Marcella

Tre stagioni di questa serie con protagonista Marcella, una bravissima detective piena di casini personali e familiari. E questo è abbastanza uno standard.

Le prime due stagioni scorrono con quella certa coerenza propria delle serie inglesi: più o meno tutti quelli che appaiono i cattivi prima o poi dimostrano quanto effettivamente lo sono, perciò poche sorprese ma una buona drammaturgia, con un finale tragico che prelude alla terza serie tutta dìversa, in Irlanda del nord.

Quest’ultima si svolge in modi del tutto improbabili, è piena di contraddizioni e fatti inspiegabili e tanti buchi di sceneggiatura, però se siamo arrivati lì ormai ci siamo affezionati a Marcella e vogliamo vedere come va a finire.

Qualche soddisfazione come spettatori ci viene data, ma come va a finire non lo dico, no.

Guardabile.

Homo Deus – Breve storia del futuro

” certo possiamo scegliere quali azioni compiere, ma possiamo scegliere quali desideri avere? E se questi sono determinati da processi biochimici in che cosa consiste esattamente la libertà? “

Un concentrato di intelligenza, come ogni volta che un rigoroso esame del presente e del passato induce a porsi domande epocali, senza la pretesa di avere le risposte.
Non riesco a riprodurre i percorsi con i quali Harari arriva ad una serie di – ipotetiche e potenziali, sia ben chiaro – previsioni, cerco di limitarmi ad esporne alcuni assunti.

L’evoluzione tecnologica consente quantomeno di “pensare” che l’immortalità sia possibile, insieme al raggiungimento della felicità, ma questi bei progetti sembrano presupporre un’economia a crescita infinita che probabilmente ci condurrà all’estinzione, per mano di creature superiori all’homo sapiens che noi stessi stiamo cominciando a generare.
Uno degli assunti, mi pare sia proprio il principale, su cui poggiano gli argomenti di Harari è che i neuroscienziati avrebbero dimostrato che non esisterebbero gli individui, ma che ogni essere umano sarebbe costituito di un insiemi di algoritmi, sopratutto biochimici. Ad esempio, le emozioni – “provare” qualcosa – sarebbero prodotte da una serie di algoritmi che sono stati essenziali per lo sviluppo dell’homo sapiens, secondo i principi di Darwin della sopravvivenza del più adatto.

Se “sentire” deriva da algoritmi biochimici, allora anche gli animali “sentono”, e non si può escludere che “entità” di provenienza informatico/elettronica possano/potranno “sentire”. La superiorità dell’homo sapiens è data dalla nostra capacità di collaborare e di farlo con estrema duttilità, a differenza ad esempio delle formiche o delle api,Altra superiorità dell’homo sapiens sta nella capacità di raccontare storie, e dunque di dare un senso al passato, fare previsioni per il futuro. costruire entità immateriali e intersoggettive come il denaro, gli dei, etc, con funzioni rilevantissime nella nostra esistenza.

Fra queste entità, quella che da qualche secolo ha prevalso, è l’umanesimo, che riconosce una serie di diritti fondamentali a ciascun uomo, fra cui la capacità di realizzarsi al meglio. Qui il punto è in che cosa consisterebbe la libertà: di certo possiamo scegliere quali azioni compiere, ma possiamo scegliere quali desideri avere? E se questi sono determinati da processi biochimici in che cosa consiste esattamente la libertà?

L’evoluzione dell’economia, d’altra parte, tende a rendere sempre meno utili i singoli individui, o meglio la massa dei singoli individui, che possiamo constatare come vengono sempre più rapidamente sostituiti da algoritmi non-umani, anche se creati da uomini. Ma a mano a mano che questi nuovi organismi diventano “capaci di apprendere” sempre meno l’intervento umano sarà necessario. Basta pensare alla medicina: una volta immagazzinati una mole sterminata di dati di tutti gli individui, un computer potrà fare nella maggior parte dei casi diagnosi più accurate e proporre terapie più efficaci della maggioranza dei singoli medici.

La nuova religione dell’umanità potrebbe essere basata appunto sui dati. I Datisti sostengono che un computer che conosca la maggior parte delle informazioni significative su di me potrebbe essere in grado di conoscermi meglio di me stesso e di anticipare i miei desideri. Il che è ciò che, in forma ancora largamente grezza, già fanno i vari Google, Facebook, Amazon etc. Non si può perciò escludere che saremo governati “per il nostro bene” da macchine da noi costruite, che si saranno da noi emancipate.

Sicuramente ho tagliato con l’accetta concetti che Harari espone sempre con un interessante corredo storico e scientifico. Difficile condividere la tesi centrale; mi fa tornare alla mente suggestioni liceali / universitarie del Barkley che considerava la realtà come “meri fasci di sensazioni” e l’individuo come “insieme di algoritmi”. Difficile anche confutarla.

Mattino e sera

Se lo avessi letto senza conoscerne l’autore, dovendo indovinare, avrei detto Hemingway. Per lo stile, non per altro.

” Come è andata ieri la pesca? dice Johannes Ieri ho fatto davvero un colpaccio, dice Peter Un colpaccio? dice Johannes Avresti dovuto esserci ieri, Johannes, dice Peter Avresti dovuto esserci, sì, dice “

E prosegue per un pò. La punteggiatura è quella che vedete qui, non ho colto il significato della mancanza dei punti e lo stesso andare a capo e ricominciare con la maiuscola.

Nè ho colto il significato del far cominciare alcune frasi, dopo un a capo, con “e” (minuscolo).

A parte queste curiosità, non saprei definirle altrimenti, grammaticali (?), dopo le prime trenta pagine piene di ripetizioni stavo per abbandonare, e stavolta il richiamo era ad “Aspettando Godot”. Ho deciso di proseguire, visto che in totale si tratta di 152 pagine e pure di piccolo formato, e ho fatto bene.

Da un certo punto in poi è molto chiaro dove andrà a parare, e comunque qui non lo svelo e mi limito a dire che vale la pena arrivare alla fine, perchè la fine, anche se nota da almeno metà, riesce ad essere commovente, pur con tutti gli scherzi di punteggiatura e i dialoghi ripetuti.

La grazia

Al cinema Troisi, alle 11.20, nessun posto libero.

Dico subito che cosa non è, almeno secondo me, rispetto a ciò che mi è passato sott’occhio prima di andare a vederlo.

Non è un film sul presidente Mattarella: per carità!

Non è un film su un dilemma etico.

O meglio, i dilemmi etici ci sono, circa firmare una legge sull’eutanasia e circa firmare due domande di grazia per un uomo che ha ucciso la moglie e per una donna che ha ucciso il marito.

Ma non sono il tema del film, anche se quello è il titolo.

È un film sull’amore, nella varie forme che può assumere, forse più di altri di Sorrentino più espliciti rispetto a questo.

In altre occasioni mi sono augurato che Sorrentino si limitasse a fare il regista e facesse scrivere ad altri la sceneggiatura, stavolta mi sono ricreduto, perchè questo è “scritto e diretto” senza nemmeno co-autori e il risultato è il meglio che mi potessi aspettare.

Sorrentino ha la capacità, che nessuno che io conosca ha con la stessa intensità e bravura, di accompagnare temi umani generali con la bellezza delle immagini – stavolta meno patinate di altre volte – e, direi sopratutto, con la capacità di sorprendere negli stacchi da un’immagine a un’altra, senza sentire il bisogno di collegamenti espliciti, bastando la meraviglia della bellezza.

Qualcuno, con voglia di diminuirlo, lo definisce estetizzante, ma quello che c’è in tutti i suoi film è proprio la grande bellezza.

Circa Toni Servillo: che si può dire di più?

Di mattina, dove c’è, fino al primo gennaio, poi mi pare che riesca “normale” in sala verso metà gennaio.

Da non perdere.


Un contributo dal canale Lucy su Youtube

Un altro ferragosto

Virzì ha girato un film perfetto. E tristissimo, per quanto è vero nella descrizione spietata di che cosa siamo diventati. Almeno nell’insieme, che poi ciascuno si può ritagliare il proprio spazietto “io non sono proprio così”, ma nell’insieme “Un’altro ferragosto” ci fa riconoscere nell’invettiva finale del personaggio della Fanelli, la più trucida e disperata della compagnia.

Ecco, la bravura degli attori e la capacità del regista di tenere in campo 20/25 persone in contemporanea, senza mai sbavare, sarebbero da Oscar, se non si trattasse comunque di un film molto italiano. Che non è certo un demerito, quando riesci a dare lo spaccato di un mondo non meno di Scola, Monicelli, Risi.

Un’altra menzione obbligata va a Vinicio Marchioni, che non fa rimpiagere il personaggio omologo di Ennio Fantastichini, e così tutti gli altri.
Virzì ci lascia un ritaglietto di speranza nel nipotino che ascolta le lezioni civiche di Silvio Orlando, ma la miseria umana degli accomodamenti emotivi per interessi dilaga.

Ci si vuole poco bene, fra i personaggi, e tuttavia la mia impressione è che Virzi provi a voler loro bene, più di quanto meriterebbero.

Le occasioni dell’amore

Ci sono persone come te e ci sono persone come me, moi je suis comme ca.

Ritmo lento, lentissimo eppure ti tiene tutte le due ore a chiederti come la risolverà, questa storia in sè banale che potrebbe prendere qualsiasi direzione.

Alla fine non è importante come la risolve quanto l’intensità emotiva che trasmette.

Lui è Guillaume Canet, bravo, ma è Alba Rotwacher, che riesce ad essere espressiva pure ripresa di nuca, a confermarsii di bellezza e bravura “oltre”.

Regista Stéphane Brizé: avrei scommesso fosse Stephanie.

Diamanti

Comincia con una specie di backstage: Opzetek e le attrici dei suoi film intorno a un tavolo che leggono le rispettive parti mentre il regista spiega la sua poetica: celebrare le donne e il loro lavoro.

Questa scena si ripete almeno un altro paio di volte durante il film, con passaggi fluidi fra il backstage e la grande sartoria che confeziona costumi per cinema, qui per un film che si svolge nel ‘700.

La sartoria è gestita da due sorelle che si trovano ad avere a che fare con una grande costumista, premio oscar, che dà indicazioni, circa l’effetto che vuole ottenere con quel costume, con frasi sconclusionate che tutte fingono di capire.

Ognuna delle donne della sartoria ha qualche dramma nascosto che emerge inesorabile circa ogni quarto d’ora, alternato alle scene in backstage, con l’evidente scopo di spezzare a forza, a volte a freddo, con eventi o ricordi drammatici, una narrazione che non c’è.

Le attrici tutte brave – Geppi Cucciari fa sè stessa nella veste di sarta – perché Opzetek è un signor regista che sa come muovere la macchina da presa in mezzo a tanti personaggi e sa come cogliere le espressioni. Solo che bravi attrici espressive non bastano a coprire la ricorrente, fastidiosa sensazione ecco che mo’ arriva il colpo di scena.

È un regista che ormai da anni spreca quel talento che nei primi tre, quattro film, risultò cristallino.

La morale ci viene inflitta nell’ultima egocentrica scena, quando un Opzetek con aria ieratica e ispirata si aggira per le stanze ormai vuote del set mentre voci fuori campo ci ricordano, ce le fossimo scordate, le frasi più significative di abissale profondità, tipo se ci si vuole bene non serve vedersi o tutte insieme ce la possiamo fare o non siamo niente e siamo tutto e via di questo passo.

L’omaggio finale al cinema e a grandi attrrici come Monica Vitti, Mariangela Melato e Virna Lisi arriva fuori posto e mi pare sia solo l’ultima autocelebrazione.

Gli uomini: con l’unica eccezione della faccia simpatica di Luca Barbarossa che con la moglie sopravvivono alla morte della figlioletta investita sulle strisce (anche questa ci arriva a freddo, con la grande trovata di far muovere l’attrice lungo un murales con una grande faccia di bambina) e senza testimoni – gli uomini, dicevo, sono tutti irrimediabilmente stronzi, ciascuno a suo modo, oppure sono boy toy da usare, in un rovesciamento in cui le battute sul bel culo o che ti farei le fanno le donne.

Quando uscì lessi commenti entusiasti, soprattutto di donne, che forse si sono sentite valorizzate o forse vendicate. Purtroppo, la logica che sta sotto è quella della guerra fra i sessi, tanto che un potenziale femminicidio ci viene raccontato essere diventato un ‘omminicidio”, che risulta pure divertente, per quanto odioso e sopra le righe figura il sempre bravo Vinicio Marchionni al quale qui viene chiesto di scimmiottare il Valerio Mastrandea di C’è ancora domani.

Meglio farli fare alle donne i film dalla parte delle donne, no? Noi uomini avremmo più da riflettere su noi stessi.

Un BRUTTO film, da evitare.

Dieci capodanni

Serie spagnola, molto ben diretta e recitata, e ce ne vuole di bravura per reggere lui e lei che, un capodanno dopo l’altro, ci fanno vedere, senza che succeda granchè, a che punto stanno della relazione, che evolve anno dopo anno.

E scopano. Scopano tanto. In scene molto realistiche, fra le migliori che io ricordi sullo schermo.

Nel primo episodio l’ho molto apprezzata (la scena d’amore), nel terzo pure, nel quarto non ricordo.

Nel quinto sono appena arrivati a Berlino per una vacanzina (siamo sempre a capodanno), arrivano in albergo, posano le valige, stanno per uscire per un primo assaggio della città, hanno ancora i cappotti addosso e i primi dieci minuti sono di masturbazione (masturbazione triste) di lei a lui.

Mi sono fermato qui, non ce l’ho fatta a proseguire, nonostante la bravura del regista e degli attori.

Poi, un paio di mesi dopo, devo ringraziare una mia buona amica che mi ha convinto a riprendere.

Perciò, ho visto le ultime cinque puntate e sono contento di averlo finito.

Un pezzo di bravura per la naturalezza di ogni singolo particolare del racconto, la capacità di mantenere la continuità pur con tutti i balzi che la vita, nel tempo, propone all’uno e all’altra.

L’ultimo episodio ha dialoghi che suonano particolarmente veri, nella difficoltà estrema di districarsi fra sentimenti inconciliabili e il dubbio che e se poi tutto fosse come prima?

I bilanci, le recriminazioni, le miserie, la passione: tutto si mischia a cercare una via d’uscita che appare impossibile.

Quella scelta dal regista forse ci fa contenti ma è davvero troppo facile: bastava farlo finire due minuti prima a “ne riparliamo?”.

Lacci

Di Daniele Luchetti da un romanzo di Domenico Starnone.

Solo all’ultima scena mi sono reso conto di aver letto, anni fa, anche il libro.

Si tratta di uno di quei rari casi in cui il film è anche migliore del libro, perchè nel cinema è più facile farci credere quasi fino alla fine che quei due sono gli anziani genitori ed è più facile rendere credibile la scena finale, che invece nel libro mi arrivò forzata.

Sempre più innamorato della grande bravura di Alba Rothwacher e tralascio di nominare gli altri interpreti, tutti perfetti.

La storia: la storia dice di vite rovinate per l’incapacità di vedere, e dire, le cose come stanno. Il che, in effetti, a volta risulta tanto difficile davvero.

Colonna sonora di tutto rispetto.

No other land

Basel Adra, Rachel Szor, Hamdan Ballal e Yuval Abraham, sono i registi che documentano come l’esercito israeliano distrugge case e come i coloni aggrediscono gli abitanti di questo villaggio fra i sassi.

Nasce un’amicizia, l’israeliano non viene accettato con facilità, il palestinese è preso di mira dai soldati.

Capita che documentino due assassinii di persone inermi: uno da parte di un soldato e uno da parte di un colono. Uno muore sul colpo e uno resta paralizzato, con il seguito di pena per tutta la sua famiglia.

Ma le scene che toccano di più, perchè durano e si ripetono, sono quelle dei bulldozer che buttano giù le case, che nella notte i palestinesi ricostruiscono – pochi mattoni e latta – perchè no other land: non abbiamo un’altra terra.

Oscar 2025, il documentario è stato girato prima del 7 ottobre 2023, e saperlo fa pensare a che cosa i palestinesi hanno dovuto subire per decenni e a che cosa stanno subendo di peggio in questi giorni.

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