IL CUSTODE

Centosessanta pagine ben scritte – per carità, la scrittura di Ammaniti non la discuto – per una storiella che potrebbe essere uscita da un lavoro di gruppo, con il sostegno di AI per i riferimenti mitologici, di una buona terzo liceo classico.

Dispiaciuto di non poterne dire bene, perchè Che la festa cominci mi ha fatto ridere come pochi e Come dio comanda era un gran bel romanzo ma, dopo aver aspettato anni per una nuova opera e aver fatto stampare questa, temo di dover concludere che il mestiere è rimasto ma l’ispirazione si è proprio spenta.

Qui siamo alle prese con una vicenda fanta-mitologica che delle tipicità di Ammaniti ha l’esistenza di qualcuno in qualche modo “costretto” e qualche catastrofe finale, ma che non riesce a decollare, con personaggi azzeppati e senza spessore.
Peccato, davvero peccato

DUE SPICCI

Un noir urbano, dove urbano sta per una Roma periferica, fra spacciatori e strozzini in mezzo ai quali si trova una famiglia che gestisce con successo un piccolo ristorante e che va a finire in brutti guai per via della prima comunione della figlia che vogliono celebrare in grande e perciò chiedono un prestito a chi non dovrebbero.

L’alter ego di Zero, intanto, si accolla in casa un vecchio amore, mai realizzato, che ha bisogno di nascondersi dal pessimo soggetto, di cui è comunque innamorata persa, che la mena di brutto, salvo poi spedirle messaggini zuccherosi e pentiti.

Questi i due filoni principali, tenuti insieme da antiche e profonde amicizie che, sviluppatesi nel corso di decenni, devono però fare i conti con le strade diverse che hanno preso le vite di ciascuno.

Nel momento del bisogno, però, come nei Blues Brothers scatta “La band!”, e nell’antica solidarietà gli amici cercheranno qualche strada per uscire insieme da una situazione che è diventata pericolosissima e che pare senza via di uscita.

Le considerazioni filosofico-esistenziali di Zero, contrappuntate dalle provocazioni più terra terra dell’Armadillo-Mastandrea, scorrono durante tutte le vicende e, per quanto abbia riconosciuto il valore della sincerità e del coraggio di esporsi, qualche volta mi risultano un po’ in eccesso.

Il finale è del genere “è andata così, siamo tutti cambiati, vediamo che cosa ci riserva il futuro e se facciamo bene a pensare che potrebbe essere diverso dal passato”.

Ho particolarmente apprezzato – in genere non amo i cartoni animati e quindi non ho potuto farci molto caso in altre circostanze – la superiorità del disegno, rispetto al cinema, nel fermare un’espressione e nel portare l’attenzione su particolari anche molto piccoli.

Vale la pena guardarlo.

QUELLO CHE POSSIAMO SAPERE


Per la prima volta, nel leggere un romanzo di McEwan – e credo di averli letti tutti – dopo centocinquanta pagine mi sono chiesto se valesse la pena proseguire.
Anticipo la risposta: sì, ne vale la pena e come!

Anche se con almeno un fattore critico importante, e cioè che lo svolgersi degli avvenimenti iniziali nel mondo futuro del 2120 risulta un mero pretesto per fornirci la previsione dell’autore sui disastri che si dispiegheranno nei prossimi cento anni.
Pretesto: perchè, se avesse collocato nell’oggi i ricercatori della grande poesia del grande poeta e arretrato di forse vent’anni gli eventi oggetto di ricerca il romanzo sarebbe stato ottimamente in piedi lo stesso.

Dunque, la nostra coppia di accademici è alla ricerca di tracce documentali sulla straordinaria poesia della quale si dice esistesse una sola copia.
Poesia forse d’amore forse intrecciata a istanze ecologiche che fu ascoltata soltanto dai pochi invitati alla festa di compleanno della moglie del grande poeta.
Tutta la prima parte, perciò, sta nei tentativi di ricostruzione degli eventi intorno a quel compleanno, a quelle relazioni e nella strenua ricerca di tracce per ritrovare il testo dell’opera fondamentale. Tutto ciò mentre si snodano le vite dei ricercatori fra le loro relazioni complicate ed è qui, nella descrizione degli intrecci e degli altri e bassi emotivi dei personaggi e nelle loro giravolte valoriali, che McEwan dà il meglio di sè.

Il meglio di sè che sale addirittura di livello quando, nelle ultime centocinquanta pagine, la storia faticosamente ricostruita del grande poeta e della moglie e dei loro amici ci viene raccontata in modo piano, dove a confermare dove a smentire le ipotesi e le ricostruzioni fatte all’inizio.

Il finale sarà sorprendente, dopo che i vari personaggi si saranno espressi al massimo della loro umanità così insopportabilmente contraddittoria, e forse per questo così, umanamente, preziosa e squallida.
Da leggere.

A volte un bacio


Walter Lazzarin, “Scrittore per strada”, incontrato a Roma, a Largo di Torre Argentina, qui ripreso mentre recita un divertentissimo tautogramma (*) che mi ha regalato poi in un foglietto, mentre mi scrive una dedica sul suo romanzo “a volte un bacio” che ho comprato, che dalle prime pagine “si fa leggere”, poi ne dirò meglio.

Ha 40 anni, da mesi gira l’Italia così.

Mi ha fatto ripensare a un meraviglioso libretto, Scrivere zen, mi pare Astrolobio, pieno di invenzioni di questo genere e che consiglio a chiunque non si ritenga già uno scrittore affermato.

Qualcuno si chiede se si può vivere di scrittura, ecco, pare che Walter ce l’abbia fatta.

(*) Il tautogramma, l’ho imparato in questa circostanza, è un racconto o poesia scritto con parole che cominciano tutte con la stessa lettera.

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LE COSE NON DETTE

Secondo me, uno dei migliori film di Muccino, sia pure nel ricorrere delle tematiche fisse del suo cinema, di relazioni che non funzionano, si rompono, a volte si aggiustano, più spesso no, in una specie di maledizione esistenziale sulla possibilità di vivere relazioni sane, nutrienti, appaganti.

Come in tutti i suoi film anche qui ci sono scene di personaggi che corrono ma stavolta con maggiore misura e con un senso di necessità, non solo per dare movimento.

Due coppie, Claudio Santamaria e Stefano Accorsi – qui più bravo del solito – con le rispettive mogli Miriam Leone e Carolina Crescentini.

Nella foto manca Blu – interpretata da Beatrice Savignani – una giovanissima allieva di Stefano Accorsi, professore universitario, che funzionerà da catalizzatore delle esplosioni emotive che sconquasseranno le due coppie, che avevano programmato una settimana rilassante di vacanza a Tangeri.

Nella foto c’è invece la figlia tredicenne del ristoratore di successo Claudio Santamaria e della moglie decisamente non del tutto equilibrata.

La ragazzetta diventa, prima suo malgrado ma poi con una certa malizia, protagonista laterale, rispetto alla quale Muccino dice e non dice ma ci fa sospettare che possa aver avuto una parte non secondaria negli eventi finali.

L’ho vista come una specie di programma mucciniano che sembra dirci guardate che le nuove generazioni non saranno migliori.

Ottima sceneggiatura.

So che nel mondo del cinema Muccino e Accorsi sono ferocemente criticati, a me continuano a sembrare entrambi molto bravi.

Il velo dipinto

Storia lunga da raccontare, fra Inghilterra e Cina anni 1920, fra amori, tradimenti con un’epidemia di colera in mezzo .

Detta così può sembrare una storiaccia banale, ma regia e attori fanno la differenza tra un potenziale polpettone e una drammatica e bella storia d’amore.

Diretto da John Curran.
Cast: Naomi Watts, Edward Norton, Liev Schreiber, Toby Jones.

Butcher’s crossing


Letto solo perchè dello stesso autore di “Stoner” e perchè consigliato da Mario Santamaria, è uno di quei libri ai quali, al solo leggere il risvolto di copertina, non mi sarei mai avvicinato, chè figuriamoci che me ne può fregare di quattro uomini che, intorno al 1870, partono alla ricerca di una valle dove uno dei quattro, forse dieci anni prima, ha trovato una enorme mandria di bisonti.

Invece John Williams è di quegli autori che, come in Stoner, con l’incedere piano della sua scrittura, ti appassiona e ti tiene con il fiato sospeso ad aspettare se troveranno questa valle, che faranno dopo averla trovata, come se la caveranno di fronte alle mille difficoltà che una natura ancora non domata dall’incedere della ferrovia li costringe ad affrontare.

Gli snodi drammatici arrivano senza bisogno di grande preparazione, tu che leggi sai che arriveranno, puoi anche intuire quali saranno ma fino alla fine non ci vuoi credere e ti aspetti di incontrare l’espediente letterario, lo svincolo geniale e, quando saranno la natura, le conseguenze dell’avidità e il mercato che improvvisamente si gira ad averla vinta, cercherai ancora la trovata che dia una via di uscita dignitosa a questi quattro uomini puzzolenti, determinati e coraggiosi.

Se ci saranno, vie di uscita, non lo dico certo qui.

Non che potrei rovinarvi le sorprese, perchè trovarsi a stare in contatto con un mondo sconosciuto, tutto diverso dalle tante epopee viste al cinema, a sentirne gli odori, a soffrirne il caldo e il freddo, è privilegio sufficiente, di quelli che solo i grandi scrittori sono in grado di trasmettere.

Il paradiso probabilmente

Una chicca su Rai play del regista e qui anche attore palestinese Elia Suleyman, che si aggira come osservatore estraneo fra la sua terra, Parigi, New York, alla ricerca di un produttore per il suo film che sì, noi appoggiamo la causa palestinese e vi siamo vicini ma qui c”è poco della Palestina, è un progetto che malheureusement è lontano dai nostri programmi.

Il protagonista, che nella realtà è un palestinese di nazionalità israeliana, cammina spaesato o guarda dal tavolino di un bar l’assurdo che lo circonda, in un misto di ironia e dolore contenuto, dovunque fuori posto.

L’ho guardato con piacere e mi sono reso conto che mi dev’essere rimasto stampato in faccia per quasi tutto il tempo un sorrisetto fra l’ebete e il tristino.
Il film è del 2018, questo mi pare sia importante saperlo.

Il Bene Comune

Uno di quei film che quando hai finito di vederlo ti senti meglio.

Intendiamoci, è un film che a suo modo è semplice ma mai scontato, con alcuni intermezzi stralunati dosati con sapienza, mai forzati.

È un film di sentimenti ben espressi e ben rappresentati, con interpreti bravi e con Rocco Papaleo che, sia da attore che da regista, trasmette una profondità scanzonata e che proprio per questo arriva al cuore.

Lo consiglio anche ai cinefili, non a chi ha le allergie per quel che di buono nella vita pure c’è.

Teorema

Ricordo di averlo visto al cinema Rialto e di esserne uscito stordito, incapace di mettere in fila quello che mi frullava dentro.

A distanza di alcune decine di anni – saranno un paio d’anni che lo tengo a bagnomaria – ne resta intatta la potenza. La critica feroce alla borghesia, che sbaglia anche quando regala la fabbrica agli operai perchè così impedisce loro di fare la rivoluzione, possiamo lasciarla fra gli eccessi di ideologismo, mentre resta intatta l’eversione che, attraverso la sessualità tenera e sfrontata del bellissimo Terence Stamp, contagia ogni singolo membro della famiglia, da Silvana Mangano a Massimo Girotti ai due giovani figli: solo la servetta Laura Betti, unica proletaria, ne uscirà trasfigurata di santità.

Pure per questo, anche più che per Ubriaco d’amore di cui dicevo ieri, serve azzeccare il momento con l’umore giusto, ma Pasolini riesce sempre a non lasciarci nell’indifferenza.