Argentina 1985

È l’anno in cui un procuratore, sostenuto da un gruppo di giovani legali, riesce a imbastire un processo contro i vertici militari responsabili delle uccisioni, torture, sparizioni durante la dittatura.
È candidato all’oscar, per me non è un film da oscar, perché di impianto processuale tradizionale, senza avventure registiche.
Ma questa è la sua forza, e probabilmente è stata la scelta stilistica di volare basso, senza mai accelerare, a renderlo così potente nel contenuto che trasmette, reso in pieno dalla poche testimonianze che vengono mostrate.
Da non mancare, anche per l’interpretazione perfetta di quel meraviglioso attore che è Ricardo Darin.

Gli Spiriti dell’Isola

Perchè non mi parli più?
Non mi vai più a genio


Questo scambio di battute è nei primi minuti, il film si snoda intorno a questa amicizia storica che improvvisamente, non si sa perchè, naufraga.
Siamo nel 1923, su un’isola al largo dell’Irlanda, da dove arrivano bagliori di guerra: “non era meglio quando combattevamo solo contro gli inglesi invece di scannarci fra di noi?”, e il parallelo è evidente.

Peraltro, il parallelo si può estendere all’umanità intera, disposta all’autodistruzione pur di ottenere… di ottenere che cosa? Che cosa vuole ottenere dall’amico con cui non vuole più parlare? Questo non lo posso dire, è uno dei temi principali del film.
Paesaggi stupendi sul grande schermo, ma come si fa a non pensare chissà che noia a vivere in quel verde sempre uguale fra quei muretti a secco sempre uguali?
I musi degli animali sempre mansueti e buoni, i tipi del pub che parlano come qui e quo, alcuni momenti sono anche divertenti ma il tono generale è tragico, come per un’umanità irrecuperabile a dispetto di ogni tentativo.

Martin McDonough è il regista de “La coscienza dell’assassino” e di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”: andrò a cercare gli altri suoi film.
A me questo è piaciuto tantissimo, Colin Farrel da Oscar e comunque tutti gli attori – l’antagonista Brendan Gleeson e gli altri – perfetti, ed è tuttavia uno di quei film che mi farei qualche scrupolo a consigliare a qualcuno di cui non conosco i gusti proprio bene bene.
A cercare un precedente, forzando un tantino lo si potrebbe definire una versione sofisticata de I duellanti di Ridley Scott.

Unico neo: i golf di Colin Farrel sono bellissimi ma troppo scopertamente usciti da una boutique di altissimo livello. 

Per Isabel


L’ultimo di un grandissimo scrittore.

Fu una bella sorpresa in libreria, incontrare un testo inedito di Antonio Tabucchi. Anche questo un racconto lungo – non capisco il bisogno dell’editore di farlo passare per romanzo – a cerchi concentrici, a mandala dice Tabucchi.

Il protagonista è alla ricerca di senso, forse di perdono, sulle tracce di Isabel, scomparsa misteriosamente dopo essere entrata in clandestinità nel Portogallo di Salazar, forse morta, forse finta morta, forse chissà.

La ricerca ci fa incontrare personaggi e luoghi, ciascuno dei quali fornisce un pezzetto di verità, una briciola di Pollicino sulla strada di Isabel.

Sia il protagonista sia Isabel sono leggeri, vogliosi di o disponibili a scambiare conoscenza ma lontani dalle passioni, aerei.

Dice la nota finale della curatrice che Tabucchi lo teneva nel cassetto da diversi anni, che ne aveva parlato, forse ci stava rimettendo mano prima di ammalarsi e morire, ed io ammiro l’integrità morale di non mandare in giro qualcosa di cui non era evidentemente ancora del tutto convinto, e che invece a me arriva come un regalo inaspettato, allo stesso livello del resto della sua opera.

Da leggere, senza riserve.

PS: mi sono soffermato ad analizzare alcune pagine (da 102 a 106) che contengono una sequenza di dialogo tutta nel corpo di soli tre paragrafi, e mi sono messo a sottolineare le espressioni verbali con cui la parola passa all’uno e all’altra, e questo è il risultato:

osservai — disse dissi — continuò dissi — continuò dissi — continuò — continuò ripetei — disse — chiese risposi — rispose risposi — disse pregai — continuò — sussurrò risposi — continuò — disse risposi — continuò dissi — disse — ripetè dissi — disse — disse rassicurai — continuò — chiese risposi — continuò — chiese risposi — chiese dissi — chiese risposi — confermò

Su quarantadue, ben trentasei sono sostanzialmente “neutre” (dissi/e, continuai/ò, chiesi/e, risposi/e) e soltanto sette hanno una valenza più significativa (osservai, pregai, sussurrò, rassicurai, confermò, ripetè).

Mi sono messo a fare questo elenco perchè all’inizio avevo notato quasi soltanto i dissi / disse, ed ero sorpreso di come il tutto scorresse comunque fluido e piacevole, nonostante le ripetizioni che in qualsiasi scuola di scrittura sarebbero state decisamente represse.

Mi sono anche chiesto con quale criterio uno scrittore scelga di differenziare i dialoghi con una iniziale “–” etc oppure preferisca mantenerli nel corpo generale.
Al momento non ho risposta. Anche come lettore non saprei. Penso che abbia a che fare con l’intenzione di staccare o di dare continuità. Da approfondire

Questa bruma insensata

Ne avevo letto recensioni che andavano dallo straordinario al finalmente un romanzo originale, e così l’ho comprato.Due fratelli, uno ha scritto in patria romanzi da buttare ma è diventato invece famoso quando è andato negli Usa e ha cambiato registro, sopratutto perchè si avvale di una quantità di citazioni che gli fornisce il fratello rimasto dove sono nati.

Poteva essere una bella storia, se una storia ci fosse. Invece, è tutto un argomentare iperletterario, con il solo trucchetto dei due fratelli che non si incontrano mai e insomma una noia mortale.

Sono 207 pagine, l’ho lasciato prima di pagina 100.

Mi sono confermato nell’opinione che i critici, letterari e cinematografici, hanno un’indulgenza esagerata quando il romanzo o il film ha per sfondo il loro stesso mondo: apprezzano così tanto queste opere mediocri solo perchè trovano qualcosa in cui riconoscersi come tribù.

Per me, da evitare.

The Bad Guy

Se ci si abbandona alla storia, che ha un sapore che vira verso il grottesco, e non si pretende verosimiglianza, finora (terzo episodio su sei) è un gioiellino.
Da vedere. Luigi Lo Cascio sempre al meglio.

The Square

Ho rivisto The square.
Un capolavoro.
Tanti temi, uno fra tutti: l’impossibilità ormai quasi ontologica dell’intellettuale progressista di essere progressista, con tutto l’impegno e la sincera buona volontà che ci voglia mettere.
Ma, come dicevo, tanti altri temi.
L’immagine qui è da una scena straordinaria.
Da vedere assolutamente.

TED LASSO

L’allenatore di una squadra di football Usa ingaggiato come allenatore di una squadra di calcio inglese.

Per farla perdere, ovvio.

Una serie di stupidità buoniste inverosimili e piene di improbabilissimi buoni sentimenti trasformate da geniali sceneggiatori e registi in uno spasso continuo che diverte e a tratti può anche un tantino commuovere.

Mi spiace solo di averla divorata in due o tre giorni, la seconda serie me la spizzo con più oculatezza.

Da non mancare

Il Colibrì

Di Veronesi mi piacque molto “Caos calmo”, poi rimasi deluso da “Terre rare”.
Mi ha convinto a comprare “Colibrì”, anche prima di ricevere qualche commento di lettori che considero affidabili, la recensione su Internazionale di Goffredo Fofi, notoriamente poco incline agli entusiasmi.Perciò avevo forse maturato aspettative eccessive, da qui una parziale delusione; comunque, sia chiaro che ho letto volentieri e che ne è valsa la pena.

L’ho trovato tuttavia a tratti faticoso, per i troppi piani relazionali che si alternano e impongono al lettore di ricentrarsi, quasi a ogni capitolo.Si passa dalla strana relazione del protagonista, Marco, con lo psicoanalista della moglie (no spoiler: è proprio l’inizio), alla famiglia di origine, ai rapporti tra fratelli e sorelle, all’amore epistolare con Luisa, alle lettere senza risposta al fratello Giacomo, alla famiglia che Marco ha costruito e, infine, alla straordinaria nipote Miraijin, figlia della figlia, che vuole rappresentare “l’uomo del futuro” e alla quale vengono attribuite qualità straordinarie, in un salto futuribile, al limite della fantascienza, che mi è sembrato un po’ giustapposto alla storia.

La terza persona si alterna alle prime persone di chi scrive le lettere: Marco a Luisa, Marco a Giacomo, Luisa a Marco. Non è sempre facile districarsi, anche per l’alternarsi continuo dei piani temporali.

Marco, per essere un protagonista, ha una caratteristica particolare, almeno nella mia lettura: sembra illuminare più i personaggi con i quali viene in contatto che se stesso. Il che sembra coerente con il fatto che a un certo punto la sua ragione di vita diventa la nipote dalle qualità non comuni: forse il tema centrale del libro è proprio il farsi da parte di una generazione perdente, verso la quale tuttavia non manca indulgenza.

Muoiono tanti personaggi, in questo libro, ma non mi sono mai sentito “toccato” dagli eventi: una certa superiore leggerezza di chi scrive sembra aleggiare sulle circostanze più drammatiche e attenuarle anche oltre, forse, la volontà dell’autore. Non lo considero un difetto, semmai la cifra stilistica che rende riconoscibile lo scrittore Veronesi.

A tratti, ho avuto l’impressione che la “costruzione” abbia prevalso sul sentimento, che pure si sente.

Sento nostalgia per i romanzi scritti nel rispetto della cronologia dei fatti, chissà se il prossimo…

MACCHINE COME ME

“L’autunno a noi promette primavera a voi l’inverno”

Il modello nella foto di copertina corrisponde all’idea che, leggendo, mi sono fatta di Adam, l’androide che Charlie, non proprio benestante, ha comprato.

Ce ne sono solo venticinque esemplari al mondo, gli è costato una fortuna, ci ha investito tutta l’eredità della madre.

Siamo nel 1982, quindi del tutto inverosimile che un androide indistinguibile da un umano potesse esistere, ma McEwan si diverte a portarci in un retrofuturo in cui, per esempio, la Gran Bretagna è stata sconfitta nella spedizione per la riconquista delle Falkland, i Beatles ancora cantano, il settantenne Turing è sopravvissuto alla castrazione chimica e si gode una buona relazione con il suo compagno. Questa forma di riscrittura benevola della storia mi ha fatto pensare al Tarantino di “Bastardi denza gloria” e di “C’era una volta… a Hollywood”.

Turing è uno degli artefici di questo capolavoro, che una volta sballato va inizializzato dal proprietario con le – sofisticatssime – caratteristiche caratteriali desiderate. Charlie coglie l’occasione per aggiungere un tassello all’opera di seduzione in corso verso Miranda, alla quale affida una parte dell’impegno a “dare forma” ad Adam.

Charlie è tutto sommato un sempliciotto; Miranda, che nasconde una storia drammatica, è incapace di chiedere aiuto e ha il talento di ottenerlo comunque. La presenza di Adam, che a mano a mano viene autoconfigurandosi anche nei sentimenti, nelle istanze etiche, e nel costruire una forma di coscienza di sè, fa da catalizzatore di una serie di eventi che riguardano la relazione fra Charlie e Miranda.

Alcuni spunti, che McEwan ha la capacità di restituirci in forme originali, richiamano situazioni presenti in altri suoi romanzi: una minaccia incombente come ne “L’amore fatale”, i dilemmi etico/giuridici de “La ballata di Adam Henry”, una casualità – un bambino problematico, forse adottabile – che modifica profondamente la vita corrente, come in “Sabato”:

Quanto più Adam – e i suoi fratelli e sorelle, con i quali in qualche maniera riesce ad essere in contatto – approfondisce la comprensione dell’umanità, tanto più si trova di fronte a istanze indecidibili, che inducono a scelte ora immerse in un’etica dell’assurdo, ora drammatiche, ora inaspettate, che incidono nella vita di quelli che dovrebbero essere i suoi “proprietari” in modi totalmente diversi dalle aspettative.

Adam legge tutto Shakespeare e ne svela alcune magagne: la godibilità di McEwan sta nel fatto che, senza una conoscenza profonda della letteratura inglese non si è in grado di capire se si tratti di verità o finzione narrativa. Matura quindi anche una consapevolezza artistica che si si esprime nella forma degli Haiku, le composizioni poetiche giapponesi semplici all’apparenza ma dalla struttura rigorosa e dai significati trascendenti.

L’ultimo Haiku che Adam compone mi è sembrato buon testimone del significato di questo romanzo.

Sono diversi anni che aspetto il Nobel per McEwan, direi che sia più che maturo.

Il sussurro del mondo

Un miliardo e mezzo di anni fa, vi siete separati, ma persino oggi, dopo un viaggio immenso in direzioni diverse, voi e il vostro albero condividete un quarto dei vostri geni.

Le seicentocinquanta pagine e la tematica “ecologica” (che noia!) non mi ci avrebbero mai fatto avvicinare, se non fosse stato per il consiglio di un amico, suggellato dal premio Pullizer.

Una volta aperto, si rivela uno di quei libri che non vedi l’ora di riprendere per vedere come prosegue, combattuto fra il piacere di continuare e la tristezza di vedere le pagine mancanti che diventano sempre meno.

I primi capitoli sono le storie – ciascuna un racconto compiuto – di alcuni personaggi che, nei modi più diversi, nei luoghi più diversi, nella loro vita hanno o hanno avuto a che fare con un albero, o una foresta, o un piccolo parco.

Nella seconda parte questi personaggi incrociano le loro vite. Qualcuno per scelta consapevole, qualcuno perchè ci si trova dentro e sceglie di restarci.

L’episodio centrale è un’epica lotta per salvare una sequoia pluricentenaria, alta novanta metri, sulla quale è stata installata una piattaforma che funge da alloggio e riparo per chi la vuole difendere dall’abbattimento.

La descrizione delle stupide e sagacissime trovate per rallentare le distruzioni e delle piccole e grandi crudeltà – peraltro (quasi) tutte “secondo legge” – messe in campo per fiaccare la tenacia di chi resiste ti fa essere presente sul posto, ti fa gridare “dai resisti ancora, smetteranno e vincerai!” oppure “ormai basta, non ce la puoi fare, accontentati, hai dimostrato ciò che volevi, ne parlano tutte le televisioni!”.

Sanno di essere destinati alla sconfitta certa, renderanno dura la vita più che potranno ai taglialegna tecnologizzati.

Non si rassegneranno, perchè la voce degli alberi ha parlato loro, perchè hanno intuito il senso delle infinite connessioni sotterranee di radici, e andranno oltre, con attenzione, applicando conoscenze specialistiche, nella consapevole illusione di continuare una lotta persa in partenza.

I destini umani di ciascuno si svolgeranno secondo disegni illogici, come è la vita vera: il più rigoroso tradirà, il più improbabile sceglierà una coerenza inconcepibile per i suoi affetti più cari.

Un libro epico. Finito di leggerlo, guardo gli alberi con occhi diversi, sorrido alle radici dei pini di Roma che piegano l’asfalto: noi non ci saremo più, loro sì.

DA NON MANCARE
Qualche spigolatura: “le ragazze dicono il contrario di quello che intendono, per verificare se afferri la loro vera natura. Cosa che vogliono. E poi, quando ci riesci, si offendono“

Il genietto dell’informatica davanti all’insegnante; “Sa perchè lei lo odia. Quelli come lui la porteranno all’estinzione“