La Chimera

Ovvero, della (non) elaborazione di un lutto fra i tombaroli dell’alto Lazio.
Da precedenti film di Alice Rohrwacher ero uscito con una irritazione di fondo pur nel riconoscerle originalità sia di storia che di regia.

Da “La chimera” sono uscito soddisfatto, mi è sembrato tenero ed equilibrato, ho molto apprezzato i movimenti dei “cori”: il gruppo/famiglia dei tombaroli; le sorelle prototipo della “borghesia per bene”; il gruppo di donne che costruisce una nuova comunità nella stazione della ferrovia abbandonata che è di nessuno e quindi di tutti.

È anche riuscita a rendere con magistrale garbo la situazione di potenziale violenza – potenziale, e “normale”, dentro a una festa paesana – di un gruppo di uomini verso una donna leggermente brilla.
Finale che mi stava per innervosire per come era partito e che invece è di rara delicatezza.
Non lo consiglierei proprio a tutti tutti, secondo me merita di essere visto.

Passages

Come parlarne, senza raccontarlo?
Un triangolo amoroso? No, non lo si può definire così, non credo.
Una storia di passione? Di passioni? Nemmeno, per quanto le passioni ci siano e la sensualità sia più che coinvolgente, sia nelle scene etero che in quelle omo.
A dieci minuti dalla fine di questa storia ben girata, ottimamente recitata, credibile anche in certe situazioni al limite dell’assurdo, ho provato a mettermi dal punto di vista degli sceneggiatori, del regista e mi sono chiesto e adesso come cacchio la fate finire, questa storia?
Beh, forse nell’unico modo possibile.
Detto a posteriori, e confessando che avevo temuto il peggio..
Almeno un po’ di curiosità, per “Passages”?

L’ANNO DEL DRAGONE

Ho rivisto dopo tanti anni “L’anno del dragone”.
Michael Cimino era davvero un grande, e Mickey Rourke era bellissimo, oltre che bravo, se pure un tantino gigione.
La storia è del solito poliziotto efficace ma che non rispetta le regole, che ha deciso di rifarsi del Vietnam prendendosela con le storiche camarille di Chinatown, rispetto alle quali tutti gli dicono che farebbe meglio a lasciare le cose come stanno.
Fin qui niente di originale.
Nemmeno è originale la storia d’amore con l’intraprendente reporter di origine cinese.
Nelle scene di azione Mickey Rourke si muove come un supereroe di quelli che le pallottole comunque sì e no lo sfiorano.
Intorno a lui, invece, cadono le persone più care, e così l’eroe diventa un eroe tragico.
“L’anno del dragone” arrivò cinque anni dopo quel capolavoro che fu “I cancelli del cielo”, i cui costi mandarono in rovina la casa di produzione, e solo per questo gli perdono il minuto finale, che posso immaginare imposto dalla produzione e che stona con tutto il film.
Cimino vale la pena vederlo tutto.

La primavera della mia vita

Colapesce e Dimartino, ovvero Lorenzo Urciullo e Antonio Di Martino, con la regia di Zavvo Nicolosi.
Non li avevo mai sentiti nominare, nè protagonisti nè regista, e dopo una ventina di minuti stavo per lasciar perdere.
Invece, invece… niente di eccezionale, trattato malino dai siti di cinema, e invece tante piccole delizie sparse, originali a loro modo, che mi hanno fatto stare per tutto il tempo con un mezzo sorriso, forse pure un po’ ebete, ma insomma ho finito in leggerezza, fra le bellezze e le brutture della terra di Sicilia.

Volendo, una versione leggera di quell’obbrobrio pure premiato di Midsommar.
Non mi sento di consigliarlo a tutti ma, se lo guardate, a questi due alla fine può pure essere che vogliate un pochetto bene.
Sono cantanti, in origine, vado a cercare che cosa hanno prodotto. 

La Favorita

La regina d’Inghilterra, la sua favorita, l’aspirante favorita: un trio al massacro in ogni modo pensabile.
Tre interpreti straordinarie che infatti hanno vinto un sacco di premi.
Il periodo storico scelto, che ha sullo sfondo una guerra con la Francia, le tasse agli agrari, gli intrighi di palazzo, è solo lo sfondo per queste due donne che si disputano una regina malata di gotta, vogliosa e capricciosa e che può decidere quello che vuole perchè è la regina.
Sontuose le ricostruzioni, i costumi, i divertimenti ignobili della nobiltà.
Il senso? Mymovies lo propone come una denuncia della condizione della donna in un mondo patriarcale, ma chi lo ha recensito deve aver sbagliato sala; per me è un gran film che propone un incubo continuo dove nessuno – nessuna, veramente – si salva, e alla fine puoi essere soddisfatto per quanto puoi riconoscerti diverso da quel che hai visto sullo schermo.

ZNACHOR – L’Amore Dimenticato

Due ore e venti di un drammone polacco che non ti fa staccare dalla poltrona.
Un classico, con qualche stronzo e qualche infame più che con veri cattivi, e con un sacco di buoni, tutti al posto giusto e nessuno banale.

Tutto ma tutto è prevedibile eppure non è mai deludente che le cose vadano proprio come si sapeva da sempre che sarebbero andate. I colpi di scena affondano quando è il momento senza che mai ci sia bisogno della grancassa nè di squilli di tromba.

Che posso dire di più? Guardarlo potrebbe pure far sentire bene.
Ah: la storia è quella di un grande chirurgo che vaga da straccione alla ricerca di non sa che cosa perchè ha completamente perso la memoria.

IO CAPITANO

Comincio dalla fine: consiglio di restare a sedere anche durante i titoli di coda, perché le foto che li accompagnano sembrano dei Canaletto che dipinge il deserto e le canzoni sono bellissime, come in tutto il film.

La storia si sa, il viaggio di due sedicenni dal Senegal verso il paese dove saranno i bianchi a chiederci l’autografo, per le canzoni che compongono e sulle quali intanto ballano tutti gli amici.

La rappresentazione degli ostacoli di ogni genere arriva reale, e forse ridotta al minimo, senza forzare, come sarebbe stato facile, ma quel minimo è più che sufficiente a restituircene il peso terribile.

Una storia di amicizia e di crescita, e alla fine è forse l’assunzione di responsabilità anche oltre le proprie forze la cifra più significativa di “Io capitano”.

Commozione temperata dalla rabbia furibonda al pensiero di chi è capace di concepire, nella realtà, un taglieggiamento di stato, alla fine del viaggio.

Confesso di essermi cullato, dopo essere uscito, nell’immagine dei nostri ministri con le forcelle che li obbligano a tenere gli occhi aperti, come il protagonista di Arancia meccanica, mentre sono costretti a guardare “Io capitano”.

Lo consiglio senza riserve.

iO CAPITANO2

Felicità

Primo film alla regia di Micaela Ramazzotti.
Ben girato, buona sceneggiatura, interpreti tutti più che all’altezza – nell’immagine manca solo Sergio Rubini – con una menzione particolare per Max Tortora qui da premio per questo padre sciamannato che con Anna Galiena sembrano proprio quelli di Giove che li fa e poi li accoppia.
Una bella storia di sorellanza e fratellanza. Momenti di sana commozione, mai tirata a forza e anzi tanta delicatezza nelle situazioni più critiche.
Ne sono uscito soddisfatto, lo consiglio e spero che Micaela Ramazzotti ne abbia in cantiere altri.

IL PASSEGGERO

Le prime dieci pagine, scritte in corsivo, vanno lette con molta attenzione, perchè contengono, non facili da individuare, un paio di informazioni importanti.
Le sono andate a rileggere, dopo aver finito “Il passeggero”, per togliermi lo scrupolo di essere stato un lettore disattento che non ha capito perchè è stato negligente.
In effetti, nel rileggerle, qualcosa in più mi è arrivata, ma niente che fornisse una qualche chiave di lettura.

L’inizio, dopo le pagine in corsivo, è davvero appassionante, nella descrizione di questi tre palombari che entrano in un aereo misteriosamente inabissatosi in mare e ci trovano dentro nove passeggeri in assetto del tutto improbabile.
Dunque, misteri su misteri, a cui si aggiunge il mistero di un decimo passeggero che ci sarebbe dovuto essere ma non c’era.
Da qui in poi è tutto un peregrinare di Western, il protagonista, uno dei sommozzatori, che incontra amici, amiche, vecchi amici, vecchie amiche, governativi che sono convinti nasconda qualcosa, un tipo che gli consiglia di sparire.
Seguiamo Western qui e là, casualmente, per lo più in luoghi solitari, come se gli mancasse l’atmosfera de “La strada”.

In parallelo, corsivo, la malattia mentale della sorella, suicida (no spoiler: prima pagina), di cui Western è (forse) stato innamorato.
Essere figli di uno scienziato che ha partecipato al progetto Manhattan offre l’unica chiave di lettura che trovo plausibile (e del tutto insufficiente all’insieme): “questo mondo fa schifo e le colpe di vostro padre ve le beccate voi anche se non c’entrate”.
La scrittura è sontuosa, pure troppo, con pagine proprio difficili da seguire.
Il meglio sono i dialoghi, sempre ficcanti, tesi, brillanti, che coprono credo la parte prevalente delle 370 pagine.

Hanno, tuttavia, i dialoghi, un difetto grande: i personaggi parlano tutti allo stesso modo; Western ne incontra tanti, molto diversi fra di loro, ma quando si parlano sembra che stia parlando sempre con lo stesso interlocutore, che sia un ubriaco, un amico morente, un agente federale, una ex fidanzata, un transgender, un avvocato.
A mano a mano che diminuivano le pagine da leggere e che insieme calava l”aspettativa di una spiegazione, di una chiave di lettura, cresceva la mia irritazione, che è rimasta la sensazione principale, a lettura conclusa.

Grande scrittore, certo, ma per questo “Il passeggero” mi spiace dover concludere che la presunzione abbia prevalso.
Ho provato, non so con quanto successo, a farmelo restare simpatico immaginandolo che, a 90 anni – è morto poco dopo – se ne sia voluto altamente fregare, della serie “ormai faccio come mi pare, che cazzo volete da me?”.
Da leggere.

Oppenheimer

Andatelo a vedere.
L’ho visto in uno dei soli 4 cinema in Italia in cui c’è la proiezione a 70mm, ma la parte “grandiosa” del film è minima, si svolge in prevalenza in interni e in dialoghi.
Con quelle sovrapposizioni di tempi di cui Nolan è maestro e che qui sono semplicemente perfette.
Ho letto tutto quello che ho potuto leggere, capendoci forse il 5%, sui quanti, sul teorema di incompiutezza eccetera, e sono rimasto commosso dal vedere sullo schermo quell’insieme di cervelli dei primi cinquant’anni del ‘900, epoca che non credo abbia uguali nella storia della scienza.

La bomba, certo. La storia è storia, Oppenheimer fu a capo del progetto per realizzarla, erano tutti consapevoli che la probabilità che la reazione a catena della prima esplosione non si fermasse e distruggesse l’intero pianeta era vicina allo zero. Ma non era zero.
Fu convinto che fosse giusto usarla, si raccontò che così dopo non ci sarebbero state più guerre, e tuttavia fu poi perseguitato perchè sostenne la necessità di accordo contro la proliferazione del nucleare.

Scienza ed etica, politica e scienza, dilemmi inconciliabili eppure decisioni da prendere, questo è il cuore di questo film.
Nolan è stato capace di mostrare l’entusiasmo della squadra che ha raggiunto un risultato scientifico grandioso e nello stesso tempo di indurre il pensiero di chi guarda a quali sofferenze terribili subiranno i cittadini di due inermi piccole città giapponesi. Senza che vengano evocate. Questo fa un grande regista.
Da non mancare, su qualsiasi schermo.