La minzione del geometra Messana

Il geometra Messana si rialzò sonnacchioso dal breve riposo pomeridiano.

Si sentiva appiccicato. I calzini aggrumati, la camicia spiegazzata, il cervello confuso.

Avrebbe fatto meglio, prima di coricarsi, a spogliarsi e mettersi in pigiama, invece di limitarsi a slacciare la cintura e allentare la lampo dei pantaloni.

Se lo diceva ogni giorno, da trentadue anni, tanti quanti ne erano trascorsi da quando si era sposato con Elvira.

Doveva tornare al lavoro. Sperava che la nuova impiegata, convinta dai suoi discreti consigli che, per carità, non erano assolutamente da interpretare come pressioni, fosse rimasta per gli straordinari.

Il fastidio per sentirsi trasandato si acuiva perché non voleva fare brutta figura con la signora Laura, così si chiamava la nuova impiegata. Ma: cambiarsi per il riposo pomeridiano? E se avesse verificato che si sarebbe trovato meglio, che cosa avrebbe dovuto concludere, che aveva sbagliato per più di trent’anni? No no, meglio evitare la verifica.

Si sciacquò la faccia e si cosparse di lavanda. Francese, comprata a Parigi, ricordò compiaciuto. Ravviò i capelli ancora scuri e ondulati. Meditò sulle guance un po’ cascanti. Si chiuse il colletto della camicia, rifece il nodo della cravatta, allacciò le scarpe che Elvira aveva lucidato mentre lui riposava. Infilò il gilet di lana inglese – questo comprato in un buon negozio del centro, perché a Londra non era ancora stato – e indossò la giacca.

Si guardò allo specchio. Non andava. Decise che era una giornata in cui era giusto cambiare qualcosa.

Solo per questa volta, sia ben inteso, senza mettere in discussione le regole.

Ordinò a Elvira di preparargli una camicia pulita e l’altro vestito. Non ci fu bisogno di ricordarle che sarebbero servite non più le scarpe nere ma quelle marrone.

Elvira eseguì. Era però inquieta. Ogni giorno, da trentadue anni, esaudiva amorevolmente le richieste del marito. Si era sempre, però, rifiutata di collegare i cambiamenti di abitudine del marito con le crisi familiari che erano regolarmente seguite. Così si era rassegnata all’insicurezza permanente, che sfogava con meschine scenate per la cena raffreddatasi o per la scelta del canale televisivo.

Il geometra Messana, alle 16 in punto, vestito a nuovo e profumato, scese in garage, borbottò per via della solita auto parcheggiata male che gli rendeva più difficile la manovra, si diresse in ufficio.

La signora Laura c’era. Mora, alta.

Le scarpe con i tacchi le imponevano una camminata che, non riuscendo del tutto alla signora Laura il portamento con passo lungo flessuoso nonchalante a cui aspirava, risultava piuttosto legnosa.

Il geometra Messana la salutò, fingendo professionale sorpresa per averla trovata ancora al lavoro e si chiuse, come sempre, nella stanza.

Lì stava bene.

Una poltrona comoda, girevole e pieghevole, bei quadri forniti dalla ditta, piante ben curate, moquette blu scuro, un salottino ricavato in un angolo, ampia scrivania con sù carte ben ordinate. L’insieme doveva trasmettere, a chi vi entrasse, efficienza, ordine, senso della giustizia.

Era un posto di responsabilità, che il geometra Messana aveva meritato per le sue capacità di lavoratore instancabile, in nome delle quali sapeva di poter pretendere altrettanto impegno, se non dedizione, dai suoi sottoposti.

Qualche collega di malanimo, come ce ne sono, sospettava che il geometra Messana fosse arrivato in quella posizione per la volontà dell’Amministratore delegato di tenere per un po’ in frigorifero il settore – in altri momenti importante ma con pochi dipendenti – a cui il geometra Messana era stato preposto.

Il geometra Messana, infatti, pur essendo scrupoloso esecutore di direttive, non era tipo di grandi iniziative. Certo, si rendeva ben conto che un capo, in quanto tale, doveva averne. Sagacemente, allora, presentava ai suoi sottoposti le istruzioni che riceveva come frutti di sue proposte fatte ingoiare dopo lunghe discussioni all’Amministratore delegato.

Il geometra Messana stava bene nella sua poltrona, nella sua stanza. I momenti critici con l’Amministratore delegato, che lo trattava sbrigativamente, erano tutto sommato pochi, e gli restava molto tempo per compensare le frustrazioni che lì accumulava.

Il che faceva riversando sui sottoposti le angherie che riteneva di subire. Il conto, tuttavia, non tornava. Infatti, il geometra Messana riconosceva all’Amministratore delegato il diritto di infliggergli – e a sé il dovere di subire – tali angherie, ma non gli sembrava di trovare analoga disposizione nei suoi sottoposti.

Quel giovane architetto, per esempio, che ogni tanto pretendeva di scrivere relazioni infarcite di paroloni, quando tutto si poteva dire con le buone cento parole del linguaggio di ufficio. Parole sicure, sperimentate, non aggredibili da equivoci, non soggette a richieste di precisazioni.

Più facile, ma anche di minor soddisfazione, con l’uomo delle pulizie. L’ufficio era uno specchio, ma il geometra Messana gli aveva fatto una scenata, due giorni dopo esservisi insediato, perché a metà mattinata i cessi erano sporchi. Naturalmente sapeva benissimo che l’uomo delle pulizie svolgeva il suo lavoro prima dell’inizio e dopo la fine dell’orario d’ufficio e che perciò non poteva essere responsabile della sporcizia degli utilizzatori dei bagni. Ma era servito a definire le distanze.

Non per niente, dopo la scenata, l’uomo delle pulizie lo salutava sempre con deferenza.

Qualche settimana dopo, lo gratificò con “effettivamente, da qualche tempo i cessi sono un po’ meno zozzi, bravo.”.

Il pensiero gli fece venire lo stimolo di mingere. La signora Laura lo vide passare nel corridoio e poco dopo lo osservò ritornare con aria soddisfatta.

Il geometra Messana aveva una sua teoria, cui teneva molto e di cui era tanto geloso da non averne fatto parola con alcuno: che ciascuno sfrutti per sé le proprie conoscenze, si diceva, se ho un vantaggio sugli altri perché mai dovrei dividerlo?

La teoria, dunque, consisteva nella considerazione che l’urina, al momento della minzione, costituiva una via di comunicazione tra corpo e cesso. Vero che l’urina andava in direzione corpo-cesso, ma vero pure che non si poteva del tutto escludere la possibilità che microrganismi batteri virus e insomma tutto il bestiario che si annida nelle latrine avesse imparato a risalire lungo l’urina con velocità superiore a quella con cui l’urina scendeva e a penetrare così nel corpo.

Faremmo torto al geometra Messana se non gli dessimo credito di rendersi conto della scarsa probabilità che i microrganismi batteri virus etc. fossero così veloci. Ma egli era particolarmente fiero di aver trovato un campo di applicazione a se stesso di un complesso concetto – il principio di precauzione – di cui aveva letto su qualche titolo di giornale. Del resto, chi potrebbe dimostrarvi che egli avesse torto?

Così, dopo la prima folgorazione, pisciava in una boccetta che si portava appresso e che vuotava poi nel cesso ripulendola ogni volta scrupolosamente. In seguito, rivelatosi il sistema troppo laborioso, si limitava a orinare a schizzi.

In tal modo, argomentava tra sé il geometra Messana, che non era privo di intuito circa i principi della teoria delle probabilità, non aveva la certezza del risultato, ma certo rendeva difficilissimo – e per il tempo più breve e per lo schizzo più veloce – il compito dei microrganismi batteri virus etc.

Questa, e non altra, era la ragione per cui il geometra Messana appariva così soddisfatto di sé dopo aver orinato, il che faceva spesso.

Si risiedette in poltrona, sparse ordinatamente alcune carte sulla scrivania – tutte rigorosamente parallele o perpendicolari sia tra loro che rispetto ai margini – e chiamò la signora Laura spingendo due volte il segnale dell’interfono.

Quella si presentò dopo un attimo con in mano un blocco notes per stenografia e una matita, pronta ed efficiente.

Una bella cavallona, con quei capelli neri e anche il viso un po’ allungato. La invitò a sedersi e cominciò a dettarle una lettera. Si interruppe spesso, come a concentrarsi, con gli occhi chiusi e le mani strette sulle tempie.

La signora Laura lo osservava con curiosità riemergere da queste brevi apnee mentali, colpita dall’impegno per rendere i pensieri in buon italiano.

Forse avrebbe apprezzato meno – ma era stata assunta da pochi giorni – se avesse avuto modo di sfogliare l’archivio dell’ufficio, dove giacevano decine di lettere identiche a quella che stava stenografando con tanto impegno, desiderosa di fare bella figura.

Certo che lo sforzo di dominio del proprio intelletto di cui il geometra Messana dava mostra doveva apparirle un tantino eccessivo. Tuttavia, avrebbe cambiato idea, al riguardo, e forse ne avrebbe ammirato la capacità di autocontrollo, se avesse potuto seguire i pensieri del geometra Messana: tutto concentrato, nel suo chiudere gli occhi, a rivivere la scena – da un film – di uno stallone che nella nebbia umida della brughiera monta una splendida cavalla.

Il geometra Messana si compiaceva, rientrando dalle sue brevi assenze a occhi chiusi, di rivedere la scena in tutti i particolari – lo zoccolo scalpitante, le froge fumanti, l’equuspisello vermiglio e spenzolante, i muscoli della coscia saettanti sotto pelle – riuscendo a non sovrapporre i suoi piani sulla signora Laura alle immagini che ricreava.

Finita la dettatura ristette qualche attimo in silenzio a osservare la signora Laura. Questa, prima restò per un po’ in attesa di altre disposizioni, poi prese a gingillarsi con la matita, infine si sistemò meglio sulla poltrona appoggiandosi all’indietro.

Si rassettò la gonna, si aggiustò i capelli spostandoli con i mignoli delle due mani dietro le orecchie.

Si guardò intorno nella stanza mentre il geometra Messana aveva preso a consultare un libro.

Restò a guardarlo per qualche minuto imbarazzata.

La lettera era finita. Lui non la congedava ma sembrava ignorarla. Doveva restare con le mani in mano, rischiando la figura della sciocca, o doveva andare di là a battere a macchina la lettera?

Fece un paio di “ehm”. Accavallò le gambe da una parte. Poi dall’altra. Ogni volta riassettando la gonna e risistemandosi sulla poltrona.

Si decise, seduta ora sul pizzo della poltrona e con la mano sul bracciolo pronta ad alzarsi, a un “posso andare?” che uscì smozzicato perché mentre lo esalava le venne in mente che sarebbe stato preferibile un “ha ancora bisogno di me?”.

Lo “scccc” del geometra Messana la lasciò a mezz’aria, col sedere sollevato e il peso del corpo distribuito malamente tra il polso sinistro sul bracciolo della poltrona e il gomito destro sulla scrivania.

Ricadde sulla poltrona. Arrossì violentemente quando il geometra Messana, poco dopo, chiese brusco che cosa mai facesse lì impalata e come mai non avesse ancora battuto la lettera, che poi era così breve e semplice, tanto per farla abituare alla dettatura senza impegnarla troppo dato che era alle prime armi.

Sentì che dalle gote la rabbia passava fino alla radice dei capelli, s’impappinò, non trovò le parole giuste e si limitò a tornare nella sua stanza reprimendo le assurde lacrime che insistevano per spuntare.

Il geometra Messana sorrise indulgente e compiaciuto per la propria capacità di controllo del personale.

Esercitarsi nel mettere in imbarazzo gli inferiori, renderli insicuri, era uno dei sistemi preferiti di far valere il suo potere, e il geometra Messana era intimamente convinto che facesse parte delle qualità del buon capo usare di quando in quando questi trucchetti.

La prossima volta la signora Laura si sarebbe alzata appena finita la dettatura e lui l’avrebbe bloccata sulla porta – non prima, non prima! – con un gelido “signora, chi le ha detto di andarsene? Si accomodi, prego.”. E l’avrebbe tenuta lì per qualche minuto. Dopodiché, l’avrebbe congedata.

La volta successiva, il copione era collaudato, la signora Laura sarebbe stata tesa e incerta, timorosa di sbagliare, e per lui sarebbe stato più facile cominciare ad aprire qualche breccia. Mostrandosi premuroso, gentile, e preoccupato per il disagio evidente della signora Laura.

Così che, dopo averla sollecitata a esporre con franchezza il perché di quella mancanza di serenità, quando ella avesse cominciato a girare intorno al problema ed egli avesse fatto un gesto di conforto – come una carezza rapida sui capelli – la signora Laura avrebbe “dovuto” considerarla un moto paternalistico, pur percependone in pieno l’ambiguità.

Il geometra Messana si alzò per pisciare. Non poteva davvero dire che la vita fosse avara, con lui.

Violette candite

È seduto a una scrivania. Piccolo di statura, con grossi baffi ancora scuri, a contrasto con i lunghi capelli bianchi. La stanza è ampia, stracolma di libri che appesantiscono le mensole fino a curvarle, scura e ingombra. Finisce di scrivere qualcosa su un taccuino, lo chiude, spegne quel che resta della sigaretta consumata fino al filtro, si alza.

Scalda, in un pentolino rosso di smalto, scrostato qua e là, la dose d’acqua necessaria a radersi. Si è convertito a malincuore alle lamette, e poi ai rasoi a consumo – ciascuno lo fa durare settimane – ma non alle bombolette di schiuma. Così, si massaggia a lungo le guance con il pennello che intinge prima nell’acqua calda e poi nella cuccuma dove è contenuta la crema che produce una bella schiuma dall’odore di mandorla. È rito di tutte le mattine. Stamattina, Libero inaugura un nuovo rasoio. Fa attenzione a non tagliarsi: la mano ha bisogno di adattare la pressione rispetto a quella necessaria con la vecchia lama usurata.

Il quintetto per pianoforte e archi di Brahms lo segue dalla piccola radio appoggiata su una mensola. Libero conviene che sia una musica adatta alla giornata che si presenta.

Non sarà semplice, ma ha deciso.

Vestito elegante, con un cappello a falde, attraversa la via nella mattinata primaverile e arriva davanti alla vetrina seminascosta di una piccola pasticceria.

Entra, il negozio è tutto rivestito di velluto rosso. Sul bancone, cioccolatini e dolci preziosi.

Sceglie da esperto e sorride alla giovane commessa, che confeziona il pacchetto con aria complice.

​— Pacchetto speciale oggi, eh, signor Libero?

​— Sapesse quanto è speciale! Lei non era ancora nata, la prima volta che comprai, proprio qui, i marron glacé con le violette candite.

Mentre paga ci ripensa.

​— Allora, erano un vero lusso. E forse non erano nati nemmeno i suoi genitori.

La commessa lo guarda uscire dietro il din-don della porta. Gli sorride. Le sta simpatico quel vecchietto magro che a volte, quando c’è folla, approfitta del tempo di attesa per scrivere fitto fitto su un taccuino nero.

Ha preso il treno. Tiene il pacchetto appoggiato sulle ginocchia e lo protegge ai lati con le mani, come qualcosa di molto prezioso.

È una pazzia, si dice. E ride, guardando la campagna e le volute del Tevere scorrere dal finestrino.

Alla stazione si fa portare da un taxi a un incrocio verso le colline vicine. L’Osteria è diventata “Hostaria”. Strade fangose. Si avvia a fatica per una salita tortuosa chiusa da mura di lato. A qualche curva si apre il panorama che da una parte mostra il duomo e dall’altra, più in basso, il Tevere.

Strada facendo guarda con vero odio le macchine parcheggiate su una piazza, a scempio della bella chiesa romanica.

È arrivato. Suona a un cancello. Aspetta abbastanza a lungo. Intanto, fa scorrere lo sguardo sull’edificio più in alto, dall’aria di essere stato ricco quanto ora è malconcio, cadente, il prato incolto. Un abbaio lontano. Un cartello “Vendesi”.

Nessuna risposta.

Ragionevolmente, non ne avrebbe motivo: non ha avvisato. Ma, infantilmente, era certo di essere atteso. Perciò, è contrariato.

Peraltro, a pensarci bene, non aver avvisato sarebbe niente, rispetto al solo essere lì.

Libero sorride alla propria dissennatezza e il bambino allegro che gli è rimasto dentro, quello che tanti dolori non hanno cancellato, è comunque contento dell’impresa tentata, anche se non è riuscita.

Suona ancora. Aspetta.

Si gira e fa per andarsene, quando la serratura del cancello scatta.

È quasi deluso: il sollievo per l’imbarazzo scampato stava già prendendo il sopravvento sulla frustrazione per l’iniziativa fallita. Spinge a fatica il cancello sui cardini non curati e se lo richiude dietro.

​— Lo chiuda bene.

La voce proviene da una gradinata – erbe tenaci tra uno scalino e l’altro – da cui si accede alla villa e verso la quale Libero si sta dirigendo con passo incerto.

Un uomo, anch’esso anziano, ma di corporatura massiccia tanto quanto Libero è minuto, è in attesa sulla soglia.

​— Se no i cani scappano e poi chi li riprende più?

​— Buongiorno. Mi scuso di non aver annunciato il mio arrivo.

Riprende fiato. Soprattutto, raccoglie le forze.

​— È in casa la signora Olimpia?

​— No, non è in casa.

Mario ha risposto neutro, né secco né accogliente. Non cambia l’aria stanca e dolente, come avvelenata dal tempo. Un momento di esitazione, poi lo invita, con un gesto, a entrare.

A entrambi, la vita ha regalato Olimpia. Uno, l’ha sciupata. L’altro, non è stato capace di coglierla.

Dalla televisione, pubblicità a tutto volume. Libero guarda con curiosità e apprensione la casa che si apre spaziosa e spenta.

Mario si allontana verso l’interno. Libero esita, poi lo segue e resta impalato, in piedi in mezzo all’ingresso, con la scatola di dolci tra le mani.

Le pareti del salotto sono coperte di fotografie e oggetti curiosi: un pugnale antico, un intarsio in avorio, Cristo in croce scolpito sul legno bitorzoluto di una radice. Sui bei mobili polverosi campeggia l’argenteria annerita. Un secrétaire di legno di rose e bella fattura.

Mario torna, una caraffa d’acqua e due bicchieri tenuti dall’interno con le dita artritiche. Indica a Libero il salotto adiacente.

​— Si accomodi.

Mario spegne il televisore e si siede su una poltrona. Fa cenno a Libero, ancora esitante, di occupare la poltrona di fronte. Libero si siede in pizzo. Tiene la scatola di marron glacé sulle ginocchia, con le gambe strette in posizione da educanda.

In mezzo, un tavolo di marmo intarsiato. Polveroso. Intorno, i divani sono coperti da lenzuola, come nel finale di Lolita di Kubrik.

Come si è potuto mettere, si chiede – proprio lui: una vita contro! – in una situazione così assurda, a fare i salamelecchi in questa casa così borghese e perbene.

Mario riempie i bicchieri d’acqua. I due vecchi bevono in silenzio.

​— Non lo sapeva? È morta.

Libero posa la scatola sul tavolo, vicino al vassoio con l’acqua. Si stende indietro. Un ragno sta cominciando a tessere una ragnatela in un angolo del soffitto affrescato. Brutti affreschi: fine ‘800, forse, corpi sgraziati, colori stinti, masse ammucchiate senza criterio. È qui che ha vissuto, dunque.

Restano lì in silenzio, seduti in una nebbia di ricordi. Libero abbassa la testa, gli sfugge un sorriso.

La rivede, aggrappata a un albero magro, sulla riva di un ruscello, che ride luminosa.

Si scuote, il suo sguardo incontra quello di Mario, il sorriso muore.

​— Li avevo portati per la signora Olimpia.

​— Li aveva portati per la signora Olimpia.

Mario ha ripetuto la frase di Libero a pappagallo, senza inflessioni.

​— Li avevo portati per lei.

Dall’orologio a pendolo arrivano i lunghi rintocchi delle 12,30. Quattordici rintocchi: dodici don più due den per i quarti.

Libero si sente leggero. Dovrebbe essere schiantato dal dolore, si dice. Invece, si sente leggero.

​— Adesso è ora di andare. Grazie. Scusi.

Libero non si muove.

​— Una volta, da giovane – voi non esistevate ancora – glieli portai al paese. Ero andato a prenderli apposta a Roma. Le piacquero molto. Soprattutto le violette candite che accompagnavano i marron glacé.

Mario riempie i due bicchieri d’acqua.

​— E un’altra volta li mandaste qui. Mi ricordo bene. Mi ricordo anche quegli stupidi libri di poesie.

Lo ha detto pianamente, ma solo perché non ha più forze da disperdere in rancori.

Libero beve un sorso d’acqua dal bicchiere con le impronte digitali di Mario impresse sul bordo interno.

​— La conobbi alla festa delle arance. Era bellissima.

Mario corruga le sopracciglia. Libero continua a raccontare. Mario chiude gli occhi.

Una sagoma gli si disegna: è il viso sfuocato di Olimpia. Come uno schizzo a carboncino che pian piano si colora dei particolari che Libero descrive. Come se l’immagine di Olimpia, ormai scolorita nella mente di Mario, prendesse vita dalle parole di Libero.

Quanto sono durate, le rimembranze? Chissà. Nel frattempo, ha rinfrescato, il sole è ancora alto ma ha cominciato la discesa, tra le colline di viti e ulivi. Le nuvole si vanno appesantendo, qualche gocciolone si affaccia.

Libero si alza. Se ne va davvero, adesso.

Mario gli fa cenno di aspettare, come se si fosse ricordato di qualcosa di importante. Si allontana verso una stanza all’interno.

Libero adesso è sfinito. Non ha voglia di aspettare che l’altro torni.

Esce dalla porta, scende le scale.

Mario torna con una busta di supermercato gonfia. Come si rende conto che Libero non c’è più, si accascia sulla poltrona. Dalla busta tira fuori libri di poesie, riviste letterarie, lettere raccolte con un nastro colorato. Mentre soppesa il mucchietto di lettere, l’occhio gli va sulla scatola rimasta sul tavolino di marmo.

Allora, come preso da furia, si alza e si precipita fuori.

​— Senta un po’, lei…

Incespica sull’uscio, scivola sugli scalini che scende in affanno e riesce ad arrivare in fondo dritto, giusto in tempo per vedere il cancello richiudersi dietro a Libero. Si guarda una nocca sbucciata addosso al parapetto che accompagna le scale. Respira con affanno. Il noce: come cresce bene, solido, fronzuto. Bisogna far tagliare tutta quest’erba che se no. Piove, stamattina c’era il sole.

Quando fa per risalire le scale, si rende conto di avere tra le mani la scatola. Torna indietro verso il noce e, con tutta la violenza che trova disponibile dentro di sé, ce la scaglia contro. I marron glacé schizzano in tutte le direzioni, si mischiano con il fango. Le violette candite annegano nel rigagnolo che si sta formando.

Libero scende lo stradello con un vago sorriso.

Dietro front

Dietro front

Alle nove c’è ancora chiarore. Quasi le dispiace di dover tenere i mezzi fari accesi.

Sera d’agosto, l’auto che guida è silenziosa ma non abbastanza da far entrare la sinfonia di grilli che la accompagna lungo la strada tutta curve e saliscendi. Un astuccio nero, lungo, sul sedile del passeggero.

L’ha sempre preferita alla superstrada. Arriverebbe prima, ma le piace godersi questo senso di aspettativa misto a timore e, forse soprattutto, si perderebbe il digradare delle colline, il verde misto alle zolle rivoltate, i filari di viti basse del Sagrantino ornate di rose. Sa che stanno lì come ostaggi, ad annunciare per tempo, se arrivasse, una malattia della preziosa vigna, ma preferisce pensarle come un abbellimento gentile.

Sceglie un cd e lo fa partire.

Solo voce, una corda di chitarra, sullo sfondo una pianola “e mmò, dormi accussì, senza parlà … stu iorno, nasce ‘nsieme a te…”. Le salgono le lacrime ogni volta. Un uomo che ti ama, che ti guarda dormire, che aspetta vicino a te il giorno che nasce.

Pensa di meritarlo. Pensa che tutti ne abbiano diritto.

Rallenta, gode l’aria ormai fresca dai finestrini aperti, lascia che il corpo assecondi la musica. Pazienza se taglia qualche curva, sta tranquilla che a quest’ora, qui, a questa velocità, può anche permettersi di socchiudere gli occhi per qualche istante.

Il rombo cupo e potente – inconfondibile – che la fa sobbalzare e rimettere in sesto, disciplinata, sulla sua destra, annuncia l’apparire, da dietro la prossima curva, di una Ducati.

Quando si incrociano è sorpresa: si aspetta una guaina di pelle nera, di quelle serie, e invece jeans e maglietta bianca sormontati da un ridicolo caschetto giallo da motorino. Bah. Certa gente non si merita certe fortune.

Non manca molto. Le gira intorno, e dentro, quel certo turbamento misto a friccicarino, eppure si sente singolarmente tranquilla. Accarezza la custodia del flauto sul sedile di fianco.

La vallata si apre e, da adesso, solo discesa.

Ora il rombo della Ducati viene da dietro. Che cosa significa? Chiude i finestrini, apre l’aria condizionata, assume l’assetto di guida di chi adesso vuole arrivare prima possibile e comincia a prendere le curve alla sportiva scalando qualche marcia. Alla seconda curva il faro della Ducati sta piantato sullo specchietto retrovisore e lampeggia.

‘Azzo vuoi? Passerai quando potrai, vedi di non rompere. Sei lo stesso di prima, ma non andavi dall’altra parte? Che palle. Ok, passa e vattene.

La sequenza le è rimasta impressa con precisione, e così il racconto che fa ai carabinieri – sono arrivati in dieci minuti, non c’è che dire – è preciso, circostanziato, anche se il medico ha consentito solo cinque minuti, dato lo stato di shock.

* * * * *

​— Mentre mi superava si è sollevato dal manubrio e ha allargato le braccia. Guardava verso di me ma che potevo vedere, con il casco? Si è messo davanti a far sculettare la moto, ha rallentato come se volesse farmi fermare e poi all’improvviso ha accelerato con violenza, ha preso la curva larga e, quando l’ha stretta, la ruota di dietro se n’è andata verso l’esterno della strada, la Ducati si è impennata e il pilota è volato addosso al cipresso sul ciglio. L’ho visto in aria con le braccia che era come se nuotassero controcorrente. Si è piantato a testa in giù alla base del tronco e lì è rimasto immobile. Mi sono fermata, ho chiamato voi. Non ho avuto il coraggio di avvicinarmi. Avevo paura di vederlo morto, e poi avevo paura di fare qualche danno se l’avessi mosso malamente.

​— È vero, la t-shirt mi ha toccato in qualcosa di familiare ma no, non è possibile che fosse Vincenzo. Mio marito non ha una Ducati.

* * * * *

​— Ha fatto una telefonata, ha chiuso, ha dato uno sguardo al motorino che gli avevo appena smontato, ha bestemmiato e mi ha chiesto la moto. Brigadiere, presterei più volentieri mia moglie – si fa per dire, eh – ma Vincenzo è un fratello, per me. Vuole sapere se la telefonata l’ha fatta lui o se l’ha ricevuta? Non mi ricordo di aver sentito squillare ma può essere pure. Come dice, se era proprio una bestemmia? Cominciava per “porco”…

E mo’ vuole sapere se porco o porca chissà che cambia se era porcatroia o porcoddio.

​— … poi non mi ricordo. Per essere preciso, brigadiere, non me l’ha proprio chiesta: si è preso il casco con cui era venuto…

Glielo dico che se l’è messo senza allacciarlo? Meglio di no

​— … è montato sulla Ducati e ha messo in moto.

​— Le chiavi? Si, …

Ma insomma, sto nella mia officina, che domande sono?

​— … stavano attaccate. Non gli ho detto sì, ma nemmeno no, è bastato uno sguardo. Gli avessi detto no, adesso sarebbe ancora vivo, porco cazzo!

​— Va bene brigadiere modero il linguaggio ma adesso me ne posso andare?

​— Che vuole sapere? Come erano i rapporti con la moglie? In questo era riservato, si scherzava si giocava ma su Dora bisognava pure stare attenti a fare battute che pigliava subito d’aceto…

​— Se era geloso? Come tutti, no? Normale. Si, io sono… ero molto amico di Vincenzo, giocavamo a calcetto, qualche volta andavamo a caccia, ma dei rapporti con la moglie non mi parlava e comunque si volevano bene, si vedeva.

​— No. Adesso posso andare? Sa, c’è la champions…

* * * * *

​— Signora le chiedo scusa se in un periodo così doloroso per lei debbo rivolgerle ancora qualche altra domanda.

Così ttoloroso… qualche altcra ttomanda: il tenentino è compito e cerca di mascherare sotto un buon italiano l’inconfondibile accento calabrese.

Dora – jeans e maglietta nera – siede, scomoda, sulla sedia di legno tonda, con il risvolto segagambe, della caserma dei carabinieri. Palazzina moderna e arredamento da modernariato. Il pallore combatte con l’abbronzatura e gli occhi verdi, che il tenente si sarebbe aspettato spenti e che, invece, lo bucano.

Non ha cambiato posizione. Non ha mosso un muscolo del viso. Aspetta.

​— Lei conosce tale signora Leonardi Cinzia?

​— Sì.

​— In che rapporti siete?

​— Non capisco il senso di questa domanda. Vuole spiegarsi meglio, tenente?

Se è stizzita, questo non appare né dall’espressione del viso né dalla postura.

​— Comunque: una volta, forse due, saremo usciti insieme. In quattro, intendo.

Poi aggiunge, tante volte “in quattro” apparisse troppo generico al tenente:

​— Mio marito, io, Leonardi Cinzia e suo marito.

​— Mi scusi signora, è il mio lavoro, a volte è spiacevole, lo capisco.

Il tenentino è diventato rosso.

​— Lei ha un’idea del motivo per cui la signora Leonardi Cinzia telefonasse al suo purtroppo defunto marito, la sera in cui morì?

​— Scusi, tenente, perché non lo chiede direttamente alla signora Leonardi Cinzia?

Il tenentino è agli inizi. Finora ha trattato delinquentelli ai quali dà del tu e anche qualche scappellotto se non rispondono a tono.

​— Sì, ha ragione, glielo chiederò. Volevo sapere se… ma lei se n’è fatta un’idea?

​— E come avrei potuto farmene un’idea? Me lo sta dicendo lei di questa telefonata. E poi che c’entra? Ma lei mi ha fatto venire qui, una settimana dopo che ho perso il marito, per chiedermi di Leonardi Cinzia? Senta, io non ne so molto di leggi, ma adesso sono molto stanca perciò mi alzo e me ne vado e lei faccia un po’ quello che vuole.

Dora fa esattamente quanto ha dichiarato. Fa un cenno che potrebbe essere di saluto ma non è detto, si alza, se ne va.

​— Signora, la prego…

Il tenentino butta un occhio verso il brigadiere che sta battendo a macchina il verbale e che ridacchia sotto ai baffi e aggiunge, per mantenere una parvenza di autorità:

​— Comunque, questo non è un interrogatorio formale e lei è libera di andare quando vuole quindi vada, vada pure, si accomodi.

Quella sta già scendendo le scale, bofonchia un mavvaffanculo che stride con l’aspetto fine, mentre il tenentino tira fuori il foglio dalla macchina da scrivere, fa per appallottolarlo, poi ci ripensa e ordina al brigadiere metta agli atti brigadiè, poi vedremo, non si sa mai.

* * * * *

​— Dice che lei andava verso Amelinda in macchina e lui verso Montegiglio in moto.

​— E allora?

​— Allora la casa ce l’hanno a Montegiglio, lui tornava a casa, e lei che ci andava a fare ad Amelinda?

​— Se pure stava sulla strada per Amelinda non significa per forza che andasse proprio ad Amelinda.

​— A Ortignano, allora?

​— Ma che ne so!

​— Gliel’avranno chiesto, no?

​— Chi glielo dovrebbe aver chiesto?

​— Come chi… i carabinieri, no?

​— Ma che c’entra?

​— C’entra, c’entra…

L’ultimo ha parlato con aria saputa. Sono in cinque, sei, nell’intervallo dell’assolata briscola pomeridiana, sul bel piazzale di Acquatonda, sotto agli ombrelloni del bar.

​— Dice che sì è incazzata quando il tenente le ha chiesto della Cinzia.

​— Dice, dice… ma chi lo dice? Ma la piantate? Un po’ di rispetto. E allora!

​— Rispetto, rispetto… e quel povero Vincenzo, allora?

​— Allora?

​— Dice che è montato sulla moto dell’Armando come una furia.

​— Magari andava di fretta.

​— Lo sanno tutti che l’Armando è geloso più della moto che della moglie, e se Vincenzo l’ha presa…

​— Ma chi è ‘sta Cinzia?

​— Una di Torquato. Erano amici.

​— Amici chi?

​— La Cinzia e Vincenzo, ma era una storia passata. Per far vedere che era finita una volta sono usciti tutti insieme con pure il marito della Cinzia. Ma una volta sola, eh!

​— Ma la volete piantare di avvelenare l’aria! La vuoi fare finita?

​— E che avrò detto mai! Lo sanno tutti, mica è un segreto, era quando lavoravano tutti e due alle acque, che c’è di male? Mica erano sposati, allora!

​— Allora, no.

Il saputo interviene poco, ma quando interviene va diritto allo scopo. Ha rinforzato “allora”, ed ha aggiunto “no” dopo una pausa studiatamente lunga. La faccia, poi…

​— Mi sono stufato di questo tavolo di pettegoli. Giochiamo o me ne vado. Però una curiosità ce l’ho pure io: se il Vincenzo andava verso Montegiglio, com’è che l’albero l’ha preso in direzione di Amelinda?

​— È una cosa che si sa: ha visto la macchina della moglie ed è tornato indietro.

​— E perché sarebbe tornato indietro?

E questo è colui che voleva giocare a briscola o andarsene.

Sono due mesi che le ipotesi sulle stranezze della morte del Vincenzo riempiono le giornate dei buoni cittadini del circondario.

È una zona di segreti, di eventi misteriosi, di maghi, di donne che una volta al mese si riuniscono in luoghi che si dice in passato fossero dedicati ai sabbah, di professionisti e imprenditori che si incontrano per leggere insieme poeti latini e assegnare appalti e finanziamenti europei.

Le cose semplici, normali, da queste parti piacciono poco. Risultano poco credibili.

* * * * *

​— Hai portato i girasoli? Bravo! Ecco, mettili lì nell’orcio, per favore. Stanno bene, vero? Anche l’uva da vino? Perfetto, così la mettiamo sul tavolo lungo del buffet, alternata alle melette. Tutta produzione delle nostre terre.

È una collinetta a prato inglese. A circa metà sta una bella solida casa su due piani. Sulla parte più alta una piscina a pelo d’erba e, a fianco, una specie di gazebo allungato, in legno, con un piccolo spazio centrale – chiuso da ambo i lati da vetri scorrevoli – dove alcuni personaggi si aggirano tra fili, amplificatori, un violino, un flauto, un piano elettrico, una chitarra classica, luci da disporre in modo che la faccia dell’attore sia illuminata correttamente.

Manca poco all’evento. Una grande tensostruttura bianca ripara file ordinate di sedie bianche rivolte verso il gazebo dove i musicisti si stanno preparando.

​— Dora perché fai così? Che avrei dovuto fare?

​— Non me ne frega niente, io non suono.

​— A mia madre l’ho detto che era meglio di no, e aveva pure capito – senza nemmeno chiedere niente, sai quanto è discreta! – ma come potevo impedirle di invitare i genitori, lo sai pure tu quanto sono amici!

Dora stringe il flauto traverso d’oro come se stesse per spezzare una matita. Gli altri, discreti, si sono spostati nell’angolo opposto. Se ne stacca Francesco – alto, con la maschera tragica dello chançonnier napoletano – che prende sottobraccio Vincenzo e gli dice adesso è meglio se vai tra gli invitati, provo a parlarci io con Dora, d’accordo?

Vincenzo non chiede di meglio. Tenta una carezza sui capelli di Dora, che la respinge con un gesto brusco della testa, ed esce. Francesco si accuccia vicino al pouf su cui sta accartocciata Dora e parlottano fitto fitto per un po’. La voce di Francesco è suadente, poi severa.

Alla fine funziona. Doria soffia nello strumento un incanto di fauno. Non è nel programma di stasera. Da sempre, suonare Ravel la rilassa e le dà forza.

Qualcuno ancora si aggira quando Francesco presenta la serata di beneficenza, ringrazia tutti i presenti e soprattutto la famiglia Cardarelli che ha messo a disposizione la propria bella tenuta.

Tutti ormai hanno preso posto. Si alternano una canzone napoletana, un brano di musica classica, una poesia.

Dopo una mezz’ora, la maggior parte degli invitati sono rimasti in ascolto attento, disciplinati e compiti. Altri circolano per il prato, a scoprire nuovi punti di ascolto, a mixare con i grilli, a guardare la via lattea al riparo dalle lampade, a godersi la serata di fresca estate, ad intrecciare affari, a flirtare.

Dora suona con il giovane – un vero talento – chitarrista che la guarda adorante e l’incontro degli strumenti è perfetto.

Francesco passa dal drammatico al delicato con la stessa passione e la stessa tenerezza che lo fanno così amare dai cerebrolesi che assiste, nella sua attività professionale – il canto, per lui, è solo un piacere – presso il centro a favore del quale è stata organizzata la serata.

Cinzia è tra chi si aggira ai margini del parco, lungo le siepi di rosmarino e salvia e lavanda, ci strofina le mani e se le porta al naso e le stelle e i piedi nudi sull’erbetta ed è contenta di esserci e di starci bene. Non ha alcuna intenzione di riaprire vecchie ferite.

Il flauto di Dora amoreggia apertamente con la chitarra – i musicisti hanno possibilità relazionali inarrivabili a molti – ed appare in gran forma.

Vincenzo è stranito, non si capacita. Si fuma una bella sigaretta.

Applausi per tutti, alla fine. Soprattutto per Francesco, che ha trascinato anche i nuovi ricchi, per i quali la rispettabilità sta nel non scomporsi, nella tamurriata finale e nell’immancabile funiculì funiculà iamme iamme iammeiammeià. Gli artisti brindano prima tra di loro poi si mischiamo agli ospiti.

Stasera, qualcuno darà un appuntamento. Domani, qualcuno lo mancherà.

Una cartolina

Una Cartolina – Pronto per WordPress

Una cartolina

Tornò da una giornata faticosa ed entusiasmante in montagna, tutta bagnata nonostante l’abbigliamento tecnico che – diceva il commesso – l’acqua non passa proprio. E invece zuppa pure dentro agli scarponi, eppure Silvia era contenta di avercela fatta, di non essere rimasta indietro, di aver superato passaggi difficili, scivolosi. Niente di veramente rischioso ma si era esaltata per il superamento del proprio limite e per la convinzione che avrebbe potuto superarlo ancora.

Non conosceva nessuno, appena arrivata, e si era guadagnata la sua posizione, il suo posto fra persone nuove, il suo posto sulla montagna, il suo posto nel mondo, con le sue proprie forze.

E dunque, quando Giuseppe le aprì e Sirio e Antas le saltarono addosso incuranti di quanto fosse infradiciata, Silvia sorrise con quel sorriso che illuminava l’ambiente, ma stava ancora tutta con se stessa.

Era contenta dell’accoglienza ed era ancora più contenta che così sgocciolante com’era nessuno avrebbe messo in dubbio il suo diritto di imbucarsi in bagno, liberarsi di scarponi, pantaloni, calzettoni, maglietta termica, canottiera di lana, pile, mutande, reggiseno e finalmente godersi una lunga, lenta doccia che si fece scorrere con riconoscenza per il fatto di essere al mondo, di essere lì, di essere stata là, e tra poco di essere seduta a tavola.

Dove il compagno innamorato aveva apparecchiato e l’odore della sontuosa lasagna le era arrivato appena riaperta la porta del bagno.

Il giorno dopo scuola, perciò bambini a letto presto. Li accompagnò Giuseppe, mentre Silvia si godette un calice di vino bianco sul divano.

​— Come è andata la passeggiata?

Insisteva a chiamarla passeggiata, manco lui fosse Messner, e non le era ancora chiaro se per trascuratezza linguistica o sfottimento.

​— Beh acqua tanta. Ma tanta! Però mi sono divertita.

​— Sì? Divertita?

​— Insomma, contenta di avercela fatta nonostante il freddo e la pioggia e qualche compagno di escursione non proprio simpatico.

​Escursione, capito? Non passeggiata. Escursione. Oh!

​— Cioè?

​— Quella che frignava che aveva freddo e quell’altro che ma dove andiamo con questo tempo non è meglio se ci facciamo due fettuccine dalla sora Rosa e così, qualcuno non… non… come si dice? Non allineato, non coerente insomma ma che ci erano venuti a fare? Uffa.

​— Ti ci arrabbi adesso?

​— No, no. Dai. I bambini dormono?

​— Penso di sì, hanno scorrazzato tutto il giorno con gli amichetti in giardino, si sono belli impiastrati di tutto – dal fango alla resina al muschio – e alla fine un grande bagno in vasca ed erano proprio cotti.

​— Mmm…

​— Sì?

​— Sono proprio stanca stanca.

Silvia lo disse un po’ vezzosa e intanto gli appoggiò la mano sul ginocchio.

​— Sì, vedo.

​— Ma che hai? Sei distante. Non sei contento di rivedermi?

​— E tu?

​— Certo, non vedevo l’ora di riabbracciarti!

​— È per questo che te ne vai la domenica, così poi ci riabbracciamo?

Non era giusto. Ne avevano parlato. Lui era d’accordo. Silvia non sarebbe andata se Giuseppe fosse stato contrario, ma così non era giusto.

Giuseppe cercò di recuperare.

​— Dai, vieni qui.

Sul divano a tre posti, Silvia, dalla posizione in rannicchio con le braccia che tenevano le gambe piegate verso il tronco, stava già scivolando verso Giuseppe e gli si strufolò un po’ addosso per farsi prendere in braccio o almeno mettersi stesa con le gambe di Giuseppe per cuscino.

Giuseppe lasciò fare, né aderire né sabotare. Silvia stette un po’ e si ritirò su.

​— Forse è meglio andare a dormire, domani si lavora e ci si sveglia presto.

​— Forse è meglio, sì.

Pausa di indeterminatezza, di quelle pause che c’era qualcosa nell’aria che aspettava di posarsi.

Silvia si stiracchiò, si alzò, si avviò verso le scale e la camera da letto.

​— È arrivata una lettera per te.

Il tono di Giuseppe voleva essere neutro. Era contenuto.

​— Una lettera per me?

​— Una lettera per te.

​— Dov’è?

​— Lì, sulla credenza. Sono poche parole.

​— Scusa, come fai a sapere che sono poche parole?

​— Si tratta di una cartolina, ma il testo è quello di una lettera.

​— E anche se fosse una cartolina, se è indirizzata a me perché l’hai letta?

​— Ma non ho potuto farne a meno, l’occhio mi è andato al testo – chi scrive più cartoline, oggi? – e solo dopo ho visto che era per te.

​— Una cartolina per me, mah…

Silvia ridiscese i pochi scalini che aveva salito, si diresse verso la credenza, uno di quei mobili via di mezzo fra modernariato e vecchiume, dove spiccava un panorama di mare verde su rocce bianche e casette di vari colori pastello.

Carissimo amore mio, è passato tanto tempo dall’ultimo nostro incontro. Ora ho capito che sei l’unica donna che voglio avere accanto per tutta la vita. So di averti fatto male. Se potrai perdonarmi, io sarò qui ad aspettarti per amarti come non ho mai smesso.

Niente firma.

​— Giuseppe?

Giuseppe non era più nel soggiorno. Silvia si rigirò la cartolina fra le mani, la annusò come se la salsedine potesse sprigionarsene, rilesse, riguardò la foto.

Altre meduse

ALTRE MEDUSE

Ieri sera – tu stavi riparando la moto – sono scesa al mare. La spiaggia era piena di meduse in agonia. Come è possibile, tutte così all’improvviso? Fino a ieri non se n’era vista una! E che ci fanno, qui, le meduse, in un’isoletta della Grecia? Ma tu mi stai a sentire?

Rispondi sì certo e mi chiedi il piccolo spalmino di bambù per il burro. Te lo passo.

Ho avuto voglia di piangere, vedendole così, senza più colore, rattrappite di sabbia. Ne ho toccata una con un pezzo di canna: era dura, non leggera come le vedi librarsi nell’acqua. L’ho sentita gemere, al tocco della canna.

Lo so, lo so che le meduse non hanno voce, ma quella stava morendo, e il suo dolore mi ha trapassato.

Tu continui con gusto la colazione. Mi dici che le meduse sono prive di sensibilità, che non possono soffrire. Io queste cose le so. Tu sai che io le so.

Ed ecco che la vedo: luminosa, sovrascritta a lettere nere su un arcobaleno.

Dalla faccia che fai – una vaga smorfia interrogativa – capisco che la mia espressione dev’esserti ben strana.

È la parola sciupare, quella che copre l’arcobaleno. La vedo solo io, lo so.

Posso smettere di sciupare. Semplicemente.

Spero che le meduse fossero morte tanto tempo prima di arrivare sulla spiaggia. Questo è un pensiero che mi consolerebbe. Avresti potuto esprimerlo tu. Spero che siano morte di morte naturale e nel loro elemento noto. Che non siano morte tra spasimi sulle sabbie ostili, mentre l’irraggiungibile salvezza delle maree le lambisce e si allontana, senza pietà.

Non parlo più con te. Sono tornata ai soliloqui interni. Ma adesso questo non mi preoccupa più.

Sarebbe uno spreco anche la scenata che ti aspetti.

Infatti: eccoti lì già pronto a sfoderare il giornale.

So bene che stai riflettendo su quella che chiami la mia eccessiva emotività, priva di basi logiche.

Ho smesso di aspettarmi una reazione che sia diversa dal tuo soave distacco, da quel grigio perbenismo, dalla tua brillante intelligenza al servizio del piattume.

Sono ingiusta: non è stato solo questo.

Eh sì, ho pensato proprio “non è stato solo questo”: al passato.

A volte mi torna nel cuore uno sbuffo di affetto per la tua pulizia, la tua serietà, la tua dolce indecisione.

Non ho mai sentito il tuo desiderio.

Mi sarebbe piaciuto, sentirlo. Mi avrebbe turbata. Mi avrebbe dato calore. Mi avrebbe spaventata. Mi avrebbe fatto sentire viva.

C’è uno squarcio, nel mio ventre, dove ti avrei voluto, dove tu non sei mai voluto entrare. L’hai lasciato avvizzire.

Come abbiamo potuto, per tanti anni?

E adesso, di questo vuoto che è a tua misura, che ne faccio?

Una sete inestinguibile.

Voglio diventare una medusa, nuotare luminescente tra i flutti, brillare nella notte argentata, rotolarmi con le onde.

Posso farlo, se l’aria diventa il mio mare.

Ma sono tornati. Sono tornati i granelli di sabbia. Quelli che mi impediscono di scivolare nel mare.

Saluti

Arriva in motorino: bello, scaciato, abbronzato, sportivo, venticinque anni.

È in ritardo.

Lo sta aspettando davanti alla grande libreria: trent’anni in tailleur elegante, borsa e scarpe di Prada. Classe vera, altroché.

— Scusa il ritardo.

La guarda ammirato e aggiunge:

— Sei sempre uno schianto.

Il broncio della ragazza degrada in un sorriso.

Il ragazzo si toglie il casco per appoggiare un bacio labbra labbra, lei si sottrae senza parere e lo saluta guancia guancia.

Il ragazzo chiede:

— Allora, come mai un appuntamento a quest’ora? E qui, poi?

— Fammi salire, andiamo qui vicino. Guido io.

Il ragazzo scende, mette il cavalletto, tira fuori il secondo casco. La ragazza se lo infila. Lui sale dietro.

Partono: pochi vicoli e parcheggiano davanti a un albergo di lusso.

— Ammazza! Ma a me così mi fanno entrare, qua?

— Vieni, stronzetto.

Entrano tenendosi per mano. La ragazza – alla reception la salutano – ha l’aria di chi ha dimestichezza con l’ambiente. Lui, di chi sa adattarsi all’istante alle situazioni.

Salgono alla terrazza: vista sulla città impressionante. Si siedono, lei ordina per tutti e due, lui la lascia fare divertito. Mangiano di gusto.

— Bello. E pure buono da mangiare. Beh, allora, com’è ‘sta sorpresa?

— Così…

La ragazza sembra avere un’aria mesta.

— Ci siamo sempre visti a casa tua, o fuori città…

Il ragazzo ha l’aria interrogativa ma chi se ne frega, se a te adesso sta bene così…

La ragazza sospira.

— Mi piaceva festeggiare per una volta in un posto bello.

— E che festeggiamo?

— Guarda i gabbiani! Sapessi: la sera controluce sono bellissimi!

— Allora una volta ci veniamo di sera? Mi sa che però qui non sono all’altezza di ricambiare l’ospitalità.

— Ma piantala.

Arriva il cameriere. È anziano, molto professionale.

— Tutto bene, signori? Desiderano il dessert?

— Sì, grazie.

— Porto subito la carta.

Ha risposto lei, naturalmente. Lui la guarda ironico e appena il cameriere si allontana le fa il verso.

— “Sscìggrazie”. Che fai, cambi voce? Domenica allora siamo d’accordo: andiamo sul Velino?

— Ci spacchiamo le gambe! Sono mille e cinquecento metri di dislivello! Non lo so se me la sento.

— Ma come, è un mese che lo diciamo!

La ragazza gli prende la mano sotto al tavolo. Si morde il labbro inferiore. Lo guarda con aria innamorata. Lui si schernisce, poi sfila la mano e, prima che lei protesti, le allunga una carezza sul viso attraverso il tavolo. Nell’impaccio, fa rovesciare un bicchiere d’acqua.

Arriva subito il cameriere a tamponare con un tovagliolo.

— È solo acqua, non si preoccupi. I signori vogliono cambiare tavolo? No? Come preferiscono. Ecco la carta dei dolci; consiglio i biscottini al burro che il nostro chef prepara tutte le mattine. Sono dee-li-zio-si!

Il cameriere si allontana.

— Mi sono stufata, andiamocene.

— Che ti prende, adesso? E i dee-li-zio-si biscottini al burro?

Ridono insieme.

Si alzano, posano i tovaglioli sul tavolo.

La ragazza fa un cenno al cameriere come a dire metta pure sul conto. Escono. Sono davanti al motorino.

— Dove ti porto?

— Preferisco andare a piedi, grazie. Sono un po’ tesa, mi scarico.

— Tesa de che? Boh. Ci vediamo al solito, allora?

Lei gli dà un bacio appassionato, che lui ricambia, sorpreso: in pubblico? Si staccano.

Lui si rimette il casco e svolazza intorno al motorino con la bocca a cuoricino e l’aria dell’uccellino inebriato.

Lei ride. Lui parte.

La ragazza gira l’angolo e ferma un taxi.

— All’aeroporto, per favore.

Apre la borsa, controlla il biglietto: New York, mancano tre ore all’imbarco. Parla al telefonino.

— Sì, i bagagli sono al deposito. Sì, ho restituito le chiavi al padrone di casa. È tutto a posto. Arrivo tra poco. Per la cerimonia, giù? Ci hai pensato tu? Bravo. Je t’aime. Oui. Mais oui. Moi aussi.

Chiude il telefonino. Lo spegne. Appoggia la testa allo schienale.

— Le darò una buona mancia ma lei, sia gentile, vada piano. Vada molto piano, per favore.

Amore e sintassi

​— Goda.

​— Sì, amò?

​— Goda. Si dice voglio che tu goda.

​— E invece?

​— Invece tu, e non è che se lo strilli lo sussurri scuoti i ricci strabuzzi gli occhi cambia tanto, invece tu voglio che godi voglio che godi voglio che godi!

​— Embè?

​— Stavo pure godendo. Insomma stavo venendo, che godere è un’altra cosa, e mi hai fatto venire infelicitato da quelle i.

​— Mi stai prendendo per il culo o dici sul serio?

​— Tu non puoi capire il mio dolore, vero? Non te ne posso fare una colpa, mi rendo conto.

​— Dai amò, ma non t’è piaciuto?

​— Ma sì che mi è piaciuto, come fa a non piacermi con tutto ‘sto bendiddio? Mi è piaciuto, sta tranquilla. Vieni qui.

Mi si rannicchia sul fianco, la testa fra omero e clavicola. Sospira.

Penso sei proprio bella, sei tanta, come si fa? Ma non credo che correrò una seconda volta questi rischi sintattici.

I CONVITATI DI PIETRA

Di Michele Mari avevo letto un altro romanzo, allora consigliatomi da un libraio “per la scrittura”. Non ne ricordo il titolo, ricordo che lo trovai illeggibile e lo lasciai.

Ci ho voluto riprovare con “I convitati di pietra”, attratto sopratutto dalla storia di questi trenta compagni di liceo che, un anno dopo la maturità, mettono in piedi una riffa / scommessa consistente nel versare ogni anno, ciascuno, nel ritrovarsi per la rimpatriata, un importo consistente, da investire e far fruttare, con lo scopo di versare alla fine il capitale agli ultimi tre che saranno rimasti vivi.

Pessimo, vero?

Già.

E infatti Michele Mari si diverte perfidamente a esplorare le tante varianti – la maggior parte davvero malvage, alcune, poche, anche generose – nella quali questa scommessa si può declinare nel tempo, mentre dai vent’anni iniziali si passa alle successive fasi della vita, fino alla vecchiaia avanzatissima.

Intanto, a mano a mano qualcuno muore, e naturalmente ogni evento suscita riflessioni sul significato dell’impianto che hanno messo sù.

Muoiono per le cause e nelle circostanze più diverse: non dirò quali, lascio a chi legge di immaginarle e di trovarne riscontro.

La scrittura è davvero sublime, pur nella ricercatezza però mai affettata.

A metà circa della lettura la mia sensazione principale era che Mari odiasse i suoi personaggi e che li dipingesse, senza nemmeno bisogno di attingere alla vera cattiveria, al loro peggio.

Una particolarità della quale non ho davvero colto il senso sono i precisi (suppongo: non ho controllato) indirizzi delle abitazioni, delle chiese dove si svolgono i funerali e tanti altri particolari del tutto inessenziali alla narrazione.

Un altro tema che ricorre, e questo nella narrazione almeno un senso ce l’ha, è la passione di uno dei protagonisti per Gene Hackman, attore che ho sempre amato, ma anche le continue elencazioni dei film ai quali ha partecipato mi sono arrivate come pesantezza inutile.

Sono centocinquantasei pagine: il sospetto che l’editore gli abbia chiesto di arrivare almeno a centocinquanta è duro da scacciare, considerato che indirizzi e titoli di film mi hanno dato la spiacevole impressione di fungere da riempitivo.

Credo che il romanzo possa accogliere diversi piani di lettura e questo è sempre un pregio.

Quello che alla fine mi è sembrato avere più significato è la consapevolezza dell’avvicinarsi della fine e la voglia di arrivarci, dopo la vita di bassezze dei personaggi di questo romanzo, con la particolare e inedita tenerezza che emerge, per me inaspettata e lo stesso non contraddittoria rispetto all’andamento generale, dalle ultime pagine.

Ne ho goduto per tutto il tempo della lettura. Non è poco, direi.

Il mio giardino persiano

Con tutta la simpatia per i registi che, a quanto pare, hanno dovuto girare di nascosto, un film sì delicato ma del tutto inverosimile e, purtroppo, anche dal finale facilmente prevedibile.

Finale, peraltro, secondo me per niente “necessario”, forzato solo per dare un guizzo di drammaticità a un incedere lento e poco credibile.

Essere stato girato in Iran, inoltre, a parte un paio di intermezzi sulla polizia morale che arresta una ragazza dai capelli colorati – anche questo episodio c’entra poco con la storia – e su una vicina impicciona, non mi pare molto rilevante e temo che, se fosse stato ambientato, e sarebbe stato altrettanto verosimile, in un paesino, per dire, dell’Abruzzo, lo avremmo probabilmente considerato, soprattutto, tremendamente noioso.

LO STRANIERO

Uno di quei classici della letteratura il cui titolo resta in un grumo di sinapsi da qualche parte finchè capita l’occasione, spesso casuale, che stavolta è stata l’associazione con il recente film, che peraltro non ho visto.
Mi si è associato anche a Tempo di uccidere di Flaiano, per l’estraneità di entrambi i protagonisti al mondo che li circonda e che sentono alieno, nell’insensatezza dello starci: “gettati”, direbbe Heidegger.

Forse “L’estraneo” mi sarebbe sembrato un titolo più adeguato.
La storia racconta del protagonista che passa dalla morte della madre a uccidere senza motivo – “è stato il sole negli occhi”, risponderà al processo – un arabo sulla spiaggia.
Siamo nell’Algeria colonia francese e credo sbagli di grosso chi ci ha visto istanze politiche, quando l’unico tema è quello dell’estraneità al mondo dell’essere umano, per quanto sollecitato da ogni parte – il poliziotto, il giudice, il cappellano – a cercarsi dentro ragioni del proprio modo di stare al mondo.

Tutt’altro che consolatorio, cattura in modo stranamente magnetico.
Interessante anche l’introduzione di Saviano che, come sempre faccio, ho letto dopo il romanzo.
Da leggere assolutamente.