Il nostro traditore tipo

Credo di aver letto tutto Le Carrè. Il che, per quanto mi riguarda, è vero soltanto anche per Kundera.

Anche se Le Carrè ha scritto soltanto romanzi di spionaggio (più un giallo, poco riuscito), non lo considero uno scrittore “di genere”, ma un grande scrittore.

Anche ne “Il nostro traditore tipo” c’è tutto quanto me lo fa amare: personaggi credibili con spessore psicologico sempre ben definito, una storia un cui un outsider (questo soprattutto nei romanzi scritti dopo il 1989: prima, i protagonisti sono soprattutto professionisti dei servizi) si trova in qualcosa di cui non può afferrare le dimensioni e tuttavia decide di navigarci, anche se ciò comporterà rischi estranei alla propria vita usuale.

La storia è credibile e raccontata in quel modo che fa venire voglia che arrivi la sera per scoprirne il seguito. Insomma, uno di quei libri che danno la frenesia e i timore – perchè: e poi che cosa leggerò? – di arrivare alla fine.

Le Carrè è da leggere tutto, senza eccezioni.

La vita è altrove

Un romanzo che segue la breve vita di Jaromil, il poeta convinto di essere capace di costruire una coerenza fra il lirico e il rivoluzionario, nella Praga degli anni quaranta, mentre si afferma il “socialismo” di marca sovietica.

Le donne di Jaromil, con l’eccezione della madre, non hanno un nome: sono la rossa, la cineasta. Anche gli uomini è più facile ricordarli come il pittore, il poeta sessantenne, il poliziotto figlio del bidello, e alla fine, per il lettore, Jaromil sarà solo “il poeta”.

Sono “tipi” non tanto dell’epoca quanto dell’umanità, maschere a contorno di una vita di quelle – come, forse, sono un po’ tutte le nostre vite – che si vogliono gloriose e che, se non ci fossero state, nessuno se ne sarebbe accorto, se uno scrittore non avesse deciso di scriverne in un romanzo.

D’altra parte, se “…l’uomo non può in alcun modo saltar fuori dalla propria vita, il romanzo è molto più libero.”

Negli ultimi due capitoli il punto di vista sui personaggi cambia, eppure li riconosciamo tutti, nelle ultime pagine feroci e tenerissime.

Come tutto Kundera.

TEORIA DEGLI INFINITI

Non c’è un protagonista, se non il grande vecchio morente, sullo sfondo, e la famiglia intorno al patriarca con Mercurio – sì, il dio Mercurio, o Ermes per i greci – narratore inconsueto…

La scrittura è protagonista, soprattutto quando impasta gli interventi dispettosi e lussuriosi degli dei con le miserie umane.

The beast in me

Lei è stata la protagonista di “Homeland”, lui di “Americans”, due fra le migliori serie in assoluto, che hanno mantenuto qualità nelle almeno sei stagioni ciascuna.

In questa miniserie di otto puntate formano una coppia artistica più che all’altezza.

Lui, sopratutto, rende straordinariamente bene la duplicità del narcisista.

Anche la sceneggiatura è ben costruita e, anche se senza grandi innovazioni, si fa seguire e appassiona.

Il finale: i finali potrebbero sempre essere diversi e qui ci sarebbe stata la possibilità di spingere ancora sul tasto “nessuno è innocente”, ma alla fine non si può rimproverare a un prodotto di genere di seguire le strade classiche, compreso uno dei trucchi più abusati per dimostrare la colpevolezza di qualcuno.

In genere guardo un paio di puntate alla volta, raramente mi capita, come in questo caso, di insistere di seguito.

Da vedere.

Custode di mio fratello

Un primo criterio per stabilire – un mio criterio, si capisce – se un libro merita di essere letto e se, quindi, è valsa la pena averlo fatto pubblicare, pubblicare, non scrivere, chè scrivere vale la pena sempre, è se mi fa venire voglia di continuare, mentre lo leggo, e mi fa dispiacere che sia finito quando arrivo alla fine.

Un altro criterio è che racconti una bella storia, con personaggi che si capisce chi sono.

Infine, una scrittura interessante, che può essere levigata e scorrevole o puntuta e graffiante, purchè trovi il modo di arrivarmi almeno qualche volta sotto pelle.

“Custode di mio fratello”, di Mario Santamaria ha soddisfatto il primo dei miei criteri: da quando l’ho preso in mano mi è rimasta la voglia di riprenderlo e di arrivare alla fine.

Circa la storia e i personaggi, beh, la storia c’era e i personaggi pure, la sorpresa è stata che la scrittura, che aspettavo come il pezzo più forte, avendo già letto il romanzo precedente e anche tanti post su Facebook che si distinguono proprio per la scrittura accurata e intensa, la scrittura mi ha affaticato.

Purtroppo.

Non c’è stata pagina in cui non sia dovuto tornare indietro a rileggere almeno un paragrafo e da un certo punto in poi ci ho rinunciato e mi sono accontentato di proseguire a intuito.

Per quanto, ancora adesso sospetto che Caio e Xud siano la stessa persona ma non ne sono certo.

Ma perchè non poteva essere scritto come la bella pagina e mezzo di “Ringraziamenti”, lineare senza che diventi banale?

Ma, poi, forse non è la scrittura in sè, forse è quell’eccesso di gioco a nascondino con il lettore, che ti butto una cosa qui che proprio non la puoi capire, caro lettore, e fra dieci pagine vediamo se sei stato attento e cogli il collegamento con quest’altra cosa.

Fine delle considerazioni di stile.

Circa il contenuto, credo sia ben reso sopratutto il personaggio del carrozziere fascista puro, forse con un eccesso di apprezzamento, se no magari un po’ di entrate economiche sarebbero trapelate dal molto verosimile commercio di appartamenti di uno che è considerato il boss dei blocchi.

Meno credibile il fratello chirurgo estetico, ancora meno la sorella adottiva – non svelo niente, sta scritto nel risvolto di copertina – che davvero non sono riuscito a capire alla fine con quale livello di danno se la sia cavata, a parte aver incontrato la spregevolezza presente dei due fratelli, e quella passata che ci viene fatta intuire, tanto che alla fine il personaggio più simpatico mi arriva il pessimo padre fascistone che se l’è goduta alla grande a Londra, non solo frocio ma pure con l’amante ricco ebreo. Perchè pure la madre, insomma…

Che dite, che non si salva nessuno? È precisamente così, e forse ha voluto essere questo il segnale dato allo spirito del tempo.

La scuola cattolica

Tre sigle percorrono questo romanzo di più di mille e quattrocento pagine: QT, SLM, DdC. Rispettivamente, il quartiere Trieste, il San Leone Magno, il delitto del Circeo.

Anni settanta, tre ragazzi incontrano due ragazze, le portano in una villa sul Circeo, le seviziano per due giorni fino a ucciderle.
Le mettono nel portabagli della macchina e tornano a Roma a prendersi un gelato. Una delle due ragazze però ha solo finto di essere morta, batte dall’interno del portabagli, qualcuno la sente, viene salvata, due dei tre ragazzi vengono immediatamente arrestati, del terzo non si saprà più niente fino a oggi.

Ci arriviamo dopo più di quattrocento pagine. In realtà, le pagine sui fatti dei delitti – ce ne sarà un altro – sono davvero poche e senza mai che si indulga in quel genere di descrizioni che fanno la fortuna della cronaca nera dei giornali.

Sono nato in quel quartiere, so dov’è il SLM anche se non l’ho frequentato ma sono stato in un collegio gestito da religiosi, conosco quel clima, quel genere di persone perchè, dopo aver abitato altrove, ho lavorato lì vicino e i miei figli hanno frequentato un asilo del quartiere e poi le elementari a Villa Paganini. Albinati mi ha restituito in pieno quel clima, con in più una quantità di sfaccettature le più diverse.

L’autore ci è nato, ci è vissuto, ha frequentato il SLM e ha conosciuto gli autori del DdC, i loro fratelli e sorelle, gli amici, i genitori, gli insegnanti. Ha sentito il bisogno irrefrenabile di scrivere quando uno dei tre, dopo aver scontato anni di galera ed essere uscito per buona condotta in semi libertà – era diventato consulente psicologico – aveva ammazzato due donne, madre e figlia, la figlia di quattordici anni. Di nuovo senza alcun motivo che lo posso fare, lo faccio.

Eppure non è la riflessione sui delitti il centro del libro. Ne è invece lo spunto per un’analisi profonda, molto profonda, del mondo maschile, in un percorso a spirale con le curve che si allargano sempre di più fino ad abbracciare, in questa ricerca, la borghesia, la classe media, la religione e la sottile arte di rovesciare il senso comune per cui, per dirne solo una, chi muore passa a miglior vita.

Due capitoli, in particolare, dicono del grande scrittore.

Dopo aver fatto complessi ragionamenti sulla quasi ineluttabilità genetica del maschio a essere stupratore e assassino, un capitolo descrive una scena di sesso, bella, vera, alla fine della quale “Le sue natiche rilucevano chiare nel buio, e lei sembrava morta, non si muoveva più, non respirava“.

Sul finale, l’autore bambino in settimana bianca si ammala, un prete amorevole se ne prende cura, noi vediamo come se ne prende cura ma non sappiamo come se ne prende cura.

L’autore – presente in prima persona nel romanzo – non si fa sconti, ma davvero non se ne fa, non come quelli che si trattano malissimo mentre strizzano l’occhio al lettore: visto, come sono del tutto trasparente anche nel peggio di me?

Sembra spietato, verso i suoi personaggi / persone, tranne che verso la famiglia Rummo, della cui tragedia racconta in un altro bellissimo capitolo, e che ritrova sul finale, alla messa di natale di mezzanotte, che gli dà l’occasione di concludere il romanzo con una parola inaspettata, che qui non rivelerò.

Non è una lettura leggera, ma è una lettura che prende, che fa venir voglia di andare avanti perchè è vero che sta esprimendo lo stesso concetto ma lo sta facendo con parole nuove, con sempre un aggiunta di significato, un approfondimento marginale ma vero. È uno di quei libri che quando lo hai finito ti lascia la nostalgia di un’esperienza che è passata e che è stato così bello viverla.

I maschi dovrebbero leggerlo per specchiarvisi, come ho cercato, non senza difficoltà, di fare, le donne dovrebbero leggerlo per imparare qualcosa sul maschile e poterlo, qualche volta, compatire.

Il disperato bisogno di senso, tipico del romanzo, trionfa nelle conclusioni che noi tiriamo sul nostro passato, fornendo un alibi fantastico per qualsiasi cosa sia accaduta ma anche per quelle che debbono ancora accadere; in fondo la letteratura è un’assicurazione sulla vita per abbandonare il tentativo di costruirsene una diversa, di costruire un altro me stesso migliore o più coraggioso.

È questo, sempre, ogni romanzo: la narrazione di un’infelicità.

Calcoli e rompicapi

La prima copertina illustra un famoso esempio di “decisione impossibile”: sta arrivando un carro merci, se continua la sua corsa senza interventi travolgerà 5 persone, fra cui una bambina.
È lecito (morale, ammissibile, etc) azionare lo scambio, in modo che invece di 5 persone ne sia travolta soltanto una?

I due testi, insieme, insegnano che possiamo proporci di essere sempre onesti e giusti, ma che a quanto pare non basta avere principi saldissimi, perchè è sempre possibile immaginare situazioni nelle quali principi ai quali diamo lo stesso valore vengono in conflitto.
E allora SEMPRE, sempre, la scelta sta solo a noi, e a volte solo dopo averla fatta potremo riconoscere che cosa ci ha guidato, e a volte potremo scoprire che non è detto siano stati i principi, a guidarci.

Aldo

Un cortile sul quale affacciano otto scale di un grande condominio.

Questa scala, quella dove si svolgono i fatti, otto piani, come tutte le altre, ha soltanto due appartamenti su ogni pianerottolo.

Dal piccolo ingresso, che su un lato vanta una pretenziosa scultura verticale di granito grigio sbruzzoloso, partono tre scalini per arrivare al livello dell’ascensore.

Ci si conosce poco, un saluto a scappare quando ci si incontra, una considerazione sul tempo se si capita insieme in ascensore, gli occhi che non sanno dove posarsi.

Vite normali, all’apparenza, che non mi suscitano la curiosità di certi personaggi che a volte incontro in giro, sul tram, al supermercato, nella villa.

Tranne uno, che chiamerò Aldo, perché non conosco il suo nome e perché mi pare giusto che un nome, sia pure fittizio, ce l’abbia.

Aldo ha un’età che mi è difficile definire, anche se sopra il trenta non mi pare azzardato, con un buon margine per “sopra”.

Aldo lo incontro veramente poco.

Quando lo incontro, quando ci incontriamo, non posso fare a meno di notarlo.
Chiunque, in effetti, lo noterebbe.

Aldo è un culturista, tutto muscoli, impossibile non accorgersi di lui.

Già questa considerazione – impossibile non accorgersi di lui – potrebbe essere una risposta alla domanda che mi faccio sul perché uno si dedichi a far emergere ogni singolo muscolo del proprio corpo.

In verità, le ragioni potrebbero essere mille, anche opposte alla prima che mi è venuta in mente e, infine, perché indagarle?

Il modo di porgersi di Aldo, peraltro, non assomiglia per niente a eccomi, guardate quanto sono figaccione.

Anzi, Aldo è quasi sfuggente: il massimo dello scambio che mi è arrivato al mio cenno di saluto è stato un lieve piegare del capo, sempreché non gliel’abbia voluta attribuire io a forza, la risposta, perché mi avrebbe fatto piacere riceverla e me lo avrebbe reso più condomino che personaggio.

Sempre con in mano il borsone della palestra, le braccia larghe, perché le dimensioni dei muscoli sia delle braccia che del tronco non renderebbero possibile che gli arti superiori siano adiacenti al resto del corpo.

Lo stesso le gambe, alle quali l’estensione sia dei quadricipiti che di tutto il resto impongono di muoversi con passi più larghi che lunghi.

Aldo mi sta simpatico e mi fa tenerezza; il mischiarsi di queste sensazioni produce in me una strana protettività, che non sembrerebbe essere il sentimento più adeguato a una figura di tale possenza muscolare.

Ci incontriamo, quando ci incontriamo, nel piccolo ingresso di cui dicevo, quello con la pretenziosa scultura verticale di granito grigio sbruzzoloso e i tre scalini fra il cortile esterno e il ripiano dell’ascensore: lui esce dall’ascensore o sta per salirci e io viceversa, non è invece mai capitato che ci trovassimo a entrare insieme in ascensore.

È perennemente abbronzato, Aldo. Poiché il colore, più sul gambero che sul bronzeo, è lo stesso identico in tutte le stagioni, sospetto sia prodotto da lampade.

Perciò, penso ad Aldo come a una vita artificiale in cui tutto gira intorno alla cura del corpo.

Forse è il suo aspetto comunque dimesso, in contrasto con il corpo potente, a trasmettermi questa forma di tenerezza. Lo immagino a disagio con il sesso, me lo figuro vivere nella bolla dei culturisti come lui che si misurano i progressi e si scambiano, o si nascondono, gli ultimi ritrovati.

Naturalmente, visto che non conosco niente della vita vera di Aldo, si tratta di mie fantasie che vengono da miei pregiudizi, questo lo so bene. È per dire qual era il mio sentire verso Aldo quando, quella mattina che scendevo alla solita ora, l’ho trovato schiantato, riverso a faccia in giù, la testa in direzione del portone che dà sul cortile, le gambe appese ai tre scalini che scendono dal pianerottolo dove si esce dall’ascensore.

Un portatile in terra, che l’infermiere sta scollegando dai sensori applicati sul corpo di Aldo, un altro infermiere che scansa la barella per farmi passare, una donna – la madre di Aldo, credo, dall’età – seduta in cortile su una fioriera con vicina una terza infermiera che le sta parlando con dolcezza e le tiene una mano.

Non so che fare. Uno sguardo interrogativo verso l’infermiere che armeggia intorno al pc portatile mi restituisce una sua occhiata che testimonia che no, non c’è proprio niente che si possa fare.

Mi soffermo, ma giusto un attimo, per non varcare la soglia della curiosità morbosa, vicino alla mamma di Aldo – sempreché sia la mamma, non posso esserne certo – scambio uno sguardo anche con l’infermiera che le è vicina, forse farfuglio, ma oggi non ne sono sicuro, c’è qualcosa che posso fare, ma anche l’infermiera mi risponde che no, proprio no.

Mentre mi allontano e cerco un senso che non trovo, perché in effetti non c’è, mi sento inutile nell’attraversare tutto quel dolore.

Cento euro

— Allora, com’è andata questa settimana?

— Bene. Mi è successa una cosa strana.

— Cioè?

— Ti devo prima spiegare il contesto.

Alfredo è un coach molto affermato e molto ben pagato.

È associato a un’organizzazione che, circa ogni tre mesi, propone un raduno di persone che condividono una passione o, meglio, un modo di stare al mondo che hanno in comune, che può essere una volta lo sciamanesimo, una volta il perdono – c’è addirittura un corso quinquennale per diventare “Master del Perdono” – una volta la meditazione e così via.

Siccome è uno piuttosto noto e, di fondo, gli piace ogni tanto stare in contatto con i personaggi particolari che incontra in questi ambienti, non chiede i soldi esagerati che chiede di solito e si limita a proporre di gestire un paio di ore al giorno con i suoi vari esercizi di coaching in cambio di vitto e alloggio.

Alloggio nel miglior bungalow disponibile, è ovvio, e con la sua perenne sciarpetta di seta gialla al collo gode di essere il benvenuto e di stare nella parte della star che si propone in tono dimesso.

Potrebbe organizzare lui qualcosa del genere, chiedere molti soldi e ottenerne, ma gli piace così.

— Dunque, la cosa strana?

— C’è questa bella donna, circa sessanta, che dal primo giorno mi mostra attenzioni.

— Attenzioni come?

— Che ne so… nel salutarmi mi abbraccia, ai pasti fa in modo di sedersi di fronte o a fianco, cose così, abbastanza ben percepibili.

— E tu?

— Beh, mi fa piacere, certo, ha anche una conversazione intelligente e brillante.

— Quindi?

— Quindi una sera, dopo cena, le propongo una passeggiata sulla spiaggia.

Atmosfera perfetta, un frescolino che un golf di cotone ci starebbe pure, volendo, ma anche solo con la camicia si sta bene.

Lei non porta reggiseno e i capezzoli spiccano su un seno sostenuto.

Lui racconta del figlio, lei non ne ha, le stelle, il riflusso della marea, la luce lunare sbieca, insomma viene naturale che si prendano per mano e si scambino un bel bacio di quelli interi, corposi, soddisfatti, con le salive contente di incontrarsi.

— Dai, Alfrè, sei partito che ti è successa una cosa strana e fino a qui è l’ABC di Harmony…

— Eh, aspetta, aspetta, non lo sai che l’erotismo è attesa?

— Ah, ecco, quindi è una cosa erotica, non strana.

— Mo’ di dico, dai, fammici arrivare.

Quella sera no. Quella sera si salutano in modo affettuoso, lui torna al suo bungalow extra e lei alla sua canadese.

La sera dopo.

La sera dopo si alzano da cena e lei gli fa, diretta: ieri sera mi è piaciuto molto stare insieme, che ne dici se proseguiamo la conoscenza nella mia tenda?

Ci stavo giusto pensando, risponde lui, è piaciuta molto anche a me la serata, ma non stiamo più comodi nel mio bungalow? C’è un vero letto…

No, no, mi piace la mia tendina così raccolta e intima.

— Capisco, forse ci arriviamo, ma che fatica.

— Ci arriviamo, già.

— Insomma, avete scopato sì o no?

— Eh, qui viene il bello. Per così dire.

— Vabbè, sentiamo.

La tendina è tanto intima quanto scomoda. Sia lei che lui sono di corporatura non minuta e i movimenti non sono facili, anche tenendo conto del fatto che in un campeggio, per quanto siano ben distanziate, i rumori provenienti da dentro una tenda è come se si affacciassero sulla piazza del paese.

I due si cercano, si trovano, ma la posizione giusta risulta davvero difficile da trovare. Nonostante l’eccitazione sia cresciuta il pudore prevale.

Si ritrovano sudati, stanchi, affannati.

— A questo punto lei me lo prende in bocca ed è veramente superlativa: vengo come raramente mi è capitato e devo stare pure attento a frenare l’urlo di piacere che preme.

— Insomma, scusa se la metto terra terra: ti ha fatto un bel pompino.

— Possiamo dire così, sì.

— E questa sarebbe l’esperienza strana? Ma non potevate spostarvi nel bungalow extra?

— In effetti, dopo un po’ ci siamo detti che la sera successiva saremmo andati lì, sì, questa era l’idea.

— E invece?

Lui le fa una carezza, si rimette addosso qualcosa e va in bagno.

Quando torna le si stende vicino.

Beh che dici? Chiede lei.

È stato molto bello, risponde lui.

Restano in silenzio.

Lui si sta godendo un lungo momento di appagamento sereno.

Lei ribolle. Si rigira. Sbuffa.

Lui intuisce qualcosa, le chiede che c’è?

Lei ah vuoi sapere che c’è? Vuoi sapere che c’è?

La seconda volta il tono è molto, molto sostenuto.

Non stai bene? Le chiede lui.

Hai la faccia come il culo, risponde lei. E nemmeno dici niente? Non parli, eh! Non parli, non sai che dire e ci fai pure il coach guru con quella cazzo di scialletta gialla al collo – stasera te la sei scordata? – quello che insegna agli altri come si sta al mondo, ma non ti vergogni?

Lui, un pizzico.

Vieni qui, nella mia tenda, mi scopi, anzi nemmeno mi scopi perché alla tua età nemmeno sai come cazzo muoverti per cui alla fine mi tocca farti un pompino e dopo che sei venuto e con tua grande soddisfazione mi pare ti alzi e te ne vai e quando torni neanche una parola!

Ero convinto che stavamo bene tutti e due…

Tu eri convinto? E già, tu eri convinto, ma davvero, ma al grande coach non viene neanche in mente di chiedermelo, come sto? No? Il famoso coach non pensa che potrei essere rimasta appesa, insoddisfatta? No? Al big guru questo non interessa, soddisfatto lui che gliene frega di me? Neanche una parola. Neanche una parola mi hai detto.

A questo punto lei piange. Lacrime che non hanno voce eppure rumorose.

Si riprende, si riveste quanto può, gli dice adesso è meglio se te ne vai.

Pure lui si riveste al meglio, mentre sta uscendo borbotta un mi dispiace e fa un imbarazzato cenno di saluto.

Lei ormai è tornata del tutto in sé: sai che c’è? Io ti ho fatto un signor pompino, un pompino che ti ricorderai e perciò, visto che le cose stanno così, sai che c’è? Me lo paghi.

Come, te lo pago? Chiede lui.

Sì, almeno me lo paghi. Sono cento euro.

— Ah certo che è andata proprio strana, in effetti. Cento euro. E tu?

— Io la mattina dopo l’ho cercata a colazione e le ho appoggiato i cento euro vicino al cappuccino.

— E lei?

— Se li è presi, si è alzata e se n’è andata.

Domande indiscrete

Avevano appena fatto all’amore, era stato bello, stanno adesso tutti e due sdraiati, sudati, spossati, tempera le loro pelli una brezza gentile che passa fra i listelli della serranda semi aperta, per gli stessi spazi dove il sole calante si intrufola orizzontale e, nell’attraversare la siepe di pitosfori, sparge ombre movimentate .

Un silenzio carico di sentimento.

Avevano discusso malamente, prima, si erano dette brutte parole, quelle che non sai nemmeno di avere dentro, non da tirare a lui, non da buttare addosso a lei.

Aveva vinto, come altre volte, la rabbia erotica ed erano stati i corpi a spostare l’accento, dalle infinite recriminazioni sul passato prossimo, che chiamava regolarmente quello remoto, sul presente di un’attrazione irresistibile.

Lui le chiede: a che cosa stai pensando.

Lei risponde: a come sarà con il prossimo.