SIRAT

Sono andato a cercarne il significato, ed è una parola araba che significa via, sentiero.

Un uomo con il figlio di una decina d’anni e un cane arrivano a un rave nel deserto del Marocco con un mazzo di foto in cerca della figlia e sorella circa ventenne che da cinque mesi non dà notizia di sè.

Sentono dire di un altro rave e si aggregano, fortemente sconsigliati, con il camperino scalcagnato, a due camion seri abitati da personaggi che sembrano i prototipi dei cresciuti nei rave, almeno come me li posso immaginare io.

Il viaggio nel deserto verso la Mauritania sarà pieno di difficoltà e ostacoli di ogni genere e ognuno sarà sottoposto a prove alle quali non sembra giusto che un essere umano possa essere chiamato.

La tragedia arriva improvvisa, inaspettata, si consuma in un soffio e tu che guardi ti chiedì perchè e vorresti mollare tutto ma quel deserto ha un fascino irresistibile e qualche forma di inedita solidarietà sembra lenire le ferite irreversibili.

Non mi sento di consigliare nessuno di andarlo a vedere perchè pochi film sono così duri e tuttavia così pieni di tale bellezza che alla fine la disperazione riesce a non prendere il sopravvento.

Un Professore

Convinto da alcuni amici che ne sono quasi entusiasti ho cominciato a vedere questa serie, che mi pare sia già alla terza stagione.

Beh, Alessandro Gasmann è bello e simpatico ma come attore è davvero scarso, poi qui gli hanno tinto i capelli di quel nero che spicca sulla barba invece più credibilmente brizzolata.
Nelle prime tre puntate un bel po’ di stereotipi sono già stati smarcati, mi pare manchi ancora il o la gay e il o la nero/a ma confido arriveranno.

Alcuni comportamenti proprio fuori del mondo, come consigliare, senza saperne niente, alla ragazza lasciata dal figlio di farlo ingelosire, o andare a freddo a casa del ragazzo autistico che da un anno non va a scuola e staccargli la luce per farsi aprire.

Tutto ciò nonostante lo sto guardando e mi chiedo perchè, visto che è già più o meno tutto prevedibile.

La risposta sta proprio nella prevedibiltà delle evoluzioni delle storie, che tranquillizza dall”aspettarsi veri scuotimenti emotivi; so che ci proveranno, a produrli, e so anche che saranno telefonati o arriveranno talmente improvvisi da risultare non credibili.

Insomma, vado ancora un po’ avanti, la sera che preferisco passare un’ora senza sorprese, comunque con le interpretazioni attendibili dei ragazzi e anche di una credibile Claudia Pandolfi.

Sinners

I due fratelli-cugini tornano da Chicago nel natio Mississipi, ripuliti e con una borsa piena di dollari- siamo negli anni trenta – e, come i Blues brothers, mettono in piedi una Band per inaugurare il capannone che comprano dal capo del KKK locale.

Ma si sa che il blues è la musica del diavolo e, fra cinesi gestori di negozi, indiani in cerca di spiriti malvagi, vecchie fiamme abbandonate che si riaccendono, storiacce familiari che riemergono, il giovanissimo chitarrista figlio del pastore sarà, con il vecchio pianista, il protagonista della memorabile serata di inaugurazione.

Il piano sequenza che segue la festa vale da solo l’oscar per la regia e i costumi.
A un certo punto – qualche avvisaglia c’è stata – entriamo nel mood di Dal tramonto all’alba e de La notte dei morti viventi ma, anche se il sangue si vede, restiamo sempre dentro alla favola e, io che odio horror e vampiri, mi sono goduto la lotta metaforica fra il blues dei campi di cotone e il country arrivato dall’Irlanda, fino a un finalino (per il finale bisogna aspettare che scorrano tutti i titoli di coda) con quelli del KKK sterminati come in un videogioco.

Due ore e un quarto di goduria piena di grande cinema, citazioni di grande cinema che chissà quante me ne sarò perse, vitalità senza limite.

I neri sono i buoni e i bianchi i cattivi ma: siamo nel Mississipi del 1932, come altrimenti si poteva mettere?

Da non mancare, assolutamente da non mancare.

American Pastoral

Pastorale Americana.

Un bel film sulla terribile storia degli Usa anni 60 e 70, qui vista dal punto di vista della storia di una famiglia “normale” che vive la tragedia di una figlia che a sedici anni si dà al terrorismo e scompare.

Una battaglia dopo l”altra, con qualche forzatura, ne può rappresentare il contraltare di oggi, nella denuncia di una società che non è riuscita e non riesce a trovare gli anticorpi alla violenza di fondo da cui è nata e che ha esportato nel mondo.

Da vedere, incontrato su Prime quasi per caso. Non ho letto il romanzo di Philipe Roth, che non stento a credere sia il suo capolavoro.

Stoner

Lo avevo letto anni fa, me lo ha regalato un figlio a Natale, non ce lo avevo più da anni, chissà a chi prestato senza ritorno, è stata una bella occasione per rileggerlo.

Stoner è figlio di contadini che dovrebbe studiare agricoltura per poi aiutare i genitori che non se la passano bene ma si appassiona alla letteratura inglese del medioevo e passerà tutta la vità come insegnante nell’Università della Colombia.

La vita di Stoner si svolge fra le due guerre che a volte si affacciano con le loro tragedie ma sempre sullo sfondo. Si innamora, si sposa, ha una figlia, un nuovo amore difficile, contrasti in facoltà con colleghi e studenti.

È tutto qui, e non si stenta a credere che, come è documentato in appendice dallo scambio di corrispondenza con la sua agente letteraria, Stoner abbia avuto difficoltà a trovare un editore, tutti preoccupati della poca attrattiva che avrebbe potuto avere sui lettori un personaggio così scialbo e insignificante.

Eppure, questa sembra essere la sua forza, la mancanza di particolari qualità che, anche se viviamo in ambienti del tutto diversi da quello universitario, ce lo fanno sentire vicino, fino a farci appassionare a come andrà a finire la polemica con lo studente capzioso o lo scontro su una scemenza con il collega.

Le cose più drammatiche – emotivamente drammatiche – che succedono finiscono tutte con qualcosa come “alla fine è andata così” e tu che leggi ti senti spaesato e ti affezioni a quest’uomo ordinario, fondamentalmente buono, che non riesce nemmeno a esprimere fino in fondo il buono che lo muove.

Il breve brano che ho copiato trovo che lo descriva meglio di tante parole: è consapevole di che cosa (scrive “cosa”, non “chi”) è stato.

Nel tempo, è diventato quello che ogni editore vorrebbe per i suoi libri: un long-seller, cioè un romanzo che si vende sempre, con costanza; non un velocista, un passista implacabile.

Va letto assolutamente.

Avanti va il mondo

A pagina centotrenta delle trecentocinquanta di quest’opera ho lasciato perdere.

Una scrittura che si fa leggere – e ci mancherebbe, da un premio Nobel – ma una ripetitività e una ridondanza che per le prime cento pagine si esercitano sui pensieri profondi di chi scrive, senza fatti.

Da pagina cento circa arriva qualche personaggio.

Poi, sfogliando avanti, ci sono capitoli – direi racconti – in cui forse qualcosa succede.

L’ultimo capitolo si intitola:

“Il cigno di Instambul (79 paragrafi su pagine bianche)

In ricordo di Kostantinos Kavakis”.

Seguono venti pagine bianche, come promesso.

Nella pagina finale l’Autore ci fa sapere, con parole certo migliori della mia sintesi brutale, che il mondo non gli piace e che non vuole portarsi niente appresso.

Confesso il mio limite, ma la risorsa scarsa è il tempo.

La professione del padre

Un romanzo singolare, difficile da descrivere senza svelarne troppo.

L’inizio si può dire, perchè dalle prime pagine il quadro di un padre millantatore e violento, di una madre remissiva, di un figlioletto vittima, è chiaro.

Tutta la prima parte è densa di complotti, dell’amico americano Ted che dà istruzioni al padre a che a sua volta le trasmette al figlio o se ne fa scudo per le punizioni tremende che infligge al piccolo protagonista quando non esegue a puntino gli ordini o non è perfetto a scuola.

Pian piano il figlio diventerà parte attiva e proattiva dei deliri del padre. Diventerà grande, si costruirà una vita autonoma: un bel lavoro di restauratore, una moglie, un figlio.

Stavo per lasciarlo a metà, stanco della sequenza di “avventure” senza costrutto. Avrei fatto un grande errore, perchè la prima parte è stata necessaria a preparare una seconda parte bellissima, nella ripresa di contatto dopo anni del figlio con i genitori.

Di questa parte preferisco non dire niente, se qualcuno che leggerà qui vorrà leggere il romanzo, perchè l’ho letta non più stancamente come fin verso la metà ma appassionato e voglioso di arrivare alla fine dello svolgimento dei sentimenti che si sviluppano.

Senza le grandi contraddizioni che mi sarei potuto aspettare, e anzi con un tono piano, equilibrato, mai urlato. Commovente. Un sentimento che per qualche verso si avvicina a quello che ho avvertito nel vedere Joker, per la vicinanza, che in nessun modo copre le pessime azioni dei protagonisti, a stati di sofferenza estrema di alcune persone. DA LEGGERE

MI CHIAMO YURI

Conosco Patrizia Pieri come brava fotografa, il lavoro e la passione di una vita, immagino non sia stato facile passare da una modalità espressiva a un’altra senza portarsi dietro residui.

Invece, il romanzo è fatto di parole, come dev’essere, e “privo” di foto; a parte quella vera e propria della copertina che ferma un ambiente della storia particolarmente caro ad alcuni dei protagonisti.

La foto è stata presa a villa Sciarra, un bellissimo posto nel cuore di Monteverde, Roma, ora purtroppo molto trascurato, dove un gruppo di amici passava ore in cui nascevano amori, amicizie, qualche illegalità da adolescenti e qualche altra da giovani adulti che entrano in contatto con adulti feccia.

È la storia di un sentimento rimasto sospeso fra amicizia e amore, che dieci anni dopo un incidente stradale in cui Yuri muore – il protagonista appare solo nei racconti degli amici e della madre – è la spinta che induce gli amici più cari di Yuri a indagare su quell’incidente sul quale troppe ombre non sono state illuminate.

La storia prosegue scorrevole: la ricerca della verità – piena anche di avventure inattese, nello squallore di una mala romana tra cocaina fascisti e strozzini – va in parallelo con il crescere di un sentimento, osservato con grande delicatezza.

I piani temporali – oggi a trent’anni, ieri a venti, l’altro ieri fra tredici e quindici – si alternano fluidi e restituiscono lo spessore dei diversi personaggi e le rispettive evoluzioni, involuzioni.

Della madre di Yuri, Patricia, sappiamo che proviene da una famiglia ipocrita da cui è scappata e che ha incontrato un uomo – il padre di Yuri – rivelatosi un poco di buono.
Patricia resta sullo sfondo: non vuole credere alla casualità dell’incidente stradale – troppe incongruenze, troppi sospetti – ma il dolore incommensurabile della perdita di un figlio non le permette, sul momento, di cercare.

Cercheranno, per lei e con lei, Valentina e Andrea, gli amici più cari di Yuri, alla cui memoria questo romanzo, oltre a confermare l’amore di una madre, restituisce dignità e rispetto.

DA LEGGERE

Tutto chiede salvezza

Una settimana di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) trascorsa da Daniele Mencarelli – il personaggio del romanzo ha lo stesso nome dello scrittore – in una stanza a sei letti del reparto di psichiatria di un ospedale, dopo l’ultima esplosione di rabbia che, oltre a distruzione di oggetti, ha prodotto ferite alle mani e lo svenimento del padre.

“Mi sembra che la vita mi pesi più degli altri”, dice Daniele, vent’anni, allo psichiatra. La sua ricchezza e la sua condanna è un’empatia priva di confini, che può diventare distruttiva.

Si alternano, nei colloqui, due psichiatri, uno assente l’altro più partecipe. Alla fine le parti quasi si invertiranno: il primo risolverà con inaspettata umanità una situazione molto difficile mentre l’altro si sarà rannicchiato in fuga da tutto.


Questa capacità di restituire, con poche pennellate chiare, la complessità e le contraddizioni di tutti i personaggi presenti a me pare una delle qualità migliori del libro.

Nelle sette giornate che Daniele trascorre lì, in un periodo di caldo afoso che rende a tutti difficile dormire e che fa svegliare inzuppati di sudore, Daniele conosce i compagni di stanza.
Due sono lì come lui in TSO, per poco tempo, finchè non passa il momentaccio; altri sono fissi, chi del tutto privo di sguardo e di mondo, chi alle prese con un passato irredimibile.

Poi ci sono gli infermieri. Ciascuno merita un ritratto non banale, non stereotipato; ognuno, anche chi appare di straforo o del tutto sullo sfondo, viene restituito con pochi tocchi che ne rendono la complessità.

Ci sono mezze pagine – la gravidanza “impossibile” fra due pazienti – che in poche righe alternano il sapore di pezzi di paradiso allo sprofondo nella realtà.

È un libro pieno di emozioni vere, che prendono chi legge proprio perchè le sente vere, mai strumentali alla storia da raccontare.

“La gratitudine che Mario sa restituirmi dovrebbero vederla almeno una volta nella vita tutti gli esseri umani esistenti. Come un’opera d’arte o un capolavoro della natura.”

Il padre e la madre di Daniele, i fratelli, li vediamo in controluce: una base sicura che gli permette di non perdersi del tutto. Forse pure che gli ha permesso di sperimentare lo sperimentabile nella certezza di ritrovarli: sempre, solidi.

Sul finale, un incidente: sono bastate meno di dieci righe a renderne la drammaticità.
A seguito dell’incidente, le reazioni emotive varie dei pazienti producono una scena in cui ciascuno rivela altre parti di sè. Bastano quattro pagine, senza alcun bisogno di calcare la mano su qualche effetto, a far succedere tutto e a restituire a ciascuno una collocazione.

La settimana di TSO finisce, Daniele torna a casa a piedi, immerso nella gioia dei colori intorno, dove tutto chiede salvezza.

Sono molto contento che sia entrato nella cinquina finalista dello Strega e che sia stato il più votato dai giovani. Della cinquina (sestina, quest’anno) ho letto Colibrì, mentre non conosco gli altri libri finalisti. Visto che il libro di Veronesi è stato il più votato dalla giuria che assegnerà il premio, non ho dubbi che Mencarelli meriti di vincerlo.

Un’ultima riflessione, simile a quella fatta dopo aver letto il suo primo romanzo: a un certo punto gli spunti tratti dalla vita di una persona si esauriscono, o si ripetono; auguro a Daniele Mencarelli di continuare a regalarci questa prosa anche con altri protagonisti.

A proposito di niente

Quattrocento pagine di autobiografia che vanno dagli inizi – quindicenne – come scrittore di battute vendute a una società di promozione che li attribuiva a personaggi famosi della politica, dello sport, dello spettacolo fino agli ultimi film.

Mi ha fatto venire voglia di recuperare i pochi film che non ho visto e di rivedere i tanti che ho visto. Sono tutti, senza eccezione alcuna, film che è valsa la pena vedere e non ce n’è uno che non offra, oltre al divertimento, qualche spunto di riflessione esistenziale, ottima musica classica e citazioni colte anche se buttate là come se non lo fossero. Autobiografia più film restituiscono una persona che ha capito come funziona il mondo, che soffre delle ingiustizie ma non se ne meraviglia, così come non si meraviglia delle giravolte sentimentali di noi umani e che attribuisce al caso il principale peso di ciò che viviamo.

In mezzo, anche qualcosa sulla vita privata e sulle accuse che ha subito. Non c’è niente di pruriginoso, preferisco affidarmi alla riconstruzione che ne ha fatto “Il Post”. https://www.ilpost.it/…/woody-allen-accuse-violenze…/

Da parte mia trovo ignobile che l’editore Usa abbia rinunciato alla pubblicazione di questo libro così come il boicotaggio degli ultimi film e mi limito a due osservazioni: il matrimonio in corso dura da venticinque anni, alla coppia sono state date due bambine in adozione.

Nel libro sono citati credo tutti coloro che, nelle posizioni più diverse, lo hanno accompagnato nella lunga vita professionale e per ciascuno c’è almeno una parola di apprezzamento.
Tanti elogi anche per gli attori e le attrici: più d’una ha vinto Oscar con i suoi film e molte sono state candidate. I film corrispondono al personaggio che emerge dal libro: pieno di paure e ossessioni e tuttavia con una voglia di vivere smisurata – “io sono contrario alla morte” – che si realizza negli affetti quotidiani e nella produzione di sceneggiature – tutti i film sono “scritto e diretto da Woody Allen” – e regie dove è facile immaginare che rielabori fantasie e vissuti propri e di chi gli sta intorno.

Credo sia sincero quando, in conclusione, scrive “ho avuto milioni per fare film in totale libertà, e non ho mai girato un capolavoro”. Lo posso condividere: nessuno dei suoi film, da solo, è un capolavoro. Ma nessun regista al mondo ha girato più di cinquanta film – una media di uno all’anno – che vale la pena vedere, senza eccezioni.

Il finale di “Basta che funzioni”:

“Qualunque amore riusciate a dare e ad avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare, qualunque temporanea elargizione di grazia: basta che funzioni. E non vi illudete.
Non dipende per niente dal vostro ingegno umano. Più di quanto non vogliate accettare, è la fortuna a governarvi: quante erano le probabilità che uno spermatozoo di vostro padre tra miliardi trovasse il singolo uovo che vi ha fatto? Non ci pensate, sennò vi viene un attacco di panico.“

Almeno una cosa (ultima pagina del libro) ce l’ho in comune con Woody Allen: “Il mio eroe preferito? Il cavaliere della valle solitaria”