Arance rosso sangue

Senza saperne niente, a intuito, ho trovato questo gioiello su Prime.

Attenzione: NON lo consiglio per niente e averlo definito un gioiello mi obbliga a riflettere sui miei metri di giudizio perchè in questo caso fatico a trovare motivazioni convincenti.

Film francese, i dialoghi – i dialoghi sono davvero perfetti – sono proprio moooolto francesi, le storie si intersecano, a voler cercare precedenti titolati lo metterei fra Babel e Pulp fiction e già con questi paragoni me la rischio di brutto, ma Arance rosso sangue ha un surplus di ferocia e di crudeltà che lo pone fuori categoria.

Perchè non varca la soglia del grottesco e anzi a tratti sembra prendersi sul serio, lasciando un sapore molto amaro.

I primi circa quindici minuti, questi sì, i primi quindici minuti li consiglio spassionatamente: il confronto fra i membri di una giuria per una gara di ballo di dilettanti allo sbaraglio e poi la gara di ballo sono un vero spasso, e fin qui ero convinto di stare in un film divertente.

Su come continua non dico ma io ho avvertito: crudele, feroce, e quasi non ci sono colpevoli.

Colonna sonora di tutto rispetto.

Jay Kelly

Un attore famoso, affermato, amato, che arrivato a sessant’anni si chiede se il personaggio dell’essere attore non abbia cancellato la persona che lo interpreta.

Intorno a questo tema non originale si sviluppa un filmetto piacevole che si conclude, manco a dirlo, nella Toscana da cartolina che piace agli anglosassoni (ricordo che in un ristorante di Chicago una normale insalata era nobilitata con il titolo “Tuscany salade”).

Vale la pena vederlo sopratutto per le interpretazioni di George Clooney – mi pare una scemenza dire che abbia interpretato sè stesso – e Adam Sandler.

Carino.

The perfect couple

Isola di ricconi, matrimonio del secondo di tre fratelli.

In primo piano i padroni di casa, Nicole Kidman e Liev Shreiber, e poi i tre fratelli, le rispettive mogli e compagne, amici e amiche, i suoceri e insomma un sacco di gente.
Alla fine della prima puntata una persona fra gli ospiti viene trovata annegata.

Perciò, situazione tipica per far emergere, durante le indagini, tresche attuali e passate, interessi, contrasti familiari, rivelazioni.

E, naturalmente, la ricerca dell’assassino/a che, come in ogni rispettabile prodotto di questo genere, ci porta a dubitare a mano a mano più o meno di tutti fino alla rivelazione finale, sorprendente per il movente, peraltro congegnato in modo da essere abbastanza sorprendente e tuttavia credibile, e che ci si può aspettare di più da un giallo?
Perciò: buon prodotto ottimamente confezionato.

Nicole Kidman brava come sempre, che riesce ad essere espressiva anche nei primi piani, ma il protagonista assoluto è Liev Shreiber, per me un gigante della recitazione misurata che dona verità ai personaggi. Lo ricordo nelle lunghe stagioni di Ray Donovan e regista di quel gioiello di “Ogni cosa è illuminata”.

Le Otto Montagne

Delicato, intenso, commovente, deciso.

Uno di quei rari casi in cui il film corrisponde in pieno allo spirito del romanzo. Mi sembrerebbe di bestemmiare, scrivendo che addirittura lo migliora.

Bravo Filippo Timi in un ruolo secondario ma importante, bravissimi Alessandro Borghi e Luca Marinelli ad assecondare il tono lieve anche se profondo, senza mai strafare.

Due ore e mezza di immagini, che pure scorrono lentamente, mi hanno tenuto sempre all’erta, anche se non ci sono colpi di scena e tutto si svolge in modo piano, drammatico quando serve, proprio come nella vita vera.

Film dei registi belgi Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeesch vincitore del Premio della Giuria al 75° Festival di Cannes e tratto dal romanzo del Premio Strega Paolo Cognetti.

DA NON MANCARE

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Sonata a Kreutzer

Chi non ha, almeno una volta nella vita, sognato di uccidere la moglie (o il marito, fidanzato/a, etc)? Magari ne ha solo desiderato la morte, per non dover prendere la decisione di lasciarlo/a?

Sonata a Kreutzer è la storia di un uxoricidio effettivo raccontato dall’assassino – assolto perchè il tribunale riconoscerà che aveva agito per motivi di onore – ad un passeggero incontrato casualmente in treno.

Ho letto abbastanza sconcertato: tutta la prima parte è un concentrato di luoghi comuni sul matrimonio tomba dell’amore e sulla misogenia: “…chi fa la prostituta per un periodo di tempo limitato viene disprezzata da tutti, e chi lo fa per periodi più lunghi gode del massimo rispetto.” Vero è che non conosco i costumi russi del periodo, e quindi non sono in grado di valutare se quelli che oggi mi appaiono luoghi comuni allora potessero essere letti come concetti avanzati.
Un primo effetto, comunque, è un sospiro di sollievo: un po’ di strada verso un mondo più civile l’abbiamo fatta. Poi mi è venuto un dubbio: forse Tolstoi non si identifica con il protagonista, e lo vuole ridicolizzare. Dal tono dell’insieme mi pare poco probabile, e l’impressione che mi resta è quella di un alter ego che sfoga nella scrittura ciò che non mette in pratica per motivi morali, sociali o che so io.

Dunque, la prima parte è la descrizione dei disastri del matrimonio.

Nella seconda, inopinatamente, irrompe invece una gelosia – che a me pare tanto irragionevole quanto lontano affettivamente il protagonosta si sente dalla moglie – che porterà alla tragedia finale. Tale irragionevolezza mi ha fatto considerare l’ipotesi che il tema del racconto sia non tanto la donna e il matrimonio quanto dove possono portare sentimenti non controllati dalla ragione.

Forse in queste diverse, tutte possibili chiavi di lettura, sta la grandezza del racconto, che mi sono goduto anche per alcuni particolari perfidi, come, nelle pagine finali: la preoccupazione del marito assassino, mentre sta sventrando la moglie, di non risultare ridicolo se corresse dietro al rivale a piedi scalzi e, poco dopo, mentre medita se usare contro di se la pistola, l’attenzione ad infilarsi almeno le pantofole quando lo avvertono che la polizia sta arrivando.

LA CASA DEGLI SGUARDI

Il protagonista è l’autore stesso, citato anche con il cognome nel testo.

Si può definire un romanzo di formazione, di un giovane dato per perso: ogni tipo di droga e casino e rissa fino a essere atterrato nei bicchieri di bianco, che li trovi dappertutto senza doverti sbattere troppo.Perso per i genitori che tuttavia si accaniscono a prendersene cura anche quando non solo le forze ma la volontà viene meno. Perso anche per i fratelli, con i quali Daniele ha relazioni mediate dai nipotini, che lo adorano.

Daniele, nel romanzo come nella vita, è un poeta. Le sue poesie sono apprezzate e pubblicate su riviste prestigiose. Eppure, l’unica lettura di poesie descritta nel romanzo “chissà come sarà andata”.

L’aiuto iniziale gli viene da un amico intellettuale, poeta anche lui, che gli trova un posto in una cooperativa di pulizie.La merda da spalare nei sotterraei del Bambin Gesù, l’intollerabile casetta che ospita i bambini morti e il dolore di chi li ha amati, gli interventi pericolosi nelle zone infette, quelli insopportabili vicino alle sale operatorie o dove si fanno le autopsie, sono la strada che lo restituisce alla realtà.Insieme alla poesia, in un finale nè scontato nè retorico.

Lungo questa strada incontra i compagni di lavoro. Con pochi tocchi ce li fa vedere, ci fa sentire quella solidarietà brusca, qualche volta condita di protervia o di bassezza ma che unisce le piccole squadre che si formano per lavori schifosi, a tratti pericolosi. È la parte più bella, per me.

Una scrittura sobria, tagliente, efficace. Senza indulgenze verso il protagonista. Il poeta ha prestato allo scrittore gli accostamenti di parole che colpiscono diretti, entrano nel cuore di chi legge. Non c’è una storia di cui vuoi sapere la fine eppure da un certo punto in poi non te ne riesci a staccare.

È uscito anche il secondo romanzo, “Tutto chiede salvezza”. Lo leggerò. So che è fra i candidati al premio Strega, gli auguro di vincerlo. Gli auguro anche di poter cominciare a scrivere romanzi d’invenzione.

Diario dei miei due di picche

Pensavo ne avrei guardata solo la prima puntata, come a volte, quando non ho voglia di cose impegnative, faccio con serie che si propongono leggere, e invece le ho viste tutte e sette, le mini puntate svedesi di meno di mezz’ora l’una, dove Amanda gestisce, con la sorella e una madre svampita, un’impresa traballante di allestimento di piccole scenografie per matrimoni e feste varie.

Il tema principale è la sfortunata ricerca di un buon compagno, persa fra gli incontri su Tinder e feste sconclusionate.

Il finale …. il finale non lo dico, in qualche modo, e con un po’ di generosità, lo si può dire aperto.

Nel suo insieme mi ha dato un’impressione di verità che ho apprezzato, anche se cominciano ad essere ripetitivi i contesti in cui gli uomini sono tutti, irrimediabilmente, quanto meno inadeguati.

IL BOSCO SILENZIOSO

La storia scorre fluida, ben raccontata, appassionante.

Il tracciato è segnato dall’inizio, la godibilità non sta nei colpi di scena ma nell’inesorabile percorso che condurrà all’emergere di ciò che è stato con tanta attenzione nascosto.

Come nel lavoro della giovane ricercatrice che “sa far parlare il bosco”, il cui padre proprio in quei boschi scomparve vent’anni prima, bisognerà scoprire strato su strato prima di arrivare a capire. E capire non sarà indolore per nessuno dei protagonisti, ciascuno ben delineato.

Un giallo tedesco, in una fase storica in cui di letteratura tedesca arriva davvero poco, proposto da una piccola casa editrice – Emons – specializzata in gialli tedeschi.

Suggeritomi, insieme a “Uno scia alla corte d’Europa“, dalla libraia di una di quelle piccole librerie – Ubik Casalpalocco – dove i librai ti sanno consigliare un libro

Lasciati andare

Un filmetto di una scemenzità totale, con il povero Toni Servillo affannato da una personal trainer sciroccata, se non fosse che nella prima scena c’è Luca Marinelli che scompare subito salvo ripresentarsi nell’ultimo quarto d’ora e farmi ammazzare dalle risate con questo personaggio che sembra una via di mezzo fra il tossico di Ostia di Non essere cattivo e lo zingaro, ma qui molto molto più scemo, di Lo chiamavano Jeeg robot.

Se resistete alla fiera delle banalità dell’ora centrale il finale vale il film.

Stalker

La Zona è un posto maledetto, recintato, circondato dall’esercito, dove è proibito entrare.

Gli stalker sanno come passare e come evitare le trappole mortali in un ambiente da fabbrica diroccata, oleoso, puzzolente, viscido.

Il nostro stalker accompagna per soldi due intellettuali, uno scrittore e uno scienziato, attraverso il putridume fino alla soglia – non sono tanti a farcela – che, se superata, può far realizzare un desiderio.

Ma non quello che credi di conoscere, no, quello più nascosto che hai dentro di te.
È questo, è l’avvicinarsi alla propria profondità che attrae e fa paura. Infatti, colui che diceva di voler far tornare in vita il fratello si ritrovò, invece, coperto d’oro.

Dura due ore e quarantatrè minuti, lento, con quei piano-sequenza di Tarkowsky che ti incollano e ti sfiniscono.

A un certo punto mi sono detto ma dai, andiamo avanti, non la fare troppo lunga, e da un certo punto in poi mi sono detto ma come, sta già per finire?

Il tema è simile a quello di Solaris, altro capolavoro di pochi anni prima: lì, i mostri che perseguitano gli astronauti su una stazione orbitante sono i loro sogni che si realizzano.

L’ultima scena di Stalker è commovente come poche.

So che qualcuno che mi desse retta potrebbe maledirmi, ma per me è un capolavoro assoluto, da non mancare.