LA HAINE – (L’ODIO)

Questa la dico al contrario: quel generale è quello che è, forse quel che ha scritto non è compatibile con il ruolo che ha, ma di tutte quelle che ha detto – ne so solo dagli estratti che sono usciti sui giornali – il diritto a odiare mi pare la meno contestabile.
L’odio è un sentimento, potrà pure essere brutto esprimerlo, non lo confondiamo con gli odiatori di professione sui social, ma odiare qualcuno è qualcosa che si ha il diritto di provare. Il perdono e la gratitudine vanno sicuramente più di moda ma non possiamo decidere della legittimità dei sentimenti.
Superfluo, spero, precisare che passare all’azione è altra cosa.

Romantiche

Pilar Fogliati in quattro episodi in cui interpreta quattro tipe.
È anche regista di questo film leggero, divertente, che può anche indurre a qualche riflessione non banale.
Un gioellino.

LEZIONI


Amo McEwan, ogni anno mi aspetto che gli assegnino il Nobel, ne ho letto credo tutto, non tutti i romanzi mi sono piaciuti allo stesso modo ma tutti è valsa la pena leggerli.
Questo “Lezioni” parte alla grande, trasmette con estrema delicatezza – sono le primissime pagine, non svelo niente – le attenzioni erotiche della maestra di piano venticinquenne verso un bambino undicenne.
Ronald, il bambino in questione, è il protagonista di questo romanzo, che attraversa la storia del novecento fino ai giorni nostri.

Non è un romanzo storico, i personaggi vivono le loro vite, i loro amori, le loro difficoltà come vite di persone normali, che si sono trovate a entrare in contatto con la miseria della Berlino Est e poi con l’esplosione di gioia dell’abbattimento del muro.
L’episodio iniziale, e i seguiti, non avranno, a differenza di quanto ci si può aspettare, grandi impatti sulla vita di Ronald, che ci viene raccontata mentre si svolge tutto sommato piana.
La bravura di McEwan sta nella preparazione degli “incontri”.

Non posso dire qui per non svelare troppo, ma tutto sembra costruito in crescendi che sfociano in incontri chiave.
Ma le piste sono parallele, perciò immaginiamo una melodia A che l’orchestra porta, con tutte le variazioni necessarie, in crescendo, per poi passare alla melodia B e, quando anche la melodia B è cresciuta e sembra stia per risolversi, l’orchestra torna alla melodia A e ne offre la risoluzione: l’incontro, appunto.
Non è mai una risoluzione a suon di grancassa con tutti i fiati e i legni dentro, sono sempre violoncelli e clarini ad accompagnarci, senza che questo mitighi la forza delle passioni in gioco.

Tuttavia si tratta di 561 pagine, che ho letto tutte volentieri perchè è la scrittura di McEwan, ma ho maledetto l’editor che non si è imposto per tagliarne almeno, a occhio, centocinquanta. Pagine e pagine sui chi sono e che amici hanno i genitori di Ronald e quelli della sue compagne e gli ex di ciascuno e così via, che mi sono arrivati come riempitivi del tutto inutili alla storia. Se non, forse, per prolungare l’attesa per gli INCONTRI.

A un certo punto, verso la fine, lo posso dire perchè è del tutto ininfluente, si viene a sapere che X ha un fratello che non sapeva di avere, questo fratello entra in scena e non cambia niente dei contesti in cui si introduce, ma perchè queste venti (?) pagine del tutto inutili?
Credo di aver esagerato con la parte critica, spinto dall’aspettativa verso un autore che davvero amo.
Da leggere. Comunque da leggere

Barbie

E vabbè, ho visto Barbie, sedotto dalla fama di “regista da festival” di Greta Gerwig e da qualche recensione che ne lodava il superamento ironico degli sterotipi, proprio a partire dalla “Barbie stereotipo” protagonisa del film.
Comincia con una citazione, per me piuttosto rozza, da Kubrick, e va avanti per un po’ in Barbieland dove tutte le giornate, come in Truman show, sono uguali e felici e dove il povero Ken, mero accessorio di Barbie, ogni sera se ne deve tornare a casa propria.
A un certo punto l’incantesimo si rompe e Barbie e Ken si avventurano nel mondo reale combinando un bel po’ di casini.
La Mattel non ci capisce più niente e quando tornano in Barbieland il buon Ken, che nel mondo reale ha imparato l’esistenza del maschilismo, sta trasformando Barbieland in Kenland.
A questo punto le Barbie, recuperando le arti femminili, seducono e ingelosiscono i Ken, quei maschiacci si scontrano fra di loro, e si torna a Barbieland.
Dentro questo “intreccio” una quantità di buone intenzioni sul come impostare correttamente i rapporti fra i sessi, intollerabilmente didascaliche e davvero molto banali.
Forse si volevano far arrivare i messaggi alle nuove generazioni? Sta di fatto che, all’uscita, il buon 70% di ragazzini 5/13 che occupavano il cinema avevano facce un bel po’ perplesse, per niente divertite.
A tratti mi sono pure divertito, perchè il “prodotto” di sicuro c’è, le coreografie sono piacevoli, ed è la prima volta che, dopo La-la-land, Driver e Blad Runner 2049, dove ha battuto ogni record di inespressività, Ryan Gosling sembra un vero attore.
Lo avrei evitato, a saperla tutta, ma ogni tanto bisogna pure rischiare, no?

Ombre Rosse

E finalmente Prime mi ha regalato “Ombre rosse” in originale con sottotitoli.
Non so tanto di storia del cinema, ma non stento a credere che Ombre rosse sia mi pare unanimemente considerato un capolavoro.

Riprese che adesso le mettono pure al saggio di regia, come quelle rasoterra al passare dei cavalli e della diligenza, immagino allora fossero invenzioni di John Ford.
Il viaggio di una diligenza su un territorio controllato da Apache aggressivi, i personaggi prototipo che viaggiano, l’amore, la vendetta, la viltà, il coraggio, il perbenismo… tutti i caratteri scolpiti con pochi tocchi e dialoghi minimi… un film avvincente ancora oggi, alla faccia di tutti i political correct che chissà che ne diranno nelle scuole di cinema della california e di NY.

E il finale: un duello annunciato per tutto il film che si risolve con l’inquadratura che si ferma prima che il nostro eroe tocchi terra con fucile in mano e nell’inquadratura successiva il cattivo entra in piedi nel saloon per stramazzare subito dopo.
L’abbiamo visto mille volte, no? questo trucco di farci credere il peggio e poi farci fare un sospiro di sollievo, non so se qui è stata la prima volta, ma certo era efficace.

E, infine, quando arriva al galoppo il settimo cavalleggeri con la tromba pe-pe, pe-pe, pe-pe-perè-pepè, con tutti soldatini eleganti senza un grammo di polvere addosso, che vi devo dire? Anche se lo sapevo che sarebbe andata così, ho esultato.
Assolutamente da non mancare.

AIR – La storia del grande salto

Siamo nel 1984, la Converse ha più del 50% del mercato delle scarpe da pallacanestro, Adidas più del 30%, Nike un misero 13%.

È il momento in cui i giovani talenti che provengono dai campionati universitari passano fra i professionisti. Le aziende che producono scarpe si contendono i migliori, affinché scelgano le loro scarpe e così le pubblicizzino.

Il film è “Air”, regista Ben Affleck, protagonista è Matt Damon, che interpreta Sonny Vaccaro, comprimari sono Jason Bateman (qualcuno ha visto la serie Ozark?) e Viola Davis.

Un ottimo cast, dunque, un film quasi tutto in interni, un film di dialoghi, che tuttavia non perde mai di ritmo.

Film tutto al maschile, se non fosse per la mamma di Michael Jordan, colui che diventerà il più grande giocatore di basket di tutti i tempi. ma che in quel momento è soltanto un ottimo giocatore come tanti.

Michael Jordan non ci vuole nemmeno parlare, con quelli della Nike: non gli piacciono le scarpe della Nike.

La vera storia, infatti, è quella di Sonny Vaccaro, un Matt Dammon panciuto, grande intenditore di basket che si trova a dover superare ostacoli che sembrano invalicabili.

Sonny parla con il manager di Michael Jordan ma questi gli dice se vieni con una proposta scritta vincolante vediamo, se no Michael sta già chiudendo con Adidas, e non gli faccio perdere tempo inutilmente con te se non porti qualcosa di concreto.

Se Sonny avesse il potere decisionale gliela porterebbe, la proposta vincolante. Ma il grande capo della Nike (interpretato dallo stesso Ben Affleck, qui in stato di grazia), non è disposto a prendere nemmeno lontanamente in considerazione l’idea di spendere tutto il budget per MJ. Se ne potrebbe lontanamente parlare solo se Sonny ne avesse già ottenuto l’assenso.

Sonny si trova senza via di uscita, come un cane che si morde la coda.

Così sembrerebbe.

Sonny a questo punto tenta il tutto per tutto: si ficca in macchina, si fa da solo qualche migliaio di chilometri per andare direttamente a trovare i genitori di MJ.

Sta scavalcando il manager di MJ, e questa è una cosa scorrettissima, di quelle che se poi gli andrà male la sua carriera ne risentirà per sempre: nessuno farà più affari con lui.

Sonny parla con la mamma di MJ, che in quella famiglia di media borghesia nera è colei che decide. Sonny si vende quello che non ha, come se ne potesse disporre: offre l’intero budget della Nike per quella stagione.

Sa che può non essere sufficiente, perché Converse e Adidas potranno offrire altrettanto.

Che cosa può offrire di più? La sua passione. Lui ci crede talmente tanto, nel talento di MJ, che riesce a far venire un dubbio alla mamma: per noi non sarà uno dei 5 migliori giocatori che entreranno nel campionato, per noi sarà l’unico. Non sarà MJ che, come tanti altri bravi come lui, indossa una scarpa della Nike, no, faremo una scarpa di Nike fatta apposta per MJ, costruiremo la scarpa intorno a lui, e tutti la vorranno non perché è della Nike, ma perché ci sarà il nome di MJ sopra.

Sonny torna alla Nike trionfante. In realtà non ha niente in mano, ha solo una vaga promessa della mamma di MJ, che non si è per niente sbilanciata, si è solo impegnata a convincere il figlio, che quelli di Nike non li voleva proprio vedere, ad ascoltare, dopo Converse e Adidas, anche Nike.

Il grande capo, sempre Ben Affleck, è contagiato dall’entusiasmo, se la vedrà lui con il consiglio di amministrazione, andiamo avanti!

Nel frattempo il manager di MJ è infuriato: come ti sei permesso di scavalcarmi, tu con me non ci parli più, anzi tu hai chiuso con tutti, lo racconto a tutti, di te non si fiderà più nessuno, hai chiuso per sempre!

Qui entra in scena l’uomo delle scarpe: in pochi giorni alla Nike realizzano un prototipo dalla forma unica, con caratteristiche tecniche uniche, ma…

Ma la regola della Federazione di basket è che la maggior parte della superficie delle scarpe deve essere bianca, e come facciamo con tutto questo rosso che ci abbiamo messo? Ancora un ostacolo insormontabile.

E che succede se la violiamo, la regola?

Sono 5.000 dollari di multa.

Per tutto il campionato?

No, per ogni partita.

I big della Nike si guardano in faccia affranti ma l’incertezza dura solo un attimo: li pagheremo noi, anche se così sforeremo il budget di brutto.

Non è finita. Quando infine MJ si è convinto, gli è piaciuta la scarpa, gli è piaciuto come gliela costruiranno intorno, la mamma fa la telefonata chiave a Sonny.

C’è ancora una clausola importante.

Troveremo modo di accontentarla, signora, dica.

Mio figlio avrà una percentuale su ogni scarpa venduta con il suo nome.

Sonny sbianca: questo, signora, proprio non è possibile, nessun produttore può fare questo, non è così che funziona.

Non la faccio tanto lunga: il film è un film discreto, un buon prodotto, niente di più, molto iu es e nel mito della volontà e del successo, in buona parte è pure uno spot per Nike, la linea di prodotti si chiamerà “Air Jordan”, da cui il titolo, e sarà un successo da milioni di dollari.

Vale la pena vederlo per una sceneggiatura che ti tiene comunque incollato, e per gli interpreti.

Separatore1

Abbiamo preso spunto da questo film per un episodio dedicato al counseling.
Lo troverai qui, nell’altra sezione del sito.

La famiglia dei diamanti

Una bella serie che si svolge ad Anversa, nel distretto dei diamanti, fra importatori e tagliatori di diamanti. La maggior parte delle società che gestiscono questo commercio sono di proprietà di famiglie ebree ultra-ortodosse.
I Wolfson sono una di queste.
L’intreccio è tradizionale: un figlio sciamannato che si è indebitato con la mafia albanese, un figliol prodigo che torna nel momento più difficile, da qui minacce, ricatti, una poliziotta inflessibile, la politica che vuole appianare gli scandali prima possibile perchè quel commercio è troppo importante per quella città.
La parte interessante sta nell’ambientazione familiare, nell’etica degli affari rigidissima eppure continuamente violata per gli stati di necessità che si avvicendano e sovrappongono, nelle storie d’amore dove i sentimenti non possono essere mostrati e così cresce la tensione erotica, che non ha mai bisogno di essere mostrata.
In un ambiente in cui anche a un matrimonio le donne pranzano in una stanza separata e lì ballano fra di loro.
Sono queste serie, eccentriche – versione originale fra fiammingo, yiddish, inglese, francese – rispetto ai soliti Usa e pure England che ancora offrono sprazzi di originalità, quantomeno per l’ambientazione.
La storia, come dicevo, classica, e molto ben raccontata. Vale la pena vederla.

LA CITTÀ DELLA VITTORIA

Il romanzo è interamente ambientato nella terra natia dell’autore, l’India.
Oltre a ciò è ispirato a storie e mitologie locali, i cui i molteplici elementi fiabeschi sono ancorati a fatti storici realmente accaduti tra il XIV e il XVII secolo, al tempo, cioè, dell’impero di Vijayanagar, la città della vittoria, in sanscrito, che si estendeva su larga parte dell’India meridionale e sull’altopiano del Deccan.

Questa volta non svelo i particolari e i protagonisti: il romanzo è tutto da scoprire !

Dico soltanto che Salman Rushdie è proprio forte,
Da leggere.

Il Sol dell’Avvenire

DICO SOLO ANDATECI ! Sopratutto se siete di un’altra generazione.
Perchè la storia non si può fare con i se?

A un giorno di distanza, qualche considerazione. Moretti come il Tarantino di Bastardi senza gloria e di C’era una volta Hollywood: la storia si può fare con i se. La storia è sempre che cosa ce ne facciamo oggi. Sono di oggi i volti degli attori che sfilano alla fine, la faccia felice:
Giulia Lazzarini come una staffetta partigiana, Renato Carpentieri, il sempre spiritato Dario Cantarelli, Alba Rohrwacher radiosa e altri che non ricordo, credo presenti nei suoi altri film. È infatti un compendio, artistico e politico, di tutta la sua opera.

È un film morale, come tutti i suoi film, dello splendido quarantenne che andava alle manifestazioni e non gridava slogan violenti, allo splendido settantenne che non vuole il ritratto di Stalin nella sezione del PCI del suo film, anche se nelle sezioni vere c’era.
Le idiosincrasie per i piedi e le scarpe come in Bianca, il furore per la violenza gratuita nei film, dalla lettura integrale della recensione di Henry pioggia di sangue (ancora in Bianca?) alla spiegazione della moralità o immoralità di un’inquadratura, ottenuta con il solo racconto di una scena di Kieślowski. Fino a riconoscere che la violenza di Scorzese è quella di un genio ma, purtroppo, non se la può far spiegare perchè risponde la segreteria telefonica.

E l’amore, che si dispiega in tutte le sua forme, dall’omosessuale discriminato in sezione, alla coppia giovane ragazza vecchio che tuttavia si amano, alla coppia con quarant’anni di storia che sembra perfetta ma non funziona, alla nascita in diretta del sentimento fra i protagonisti.
Il film nel film: ci hanno provato in tanti, qualcuno ci è riuscito, qui è la perfezione di equilibrio fra i tanti piani.

Infine, riesce anche, con canzoni e coreografie, a realizzare il musical che almeno da Caro diario (forse prima?) si propone. Un film perfetto, commovente e divertente, un piacere per l’intelligenza e per l’etica connessa all’estetica.
Bravo Nanni Moretti, bravo bravo,

The Playlist

Dall’alto e da sinistra a destra: la cantante degli inizi, l’avvocata che tratta con le case discografiche, il finanziere visionario al quale il fondatore di Paypal apre gli occhi sul fatto che la percentuale di personalità disturbate fra gli imprenditori di successo e molto più alta della media, l’ideatore di Spotify, il fissato lungimirante che fino alla fine è convinto che avrebbe sempre fatto bene a fare come diceva lui, il discografico, il genio informatico.
Senza retorica, vediamo il dispiegarsi dell’idea che diventa quella realtà che sembrava impossibile, le conseguenze distruttive dei cambiamenti da un certo punto in poi inevitabili, la trasformazione dalla pirateria ingenua allo sfruttamento industriale e finanziario.
Qualche passaggio può risultare difficile da capire, senza almeno un minimo di conoscenze tecnologoche.
A me è piaciuto davvero tanto.