UBRIACO D’AMORE

Sono in un periodo fortunato, con i film.
Questo lo avevo cominciato a guardare anni fa e lasciato dopo pochi minuti.
Fu un gravissimo errore e, se non mi fossi reso conto che il regista è lo stesso P.T.Anderson di Magnolia e di Una battaglia dopo l’altra, mi sarei perso un grande piacere.
È di quei film che non mi sento di consigliare a tutti, credo che serva pure azzeccare la giornata con il giusto umore ma, se i pianeti saranno ben allineati, allora Adam Sandler e Emily Watson e, in una parte secondaria, pure il grandissimo Philip Seymour Hoffman, risulteranno una coppia indimenticabile.

La città di pianura

Questi due inguaribili smandruppati, cinquantenni troppo vecchi per crescere, alla ricerca dell’amico – il genio – di ritorno dall’Argentina per recuperare il tesoro, caricano il Jean Louis Trintignant della situazione – restio, ma senza che gli tocchi la brutta fine che ne Il sorpasso – sulla Jaguar che ha conosciuto altri splendori in un on the road lungo le province venete, fra ville decadute, locali dove cucinano le migliori lumache del mondo e gioielli architettonici conosciuti solo da turisti giapponesi. Fa riconciliare con il cinema italiano, questa storia con protagonisti che finalmente non si guardano l’ombelico dei loro tormenti interiori.

Attori a me sconosciuti, Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla, bravissimi nel rendere credibili mondi che non ho mai incontrato, regia misurata e finalmente con tocchi di originalità ma senza quelle estenuanti ricerche di “inquadrature belle” a ogni costo.
Il regista è Francesco Sossai, al suo secondo film: spero che continui su questa strada.

Una frase perfetta


Scrivere una frase perfetta, sabbiata più che levigata, che arrivi alla pelle senza graffiare nè scivolarci.

Ci vorrebbe un poeta, a scegliere i suoni di parole inaccostabili: ossimori o melodie dodecafoniche?

Come glielo puoi dire?

A chi vuoi dirlo?

A che ti sarà servito averlo detto?

Come ti farà vivere meglio questa insensatezza che ci impegnamo, sapendone l’inutilità, ad accogliere bonariamente?

Energia e preghiera


A cena da mia sorella, le arriva un messaggio su Whatsapp.

È un messaggio audio, che ascoltiamo tutti.

— Vi chiediamo di dire una preghiera per un bambino, che purtroppo ha bevuto da un contenitore con acido muriatico, o forse un’altra sostanza, ma sta gravissimo in ospedale. I genitori sono nostri parrocchiani, brave persone, grazie per quel che potete fare, Dio ve ne sarà grato.

Probabilmente, mi dico, è il parroco che sta facendo girare ai parrocchiani. Penso a quel bambino, penso alla disperazione di quei genitori, che insieme mi fanno rabbia per la loro incoscienza.

Poi mi rivolgo a mia sorella e le chiedo:

— Poveretti, ma a che serve questo?

— Intanto è energia che circola.

— Ti prego, che c’entra l’energia? È solo una parola sotto alla quale chiunque fa passare di tutto, l’energia no, per favore!

— Comunque, male non può fare, no?

Certo che non può fare male.

E rifletto: se tante persone ci credono, lo fanno, un senso per loro ce lo deve avere. Mi do alcune risposte, come dire? antropologiche: il senso di comunità, di appartenenza; il sostegno per quei genitori: sapere che tante persone stanno pregando per loro, anche se le preghiere non incideranno in nessun modo sulle cure che quel bambino sta ricevendo, li farà sentire meno soli.

Ma è l’ultima considerazione di mia sorella che mi sembra decisiva, e che mi induce a “mandare” un pensiero a quel bambino e a quei genitori:

— Se anche facesse bene solo a chi la dice, quella preghiera…

Battesimo con esorcista

Sono stato a un battesimo, chiesa di periferia, fra verde e superstrade.

Il parroco che celebra la funzione è un uomo sanguigno, che spiega ogni singolo passaggio della liturgia e così si propone di dare senso all’intera cerimonia.

Quando arriva alla funzione di madrina e padrino insiste sul fatto che devono vigilare sui genitori se questi non si comportassero bene e anche su quanto sia importante scegliere bene madrina e padrino, perché meno male che c’è don X nella parrocchia qui vicino che è un esorcista, che quando sono capitati madrina e padrino pericolosi, che trafficavano con amuleti e cose simili, abbiamo dovuto farlo intervenire sul bambino, e per fortuna che stava ancora alle elementari e non è stato troppo complicato liberarlo dal male.

Quando poi spiega che il battesimo è il primo esorcismo, perché libera dal peccato originale, un gelo si trasmette fra i presenti ma alla fine va tutto liscio.

Gli esorcismi saranno poi uno degli argomenti di conversazione del rinfresco successivo, nel giardino di una delle villette racchiuse in un quartierino isolato, dove vivono fratelli sorelle cugini di una famiglia allargata che avuto la lungimiranza di comprarne una porzione e di costruirci.

L’ambiente è molto piacevole, il catering ottimo, l’atmosfera rilassata, con i ragazzini che hanno a disposizione un bigliardino e uno spazio aperto dove giocare a palla.

Mi guardo intorno, cerco di individuare in che tipo di sceneggiatura sono capitato.

Un film di Muccino? No, perché non vedo nessun segnale di tresche nascoste, che poi non si può mai sapere ma insomma sembrano tutti davvero rilassati e collaborativi.

Nemmeno un film di Virzì, perché le convinzioni non sono esibite e quel poco che emerge è del tutto moderato da battute innocue e pure divertenti e anzi con una certa attenzione delle parti femminili a temperare a priori se qualche maschio volesse eccedere.

Insomma, un mondo normale di persone con un certo agio senza ricchezze da esibire. Del quale, per storia e censo e familiarità, dovrei serenamente sentirmi parte.

E, invece, irrimediabilmente: no.

Gli animali e io


Cani, gatti, animali in genere, sono fonti di sporcizia e malattia: sono stato educato a questo e, perciò, a starne lontano.

Da piccolo, ricordo la tartaruga sul grande terrazzo dei nonni materni. Un giorno scomparve, non se ne seppe più niente: un po’ mi dispiacque.

A otto, dieci anni, lo zio Raffaele mi portava a caccia con lui. Mi piaceva essere bravo a colpire il bersaglio, mi dispiaceva raccogliere l’uccelletto morto. Qualche volta erano solo feriti e mio zio aveva l’accortezza di finirli – li strozzava con due dita nascondendo la mano dietro alla schiena – cercando di distrarmi. Di quella stagione, come bel ricordo, non mi è rimasta la caccia, ma le salsicce infilate su un ramo di faggio appena sbucciato e poggiato su un altro ramo a forcella, sopra al fuoco acceso nel bosco, e il panunto. E il procedere nella natura, che allora mi pareva selvaggia, tanto che andarci dentro mi è rimasto come bisogno e piacere che vuole tuttora esprimersi ogni volta che può.

I figli erano ancora piccoli, cinque e sette anni, e con Enrica decidemmo di prenderci finalmente una vacanza da soli. Li lasciammo con amici, dei quali ci fidavamo, che gestivano un campeggio per ragazzi e, con un’altra coppia, andammo in Sardegna. Per un paio di giorni fummo ospiti di loro amici, che avevano due figli e un bellissimo cane lupo. Lui passò tutto il tempo a prendersi cura del cane lupo – gli faceva lunghe, misteriose operazioni fra i denti – disinteressandosi dei figli. Non ho un ricordo preciso dello svolgimento, ma a un certo punto disse qualcosa il cui senso era – convinto, molto convinto, non scherzava affatto – che per lui il cane lupo era più importante dei figli. Questo mi colpì molto, e infatti ancora lo ricordo, anche se con quelle persone non ebbi altri contatti nella vita. Era qualcosa di cui non mi potevo capacitare. Eppure esisteva.

Dove ho lavorato per trentasette anni c’era una donna, allora sui quaranta, intelligente, colta, ben curata, con aria sempre abbastanza distante. Viveva con quattro cani. Un volta che mi capitò di scambiarci qualche parola le chiesi come mai non avesse un compagno. Allora potevo essere troppo diretto, poco curante della sensibilità dell’interlocutore, ma quella volta deve essermi uscita con il tono giusto, perché mi rispose sorridente che la sua psicologa le aveva proposto, e a lei era piaciuto, che prendersi cura dei cani fosse un modo di allenare i sentimenti. Questo punto di vista mi colpì, e cominciai a osservare diversamente il rapporto essere umano – animale.

Una volta – ero separato – andando a trovare i figli, vidi Marco, allora adolescente, che insieme a un amico stava dando latte con un biberon a un micetto sperduto, che avevano riparato in una scatola di scarpe. Gli dissi, mi uscì così, che sarebbe stato un bravo padre, È in effetti un bravo padre. Anche Giordano lo è.

Andai a vivere a casa di Adriana, nel momento in cui uscì dalla casa dei genitori. Avevo preteso che lasciasse dai suoi Pippo, un bastardo bianco chiazzato nero, di media taglia, irruento e attaccabrighe. Un giorno che eravamo andati a trovare i suoi genitori vedemmo la madre di Adriana – di grossa corporatura – che stava rischiando di cadere, letteralmente trascinata da un Pippo incontenibile, e convenimmo che Pippo avremmo dovuto prenderlo con noi. Così fu: una rottura infinita, un vincolo continuo. Tuttavia, mi piaceva portarlo a fare il giro di pisciata della mattina. Invecchiò, si ammalò, aveva un’artrosi che non ce la faceva quasi più ad alzarsi. Quando scendevo la mattina ormai dovevo portarmi l’occorrente per pulire perché gli usciva prima di varcare la soglia del portone e al ritorno lo riportavo a casa – eravamo al primo piano – in braccio, perché non era più in grado di salire le scale. Andò avanti qualche mese. Mi avrebbe fatto piacere accompagnarlo a morire, ma Adriana non se la sentì e lasciò questo compito ai genitori.

Mi sposai di nuovo. A casa di Uliana, in Umbria con un piccolo giardino, c’era già Lara, che sembrava la copia di Pippo. Lara ogni tanto scappava e una volta tornò incinta. Nacquero tre batuffoli proprio quando Uliana era in Usa per lavoro; li trovai la mattina appena alzato, Lara aveva fatto tutto da sola, mi avevano spiegato che si sarebbe mangiata lei stessa la placenta (che schifo!) e che avrei trovato tutto pulito. I tre cuccioli li regalammo a qualcuno che, ci accertammo bene, se ne sarebbe preso buona cura. Poi abbiamo divorziato, Lara è morta quando non vivevo più lì, mi è dispiaciuto.

Infine, incontro una tipa dai capelli da fata turchina che mi dice di vivere con diciassette animali, che mette le tartarughe in frigorifero per letargarle, che le portano cani e gatti disastrati che lei rimette in sesto. È vegana, animalista e qualche altro ista che non ricordo. Non mi pare però del tutto fuori di testa, mi incuriosisce molto.

Sono rimasto segnato da quella spiegazione della psicologa circa il rapporto con un animale come allenamento ai sentimenti, e infatti so che diversi animali funzionano bene in accompagnamento a una terapia.

Vedo anche, però, che qualcuno si allena tutta la vita e non passa a giocare sul campo. Mi sono convinto che sia perché, nella relazione con un animale, l’umano non ha bisogno di fare la fatica di contrattare un modo di stare insieme, perché è il solo a stabilire le regole. E non rischia l’abbandono, mentre ottiene abbastanza facilmente fedeltà, accoglienza, le feste, può anche soddisfare il bisogno che tutti abbiamo di contatto fisico, di abbracci.

Ho letto qualcosa su Wikipedia, quindi senza grande approfondimento, di biocentrismo e antispecismo: mi sono fatto l’idea che, una volta fattane una metafisica, si possa arrivare a teorizzare che una relazione essere umano – animale possa essere considerata alla pari di una relazione fra esseri umani. Non sono sicuro che sia una prospettiva augurabile e, tuttavia, potrebbe aprire a punti di vista del tutto nuovi. Mantengo sospeso il giudizio.

Appagata


Io non sapevo che cosa fosse sentirmi appagata dall’universo e potermi permettere di perdermici dentro.

Questo è stato.

Dalla prima volta, questo è ogni volta.

Ti vedo beato alla luce del pomeriggio avanzato che filtra bassa fra i listelli delle tapparelle a indorare le polveri sospese.

Scendo a preparare il caffè.

Torno con il vassoietto – due tazzine, i biscotti, la zuccheriera – e tu mi guardi dritto e, come ogni volta, mi prendi il polso, lo scorri fino alle unghie e ti fai scivolare sul palmo la tazzina fumante.

Scivolo sotto al lenzuolo.

È una certezza: quando mi girerò a guardarti – adesso non fa più così male – i tuoi occhi saranno diventati tristi e oscillerai fra i tuoi soliti dubbi, detti ad alta voce o ingoiati in silenzio: che non potrà durare, che non puoi bastarmi, che finirai per essere sostituito.

Ho imparato a non contrastarti: niente nessuna parola nessun gesto potrà placarti e nemmeno sorseggiare il caffè insieme dopo l’amore potrà saziarti.

Farò pure bene a non cercare di consolarti perché – magari riuscissi a vederti quanto sei cucciolo! – ti sentiresti ancora meno all’altezza.

Resto, a fatica, neutra.

Tu finisci il caffè e ti alzi. Non sei brusco, resti gentile, mi piace guardarti nudo anche se stai già altrove.

Ci sto facendo l’abitudine e mi dico che questo non è giusto per me: perché mai dovrei farci l’abitudine? Perché l’amore è questo? È accettare? Forse è questo che l’universo mi chiede per mantenermi aperta questa strada di polvere di stelle che porta al sacro?

So che tocca a me accogliere le tue paure, le tue rabbie, i tuoi allontanamenti dolorosi. Toccherà sempre a me rimediare e sono stanca.

Ma, se è proprio questo che l’universo mi chiede, c’è forse un modo in cui potrei far cambiare direzione al destino?

E se ci fosse, un modo, sarebbe davvero questa la strada che vorrei percorrere?

Tre ciotole

Nella prima scena, al supermercato, la cassiera propone tre ciotole in offerta, lui dice ma che ci facciamo lei dice prendiamole.

Appariranno qui e là, mentre la storia si svolge, senza un vero significato, mi pare, se non quello di oggetti che ricordano un momento vissuto insieme.

Mi piaceva Michela Murgia persona, la sua intelligenza e prontezza di spirito, non mi piaceva la sua scrittura – Accabadora non sono riuscito a finirlo – e perciò aver visto il film non mi fa venire voglia di leggere il libro da cui è tratto.

È una bella storia che mi pare abbia trovato nella spagnola Isabel Coixet la regista giusta, che riesce anche a rendere i vicoli di Trastevere come se ci avesse vissuto da sempre.

La voce, soprattutto la voce di Alba Rothwacher è la protagonista.

Insieme con Elio Germano sono perfetti, non riesco ad immaginare una coppia alternativa di attori italiani allo stesso livello di bravura e intensità e senza mai il bisogno di strafare.

Della storia non serve dire, se non che tocca tante sfumature di una relazione amorosa che nessuna ragione può spiegare.

Che cosa dice la funga al fungo che vuole fare all’amore?

L’invenzione del colore


Non ho voglia di raccontare qualcosa di questo romanzo, vorrei soltanto dire compratelo e leggetelo e poi fatemi sapere se siete riusciti a staccarvene prima di aver letto l’ultima delle sue quasi quattrocento pagine.

Perchè ho paura che a dire qualcosa delle storie che ci sono dentro rischierei di indurre a qualche classificazione, che per sua natura è escludente.

Invece, è un romanzo romanzo, e un gran bel romanzo, senza trucchi senza artifici senza furbizie, sorretto soltanto – “soltanto”! – da una signora scrittura e da un gran cuore a volte sopraffatto solo dall’intelligenza.

Sono riuscito, a far venire la voglia di leggerlo, senza spiegare in che consiste l’invenzione del colore del titolo?

Spero di sì, perchè è uno di quei libri nei quali ci sono pagine davvero memorabili, proprio nel senso che pure dopo che sarà passato tempo e avrò dimenticato tante cose mi sarà rimasta la memoria di quella corsa a scappare dai cinghiali fino a incontrare quel laboratorio e di quella mail piena di amore e spietatezza.

Leggetelo.

Per una teoria della giustificazione del sistema

Da leggere parola per parola

Paradosso2

PERCHÉ I POVERI VOTANO PER I RICCHI? LA PSICOLOGIA DELLA “SERVITÙ VOLONTARIA”

– Un libro, 4 domande

il libro è: “Per una teoria della giustificazione del sistema” di John T. Jost a cura di Lavinia Marchetti




DOMANDA 1: PERCHÉ I POVERI VOTANO I RICCHI?

– La psicologia della servitù volontaria.

Perché, di fronte a disuguaglianze crescenti, non c’è una rivoluzione ogni giorno? Perché spesso chi sta peggio difende lo status quo con più ferocia di chi sta meglio?

Da A Theory of System Justification:

“Perché le persone sembrano tollerare, e persino abbracciare, la propria sottomissione quando non sono costrette con la forza a farlo? […] Secondo la teoria della giustificazione del sistema, le persone sono motivate, spesso a un livello non conscio di consapevolezza, a difendere, sostenere e giustificare le istituzioni e gli assetti sociali, economici e politici da cui dipendono”.

Ammettere di essere vittime di un ingranaggio ingiusto provoca un dolore psichico immenso, infatti se penso che il sistema è corrotto, io sono una vittima impotente. Se invece credo nel “merito”, la mia povertà diventa una colpa individuale o un fatto temporaneo: il mondo conserva un senso e io conservo l’illusione del controllo.

– Esempio Politico (La Flat Tax): In Italia vediamo spesso fasce di popolazione a basso reddito votare per partiti che propongono tasse piatte (flat tax) o tagli al welfare. Per Jost è l’identificazione con un orizzonte di “successo” futuro. Preferiamo difendere il diritto di un ricco a non pagare tasse sperando, un giorno, di essere quel ricco.

– Esempio Sociale (Il “Sogno Americano” all’italiana): La convinzione che “chi si impegna ce la fa sempre” agisce come una barriera. Se vedo un senzatetto, la mia mente giustifica il sistema pensando: “avrà fatto scelte sbagliate”. Questo riduce l’empatia e inibisce la richiesta di ammortizzatori sociali .

– Esempio Aziendale (Il mito del “Self-Made Man”): Molti dipendenti sottopagati difendono il CEO miliardario come un eroe della libertà. Giustificare il suo enorme patrimonio serve a rassicurarli: viviamo in una società dove il talento viene premiato, quindi anche la mia vita ha una prospettiva.

Paradosso3

DOMANDA 2: COME FACCIAMO A SOPPORTARE LE INGIUSTIZIE EVIDENTI?

– L’ILLUSIONE DELL’EQUILIBRIO (STEREOTIPI COMPLEMENTARI)

Ci inventiamo delle favole compensative. Gli esperimenti di Jost e Aaron Kay dimostrano che l’esposizione a stereotipi come “il povero ma felice” o “il ricco ma infelice” aumenta la percezione di legittimità del sistema. È il meccanismo del “nessuno ha tutto”: se noi abbiamo il cuore e loro hanno i soldi, allora c’è un equilibrio cosmico.
Da A Theory of System Justification:

“La nostra ipotesi è che rappresentazioni compensative e complementari dei ricchi (come disonesti o insoddisfatti) e dei poveri (come felici o pieni di integrità morale) rafforzino la percezione del sistema sociale come equo e legittimo. […] La questione è la misura in cui ci si sente meglio riguardo al sistema dopo essere stati esposti ad abbinamenti equilibrati e complementari”.

– L’esempio italiano (nord vs sud): È il classico stereotipo nazionale: “Il Nord ricco ma freddo e stressato” vs “Il Sud povero ma caldo e felice”. Quante volte abbiamo sentito dire: “Sì, al Sud mancano i servizi e il lavoro, ma si mangia bene, c’è il mare e la gente sorride”? Questo cliché, secondo la teoria di Jost, serve a giustificare il divario economico del Paese. Ci fa sentire che, in fondo, c’è un equilibrio cosmico: nessuno ha tutto. Questo riduce la rabbia sociale e ci impedisce di esigere un vero cambiamento strutturale per il Mezzogiorno.

– Esempio di Genere (L’ambivalenza): Considerare le donne come “più calde, sensibili e moralmente superiori” rispetto agli uomini “aggressivi e competenti”. Sembra un complimento (sessismo benevolo), ma serve a giustificare perché le posizioni di potere restino agli uomini: ognuno ha il suo “posto naturale”.

– Esempio Culturale (La nobiltà della fame): La romanticizzazione della povertà nell’arte e nei media (pensa al mito del “contadino saggio” o dell’operaio felice con poco). Queste immagini suggeriscono che la ricchezza corrompe e che la povertà preserva l’integrità morale, togliendo urgenza alla lotta contro la miseria reale.

DOMANDA 3: COSA SUCCEDE ALLA NOSTRA IDENTITÀ QUANDO TIFIAMO PER UN SISTEMA CHE NON TIFA PER NOI?

IL DRAMMA DELL’ALIENAZIONE (IO NON SONO GARY COOPER)

Da A Theory of System Justification:

“È un grande shock scoprire intorno ai 5, 6 o 7 anni che la bandiera a cui hai giurato fedeltà, insieme a tutti gli altri, non ha giurato fedeltà a te. È un grande shock vedere Gary Cooper uccidere gli indiani e, sebbene tu stia tifando per Gary Cooper, [realizzare] che gli indiani sei tu”.

– L’Esempio Italiano (Il precariato e lo Stage): Pensiamo ai giovani stagisti o precari che difendono l’azienda che li sfrutta o il “grande imprenditore” visionario che li paga in visibilità. Tifano per il successo dell’azienda (Gary Cooper), internalizzando l’idea che la gavetta non retribuita sia necessaria, giusta e formativa, non rendendosi conto di essere la “carne da macello” (gli indiani) del sistema produttivo. Per Jost, più ci sentiamo dipendenti da un sistema (es. “senza questa azienda non ho futuro”), più tendiamo a giustificarne le autorità, anche se ci trattano male.

– Esempio di Identità (Internalizzazione dell’inferiorità): I test di associazione implicita (IAT) mostrano che molti membri di gruppi svantaggiati (minoranze, anziani, poveri) mostrano una preferenza inconscia per il gruppo dominante. Arrivano a vedere se stessi attraverso gli occhi dell’oppressore, accettando come “naturali” i propri svantaggi.

– Esempio di Molestie (Il silenzio complice): Studi condotti in Italia mostrano che molte vittime di molestie sessuali sul lavoro tendono a giustificare le “norme” dell’ufficio o il comportamento dei capi per non destabilizzare l’ambiente, diventando involontariamente complici del sistema che le ha ferite.

DOMANDA 4: PERCHÉ GIUSTIFICHIAMO IL SISTEMA E LE AUTORITÀ CHE DIFENDONO IL SISTEMA CHE CI AFFAMA, CI CONTROLLA E CI VESSA?

LA FUNZIONE PALLIATIVA (LA DROGA SOCIALE)

Giustificare il sistema riduce l’ansia e ci fa sentire meglio subito, ma ci uccide lentamente. Perché il cervello ci tradisce? Perché giustificare il sistema funziona come un farmaco per tre bisogni fondamentali: Certezza (il mondo è ordinato), Sicurezza (il sistema mi protegge) e Appartenenza (siamo tutti sulla stessa barca).

Da A Theory of System Justification:

“La giustificazione del sistema serve una funzione palliativa. […] Nella misura in cui la giustificazione del sistema fa sentire le persone meglio riguardo allo status quo, essa mina il loro desiderio di cambiamento e la loro disponibilità a partecipare ad azioni collettive volte a migliorare la società”.

– Esempio Psicologico (La riduzione dello stress): Chi crede che il sistema sia giusto riporta livelli più bassi di depressione e rabbia immediata. È una felicità “palliata”: dormi meglio la notte, ma rimani incatenato di giorno perché perdi il desiderio di ribellarti.

– Esempio Climatico (Negazionismo): Molti rifiutano le prove del cambiamento climatico non per mancanza di dati, ma perché l’idea che il nostro intero sistema produttivo sia fallimentare è troppo minacciosa per la stabilità mentale. Meglio negare che ammettere che “il sistema” sta morendo.

– Esempio Religioso (La Teodicea): Il dolore sulla terra sarà compensato nel regno dei cieli. Questa visione trasforma l’ingiustizia in una “prova divina”, giustificando la stasi sociale in attesa di una giustizia ultraterrena.