiedendole se vuole leggerlo. Glielo porge.

Lei lo guarda un attimo, ringrazia e glielo restituisce con un commento su uno dei titoli della prima pagina.

Lui risponde con un’osservazione sul caldo di quei giorni.

Lei sta per replicare ma le porte automatiche dell’ascensore si aprono.

È il venticinquesimo piano.

Lei si avvia verso la porta di fronte con la chiave in mano.

Lui apre la bocca senza emettere suono. Fa un passo verso di lei.

Dieci minuti dopo lo cancellano dalla lista degli appuntamenti: assente.