Fleishman Is in Trouble

Due coppie di quarantenni in crisi, più uno storico amico comune di Fleishman e della moglie nell’altra coppia.
Otto puntate appresso alle difficoltà dei due uomini, Fleishman sopratutto, di occuparsi dei figli avendo a che fare con mogli ciascuna sciamannata a modo suo. Due santini, i mariti. Le mogli invece: una – l’attrice è stata la protagonista di Homeland, lì bipolare, qui fuori di testa comunque – che vuole riscattare con un lavoro prestigioso un’infanzia difficile, l’altra che non accetta di non avere più disponibili tutte le potenzialità che aveva a 20anni.
Un’inspportabile voce fuori campo che accompagna e commenta e spiega i passaggi emotivi di ognuno e li condisce con considerazioni profonde, si fa per dire, sull’esistenza: altro che show do’nt tell, qui è tutto un tell e pure pretenzioso.
Succedono pure poche cose, si vedono le diverse classi newyorkesi, le fisime delle signore annoiate e troppo ricche, tutto già visto, senza originalità.
Una grossa delusione, generale, un protagonista che fa della totale inespressività la sua forza.
Finale senza chiudere una storia che sia una: vi abbiamo fatto vedere i troubles dei 40enni newyorkesi, fatevelo bastare.
No, decisamente non basta.

The Offer

Una serie su fare un grandissimo film a dispetto di difficoltà di ogni genere a ogni angolo.
Una serie, anche, piena di tutti gli stereotipi e di tutte le retoriche del successo, dell’amicizia eccetera.
Ma il padrino è stato un grandissimo film di un grandissimo regista e con grandissimi attori, che non si sarebbe realizzato senza un cazzutissimo produttore, che è il vero protagonista.
La magia del dietro le quinte della produzione di un film si intreccia con il ricordo di una stagione che ha espresso Cabaret, Love story, Chinatown, Butch Cassidy, Harold and Maude, Rosemari’s baby, Paper moon, La conversazione… e questi sono quelli che ricordo fra i tanti citati.
Forse la magia sta nel piacere di averli visti tutti e dal riconoscerli citati anche di sfuggita o per l’accenno a un attore, un particolare.
Non ricordavo invece – ero convinto fosse già affermato – che imporre Al Pacino da parte di Coppola fu una vera impresa.
Niente proprio di memorabile, ma chi ama il cinema non si può perdere lo svelamento del processo produttivo dietro a un tale film.

TASMANIA


Tasmania, l’isola grande circa tre volte la Sicilia, a sud est dell’Australia, è dove l’amico premio Nobel che si occupa di clima e nuvole gli suggerirebbe di rifugiarsi quando il peggioramento di un mondo dove “da una parte si muore di sete e dall’altra si annega” sarà evidente a tutti.
Il protagonista si chiama con le stesse iniziali dell’autore, P.G, è un fisico, scrive per il Corriere della sera, insomma l’identificazione autore / protagonista è stimolata con chiarezza. Questa immedesimazione sottintesa, anche se l’intimità non è mai esibita, e tuttavia è esposta, mi ha trasmesso un senso di irrimediabile fastidio quando non si distingue il racconto dall’autobiografia.
Il romanzo compenetra le crisi personali – del protagonista, dell’amico che non riesce a trovare un modo di rapportarsi al figlio dopo la separazione, dell’inviata di guerra cinica e disillusa, della moglie Lorenza comprensiva oltre ogni misura, dell’altro amico che aver ricevuto un premio Nobel non gli sarà sufficiente a salvarlo dalla flagellazione per aver sostenuto “scientificamente” l’inferiorità delle donne nei concorsi scientifici, il prete che si innamora – con la crisi del pianeta, e dell’umanità.
Il reportage che si è fatto assegnare – “ma perché ti ostini a scrivere di una cosa successa decenni fa di cui non importa più niente a nessuno?” – sulle bombe atomiche sganciate sul Giappone è forse il filo conduttore più denso: le due città sono state scelte perché fra quelle meno bombardate, intatte, affinché l’effetto fosse, agli occhi del mondo, il più distruttivo possibile.
“Scrivo di ogni cosa che mi ha fatto piangere” è l’ultima frase del libro. Perciò non ho motivo di stupirmi se ho trovato Tasmania intriso di tristezza, e pure così profondo che mi sono ripromesso di rileggerlo, abbastanza a breve.

The Menu

Classificato horror, ma mai un momento di paura, nè di vera tensione: il grottesco prevale.
Tuttavia godibile – a me gli horror non piacciono proprio – anche se privo di vera originalità.
Vale la pena anche solo per l’interpretazione di Ralph Fiennes.

Everything Everywhere All at Once

Dopo 20 minuti ero affranto. Ho deciso di continuare ancora un pò.
Al minuto 25, con il kung fu del borsello, mi sono cominciato a divertìre.
Avevo letto che è stato pluripremiato iñ vari festival e che potrebbe vincere l’oscar come miglior film, perciò ho continuato. Ho retto fino al minuto 60, quando comincia a citare Kubrik e Bollywood. Un fritto misto di Matrix e Interstellar condito con spruzzate di multiverso, universi paralleli, passando per Sliding doors e pure Terminator e Inside out. Con queste premesse la fantasia degli sceneggiatori può giocare in tutte le direzioni e passare per tutti i generi senza pagare pegno, perchè ogni scelta minima che ognuno fa porta in uno degli infiniti universi possibili. Intelligente e brillante? Per me un’accozzaglia, uno spreco di intelligenza, che certo sotto c’è. Siamo messi proprio male se questo è il meglio del cinema oggi e se questo film è in competizione per l’oscar con Gli spiriti dell’isola.

PS visti i risultati degli Oscar, sono proprio sconcertato: possibile che nell’ora e più successiva a quanto ne ho visto io diventi un capolavoro? E il premio dato all’asinello de L’isola degli spiriti ha il sapore di uno sfregio. Insomma non ci si può più fidare dei premi, ho pensato che, essendo tutti attori di origine cinese, il premio abbia una valenza sopratutto commerciale per prendere quell’enorme mercato.

LA VITA INTIMA

Le prime pagine sembravano promettere il divertimento de “Che la festa cominci”, poi il romanzo prende tutta un’altra strada, e quel po’ di grottesco che affiora – infilarsi a testa in giù nel camino fra i barbagianni per recuperare il cellulare – arriva fuori posto.
La protagonista è Maria Cristina, moglie del nuovo Presidente del consiglio italiano, e donna fra le più belle del mondo, forse addirittura la più bella.
Una cretina, per come affronta le varie situazioni, ma più per trovarsi in cose più grandi di lei che per intenzione di protagonismo. Forse la parte più riuscita è la resa del peso che Maria Cristina porta sia della bellezza che della carica e della inadeguatezza in cui si riconosce, a volte in cui è indotta a riconoscersi da giudizi carpiti qui e là, come dalla povera segretaria, tanto efficiente quanto bistrattata.
L’andamento diventa quello di un giallo, quando dal passato di Maria Cristina esce un video che potrebbe compromettere la carriera del marito e la sua immagine. L’amico che ha questo video passa, da un capitolo all’altro, da potenziale persecutore a potenziale alleato, e risulta sempre credibile in una veste e nell’altra: e questo è un altro merito del romanzo di Ammaniti.
Quindi, una lettura gradevole e a tratti divertente.
A tratti anche fortemente irritante, come nelle scene di sesso – ben scritte, per carità – ma del tutto fuori luogo e almeno una, il medico provolone, del tutto inzeppate a forza nella storia: l’unico richiamo è che la corporatura di un ministro belga le richiama quella del porcone.
Finale da finale di serie televisiva, a sviluppare la quale, diceva una mia amica a cui il libro proprio non è piaciuto, il racconto è, forse, destinato.
Il sospetto che l’autore di “Come dio comanda”, di “Ti prendo e ti porto via” e di “Io non ho paura”, dovesse adempiere a un obbligo contrattuale – editoriale si fa purtroppo strada.
Spero che per il prossimo cambi totalmente genere, come ha dimostrato di saper fare, ed esca dalla insopportabile quotidianità dei personaggi della Roma nord, per i quali “Che la festa cominci” va considerato un funerale definitivo.

Il Colibrì

Non mi era piaciuto il libro, meno che mai il film, visto perchè sollecitato da un caro amico con il quale di solito i gusti coincidono.
Il suicidio della sorella anoressica, la moglie fuori di testa, il fratello che lo odia, l’amore della vita che l’ha tradito, i genitori morti di cancro, la figlia morta in arrampicata, alla fine cancro al pancreas… la metà bastavano, no?
Per quanto Favino sappia rendere credibile quasi tutto, il pippone su che me ne faccio di questo quasi milione vinto a poker è insopportabile.
E, infine, la bravura di Favino non basta a rendere accettabile un uomo sostanziamente perfetto, dal ragazzino che si prende cura della sorella maggiore (quella che poi si suiciderà comunque) fino al nonno che si occupa della nipote dopo la morte della figlia.
Pure il finale strappalacrime, niente a che vedere con la sobrietà drammatica de Le invasioni barbariche.
Mi è piaciuto solo Nanni Moretti.
Al mio amico voglio bene lo stesso❤️​

The White Lotus 2

La seconda serie, ambientata in un lussuoso albergo di Taormina, è altrettanto e pure più della prima impossibile da lasciare. I sette episodi li ho divorati come raramente mi è successo.
Una tensione emotiva continua sempre sotto traccia, accompagnata in contrappunto da una colonna sonora degli anni ’60 / 70, con prevalenza di De André e brani di Mina, Lauzi, Donaggio, Battiato e altri fino alla Rappresentante di lista di oggi.
La bellezza di angoli di Sicilia, gli onnipresenti vasi di Caltagirone, gli affreschi barocchi si abbinano a vite disperate dietro ricchezze inservibili per un buon stare al mondo.
Alla fine le sole che sembrano cavarsela sono due giovanissime prostitute svagatelle ma che sanno che cosa vogliono.
Attori tutti bravi, un oscar per l’attrice nell’immagine.
Una scena a Noto cita, e trasporta improbabilmente ad oggi, un episodio de L’avventura, quando Monica Vitti, che sta aspettando in strada Gabriele Ferzetti, è circondata dagli sguardi rapaci dei masculi siciliani.
Non mi nascondo che a qualcuno potrebbe anche risultare insopportabile, io vado a cercare altre serie o film di questo Mike White.

The White Lotus 1

Vista la prima serie.
Un misto di lusso acido e di impossibilità di essere normali.
Le differenze di classe, le ipocrisie nonostante le buone volontà, almeno di qualcuno, qui emergono nette dalla vita quotidiana di un elegante albergo in un’isola delle Hawaii. Altro livello rispetto al mal riuscito grottesco di Triangle of sadness.
Da non mancare.

RRR

India, dominazione inglese, un filmone di tre ore di quelli pieni, di soddisfazione, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, senza sfumature nè dubbi.
Tradimenti, sì, ma a buon fine e con riscatto finale.
Sentimenti veri e ingenui esposti da un regista che ingenuo non è per niente, che ha studiato le acrobazie cinesi, le pistolettate doppie e triple e davanti e dietro coreane. E anche i fumetti della Marvel e i musical americani.
L’irrompere della musica – ottima la colonna sonora – e di strabilianti, enormi, coreografie dove i nostri supereroi diventano primi ballerini può essere entusiasmante.
Insomma, se ci si abbandona alla favola, le tigri scatenate contro i prepotenti diventano nostre alleate e l’insieme è una vera goduria.
Da non perdere.